Dati Unioncamere e Ministero del Lavoro: stage e tirocini non pagano

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di Laura Guadalupi

Essere o non essere. Sembra una dicotomia senza scampo, invece c’è un modo per sfuggire all’antitesi. Basta decontestualizzare il dubbio amletico, riportarlo ai giorni nostri e applicarlo alla condizione socio-occupazionale di molti giovani.

Ci sono coloro che si trovano ad essere studenti o lavoratori e coloro che non sono né studenti lavoratori (la cosiddetta neet generation). Si profila poi la categoria eterogenea degli stagisti, che raggruppa al suo interno quelli che svolgono un tirocinio a integrazione del proprio percorso formativo e quelli che invece hanno già completato gli studi. Ebbene, il superamento della dicotomia essere/non essere avviene proprio con questi ultimi: gli stagisti laureati si trovano ad “essere il non essere”, cioè la loro essenza sociale è data dalla doppia negazione di non essere più studenti e al contempo non essere ancora lavoratori. Il che vuol dire tutto e niente.

Tirocinio, stage o internship. In qualunque modo lo si voglia chiamare, è questo per molti giovani neolaureati una specie di limbo fra l’addio agli studi e l’ingresso nel mondo del lavoro. Un interstizio denso di speranze quanto di delusioni. Perché se è innegabile la portata formativa di molte esperienze di tirocinio, è altrettanto vero che chi intraprende uno stage spesso si ritrova a fare i conti con… conti che non tornano (molti tirocini non prevedono neanche un rimborso spese) e aspettative disattese quando il merito non si traduce in assunzione.

I dati forniti dal Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro  parlano di quasi 311mila tirocini attivati in Italia lo scorso anno[1]. Un valore in diminuzione, se confrontato con gli oltre 320mila stage del 2009, ma al cui interno si registra un aumento degli stagisti assunti. Sono infatti più di 38mila i tirocinanti integrati in azienda nel 2010, a fronte dei quasi 37mila dell’anno precedente.

Le cifre sulle assunzioni, benché positive, sono comunque ancora troppo esigue. In punti percentuali equivalgono solo al 12,3% del totale degli stagisti, una goccia nell’oceano di quanti sperano che i sacrifici fatti per sostenere uno stage verranno ripagati con un contratto. E il restante 87,7% cosa fa?

Ci sembra verosimile abbracciare l’analisi proposta dall’European Youth Forum, ben sintetizzata in un articolo comparso sul sito dell’Oecd, l’Organizzazione internazionale per la promozione del benessere economico e sociale. Il più delle volte, si legge, i giovani europei passano da un tirocinio all’altro, percorrendo una strada che non porterà a nulla se non ad aggiungere un paio di righe in più sul curriculum. Gli stage precari e gratuiti dei neolaureati non servono a ottenere un lavoro, quindi… Grazie, ma no grazie! È il titolo dell’articolo e al tempo stesso espressione del sentire di tanti giovani non più disposti a dare tutto per ottenere in cambio poco o nulla.

Se sperare che uno stage spalanchi le porte del mondo del lavoro è lecito, illudersi non è consentito, pena la perdita di tempo ed energie in una gavetta infinita. Antibiotico contro il virus di stage-specchietti per allodole è l’informazione. Conoscere le iniziative promosse da realtà quali la Repubblica degli Stagisti e il Manifesto dello Stagista in difesa dei diritti dei tirocinanti è già un passo avanti verso la consapevolezza che non è obbligatorio accettare tutto, a qualsiasi condizione.

La tutela dei diritti dello stagista deve approdare, però, anche all’Università. Ci sono insegnanti che si attivano per questo, come la Professoressa Giovanna Cosenza dell’Università di Bologna, che fa parte tra l’altro della commissione tirocini del corso di laurea in Scienze della Comunicazione. Dalle pagine del blog personale si legge della battaglia quotidiana da lei intrapresa per informare i ragazzi che, anche se non è previsto dalla legge, possono chiedere almeno un rimborso spese per il tirocinio curriculare.

La strada per debellare il virus del lavoro gratis sembra lunga, ma confidiamo che l’antibiotico dell’informazione possa correre sui binari dell’alta velocità informatica e guarire quanti ancora non sono consapevoli che il virus è già in incubazione anche tra di loro, che pensano di non aver diritto a nulla perché, tutto sommato, a lavoro ci vanno in bici.


[1] È interessante notare che la percentuale di laureati o laureandi sul totale dei tirocinanti ammonta al 32,1%. La maggiore concentrazione, ben al di sopra della media, si ha nei servizi dei media e della comunicazione, dove gli stagisti laureati sono il 70%. Il minor numero si registra invece nei servizi turistici, di alloggio e ristorazione, con una quota del 12,3% (dati: Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro).

 

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4 thoughts on “Dati Unioncamere e Ministero del Lavoro: stage e tirocini non pagano

  1. Ci tengo a dire che se ti fai notare in un posto dove fai lo stage, magari non ti tengono subito ma ti tengono in considerazione. Io ho fatto lo stage, gratuito, per tre mesi, ero brava, mi hanno assunto. Ho avuto degli altri stagisti. Molti non avevano inventiva, capacità, voglia di fare. Non me se ne voglia, ma penso che in quell’87% almeno la metà non fosse idonea a quel lavoro.

  2. Valeria magari sei stata solo fortunata e quindi ti permetti di parlare così!!E se invece almeno la metà fosse più che idonea?Lo stage è solo diventato uno strumento di sfruttamento quindi fossi in te ci penserei su due volte prima di esprimere giudizi e soprattutto ti consiglierei di informarti!!

  3. Nell’arena dell’informazione a sostegno di una nuova mentalità del lavoro e per il lavoro, soprattutto giovanile (ma non solo: professionalmente, oggi, si è “giovani” fino a età che, qualche decennio fa, sarebbero state sinonimo di “realizzazione”, “affermazione”, “solidità”…), siamo scesi anche noi di http://www.professionecandidato.it.
    Aiutiamoci a farla circolare, quest’informazione, di cui c’è molto bisogno per focalizzare obiettivi e proposte e trasformare il malcontento e la denuncia in azione concreta. Grazie!
    P.C.

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