L’eredità di Mugabe trasforma lo Zimbabwe in una polveriera

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di Pierfrancesco Demilito

Una dura guerra civile lo Zimbabwe l’aveva già conosciuta negli anni settanta, quando ancora si chiamava Rhodesia. Una guerra combattuta tra bianchi e neri, iniziata mentre il paese lentamente cercava di lasciarsi alle spalle il colonialismo e compiva i primi passi verso l’indipendenza.

Per celebrare la fine di quel bagno di sangue e la nascita dello Zimbabwe, nel 1980 arrivò ad Harare Bob Marley, in uno spettacolare e festoso concerto cantò “No more internal power struggle”, basta guerre intestine. E ora che, dopo trent’anni di dittatura, Mugabe si appresta a cedere il passo, a causa di una malattia, si teme che la guerra intestina possa tornare ad essere una realtà. La gara alla successione rende lo Zimbabwe una polveriera pronta ad esplodere.

Al momento, oltre al leader del Movement for Democratic Change, Morgan Tsvangirai, in corsa ci sono due contendenti. Una è l’attuale vicepresidente di Mugabe e moglie di un importante generale dell’esercito zimbabwese, Joyce Mujuru. L’altro è il ministro della difesa, Emmerson Mnangagwa. Entrambi, insomma, possono contare sul sostegno delle forze armate ma questa contrapposizione tra i due potrebbe spaccare l’esercito originando il caos. In una situazione così complicata non si può escludere che dalle forze armate emergano personaggi nuovi e finora sconosciuti pronti a candidarsi come nuovi leader del paese africano, aumentando le fazioni in competizione.

Guerre tra fazioni, tra etnie e per la presa del potere hanno già dato vita, in passato, a duri conflitti nel continente africano, basti pensare al Biafra, al Darfur, al Burundi, al Ruanda. Non ci resta che sperare che a questa lunga e triste lista non si debba aggiungere nuovamente lo Zimbabwe. Questa volta però, più che l’occidente (che sarebbe pronto ad intervenire se non altro per tutelare le importanti miniere di diamanti dello Zimbabwe), a scongiurare questa eventualità potrebbe essere il vicino Sud Africa che recentemente ha dimostrato di essere molto interessato al mantenimento della stabilità dell’area. Non è un caso, infatti, che le ultime elezioni dello Zimbabwe si siano svolte alla presenza di ben sei mila osservatori inviati da Pretoria.

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