I dubbi amletici della casta: governo tecnico o governo politico?

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di Bruno Brienza

La crisi del governo Berlusconi ha riaperto il fuoco di fila delle polemiche tra i sostenitori di un governo politico e gli apologeti di un esecutivo tecnico che faccia fronte all’emergenza nazionale. E’ una diatriba antica e mai completamente risolta. La tesi degli uni mira a legittimare la figura del presidente del Consiglio come “unto del popolo”, investito dalla sovranità popolare nella conduzione della politica nazionale. La tesi degli altri focalizza l’attenzione sulla gravità della situazione del Paese che solo una figura tecnica carismatica sarebbe in grado di rimettere in equilibrio. In realtà, si tratta di un falso problema. Non ci sono concrete ragioni per cavalcare una aspra contrapposizione tra le due formule. Più semplicemente, è una questione di alchimia.

L’attuale sistema elettorale consente la furbata dell’indicazione del candidato premier. Ne consegue che quale che sia la coalizione maggioritaria uscita dalle urne, essa brandirà l’arma del risultato elettorale nel rivendicare l’elezione diretta del candidato al premierato attraverso la volontà popolare. E’ un giochino facile ma che sembra funzionare: si costruisce a tavolino una teoria da propinare al corpo elettorale e la si rende prassi mediante una legge la cui interpretazione si fa beffe delle forme e dei limiti della democrazia rappresentativa sancita dalla carta costituzionale sacrificata sull’altare di una moderna democrazia autoritaria che affida all’unto del popolo la nomina di deputati e senatori.

Poiché questa artificiosa costruzione ideologica sembra il denominatore comune alle forze presenti nell’arena politica, anche in alcune aree dell’opposizione, è auspicabile allora che almeno i ministri siano dei tecnici di comprovata esperienza. L’indirizzo politico del presidente del Consiglio deve potersi coniugare con una efficace azione amministrativa della quale solo un tecnico della materia può farsi garante. Ecco perché non sarebbe un’assurdità pescare i singoli ministri davvero fuori dalla politica, tra i più oscuri ma sperimentati funzionari e dirigenti della pubblica amministrazione. Solo chi l’ha vissuta dall’interno, e magari dal gradino più basso sino ai più alti livelli di responsabilità, è in grado di individuare i guasti della macchina e ripristinarne il funzionamento.

Al presidente del Consiglio si richieda dunque una consumata abilità politica, fatta di tatto, diplomazia, credibilità, progettualità, capacità di tessere alleanze internazionali, lungimiranza e fiuto nella scelta dei collaboratori più stretti. Al ministro, nella concretezza della sua responsabilità amministrativa, spetti invece il compito severo di realizzare il programma di settore e correggere il tiro, se necessario. Non sembra un’idea indegna di essere presa in considerazione nelle sabbie mobili in cui si è cacciata la politica italiana. In un Paese sgangherato come il nostro potrebbe persino funzionare.

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