Un lettore e i suoi amici “di carta e inchiostro”

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo alcune riflessioni di un nostro lettore su alcuni romanzi di Jonathan Safran Foer.

di Fabio Mazzilli

C’è stato un periodo in cui i miei migliori amici erano di carta e inchiostro, come avrebbe detto il mio professore di Letteratura inglese all’università. Oskar, un bambino di nove anni, orfano di padre, che va alla ricerca di una porta da aprire con una chiave misteriosa trovata nella stanza del genitore. Anna, adultera russa concepita dalla mente di Tolstoj, che si suicida di fronte a un mondo che le è avverso. Oliver, ragazzino inglese figlio di Dickens, che mantiene intatta la sua freschezza e la sua bontà nonostante le vicissitudini e a una realtà infame.

Foscolo disse che la realtà non può essere rappresentata perché è l’ordinario: deve essere narrato lo straordinario. La vita di tutti i giorni, quasi fossimo al Grande Fratello, non susciterebbe emozioni: il lettore vuole evadere e conoscere un mondo a cui non appartiene, in quell’oretta in cui prende un libro in mano prima di andare a dormire

Recentemente sto rileggendo Molto forte, incredibilmente vicino. Qualche tempo prima di comprarlo, presi dalla libreria della mia piccola città un altro romanzo dello stesso autore, Jonathan Safran Foer: Ogni cosa è illuminata. Sebbene a livello narrativo mi piacque, perché alternava tre vicende lontane nel tempo, a livello stilistico mi deluse. La storia era peraltro abbastanza angosciante (la guerra e la desolazione interiore a cui essa porta), ma rallegrata da alcuni dialoghi simpatici e interessanti (merito, questo, del traduttore). Decisi, a conti fatti, che probabilmente con Foer avrei chiuso la partita: non avrei più comprato i suoi libri successivi. Ma chi disprezza, compra, si sa…

Qualche tempo dopo, tornai in libreria a la proprietaria – ricordando l’acquisto precedente – mi disse che aveva avuto un altro libro di Foer: lo presi in mano e decisi che l’avrei acquistato, ma solo per l’edizione, bellissima (Guanda). Ero un po’ scettico, perché mi ero già fatto una idea del suo autore ma quella sera, tornato a casa, lo divorai. E divenne uno dei miei libri preferiti. Tant’è che ora lo sto rileggendo.

La cosa che mi ha colpito subito (e che si riscontra anche in romanzieri che hanno influenzato il giovane Foer) è la perfetta padronanza della materia trattata. Oskar è un bambino intelligentissimo ma paranoico. I suoi disturbi emotivi esplodono dopo il “giorno più brutto”, come lui lo definisce: gli attacchi dell’11 settembre alla Torri Gemelle, in cui perde il padre. Da allora nulla sarà più come prima. Un giorno, mentre la madre è in compagnia del suo nuovo “amico”, entra nello stanzino del padre e trova un vaso che lo attira, al cui interno c’è una chiave con su scritto “Black”.

Inizierà una caccia al tesoro che lo porterà in giro per New York, alla ricerca di tutti i Black della Grande Mela. Un modo per essere un’ultima volta vicino al padre. Anche in questo romanzo la struttura narrativa è affascinante. Si procede su tre piste. La prima è naturalmente quella di Oskar e della chiave; la seconda è rappresentata dalle lettere che il nonno del bambino scrive al padre di costui; la terza, invece, le lettere della nonna del ragazzino a quest’ultimo. Una struttura narrativa che rievoca in maniera abbastanza evidente il romanzo d’esordio di Foer, struttura estremamente affascinante.

Oskar, enfant prodige, astronomo dilettante che vuole diventare il pupillo di Stephen Hawking, appassionato di computer e insetti, è uno dei primi esempi letterati sui traumi post-11 settembre. Ma a differenza di altri romanzi e racconti, qui si prende in considerazione la vita non del protagonista, ma dei suoi cari. Una vita stravolta, in cui più nulla ha senso, in cui le fobie diventano patologie più o meno giustificate. Dolce nello scontro tra erudizione e ingenuità, Oskar è una delle figure più complesse e tenere degli ultimi anni. Geniali le battute col tassista che lo porta al cimitero con la madre: Oskar gli dice che non può dir parolacce, glielo hanno insegnato i genitori. Una regole rigida. Non può neanche dire ciambellano perché potrebbe suonare anche: ‘c’ha’m’bell’ano (ovvio: la genialità, qui, è del traduttore italiano).

Una lettura affascinante, perché fa luce nella coscienza e nella sofferenza ancora acerba di un bambino, costretto a subire il dolore più grande in nome dell’intolleranza e del fanatismo.

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