Letteratura, premi e concorsi: mancano le quote rosa?

di Daniela Silva

La prima donna italiana a prendere in mano la penna con intenti letterari sembra essere stata Compiuta Donzella nel 1200, della quale ci restano solamente tre sonetti. Da Compiuta ad oggi, molte donne italiane e non si sono avvicinate alla scrittura, ognuna con un intento differente, ognuna con i risultati più disparati.

Nella classifica dei libri più venduti in Italia ai primi posti troviamo: “Inheritance” di Christopher Paolini; “1Q84” di Haruki Murakami; “Mr Gwyn” di Alessandro Baricco; “Le prime luci del mattino” di Fabio Volo, “Tre atti e due tempi” di Giorgio Faletti; “Il silenzio dell’onda” di Gianrico Carofiglio; “La setta degli angeli” di Andrea Camilleri; “Sono contrario alle emozioni” di Diego De Silva; “Così è la vita. Imparare a dirsi addio” di Concita De Gregorio e “Steve Jobs” di Walter Isaacson.

Salta subito all’occhio che in una classifica composta da dieci libri, nove sono scritti da uomini. Ora, per carità, grandi romanzieri, nulla da dire, ma la riflessione è d’obbligo: perché si comprano (e si leggono) solo libri scritti da uomini? Potrebbe, apparentemente, sembrare un problema solo nostrano. In realtà, possiamo rasserenarci, dal momento che un, non più così recente (dal momento che è datato 2005), sondaggio pubblicato dall’autorevole “The Guardian”  rivela che, mentre le donne hanno propensione a leggere sia autori uomini che donne, quattro uomini su cinque affermano che l’ultimo romanzo letto è scritto da un uomo e molti neppure si ricordano dell’ultima autrice letta. Tutto ciò nonostante, e questo lo rivela il mercato, ben il 60% degli scrittori nel Regno Unito siano donne.

Purtroppo anche per quanto riguarda i premi letterari il gentil sesso viene drasticamente sorpassato. Basti pensare che negli ultimi due decenni gli uomini hanno vinto ben il 65% dei premi Pulitzer, nonostante la vittoria di quest’anno da parte di Jennifer Egan con “Il tempo è un bastardo” ci smentisca; il 70% dei premi Nobel per la letteratura, l’ultimo vinto dallo svedese Tomas Tranströmer; e dei premi Man Booker, anche in questo 2011 vinto da un uomo, Julian Barnes con “The sense of ending”; l‘80% dei Georg Buchner Preis e dei premi Strega, l’ultimo assegnato a Edoardo Nesi; mentre le vincitrici del Campiello arrivano al 35% nello stesso periodo.

I riconoscimenti per la poesia, il teatro, i saggi e il giornalismo mostrano uno scarto ancora maggiore tra i due sessi. Uno squilibrio dovuto all’incapacità delle donne di scrivere opere importanti? Difficile crederlo. Piuttosto tra le motivazioni è possibile rintracciare delle ineguaglianze nel giornalismo della carta stampata: i critici e i “talentscout” sono spesso uomini di una certa età. Un recente rapporto di Women in journalism  rivela che il 74% dei giornalisti di quotidiani nazionali del Regno Unito sono uomini mentre le donne rappresentano solamente un terzo dei giornalisti che si occupano di business e di politica, solo il 3% si occupa di sport. Secondo il Rapporto, inoltre, le donne hanno meno probabilità di ricoprire ruoli manageriali e otto giornali su dieci hanno editori maschi.

Una parte di responsabilità poi sembra vada affidata alla critica letteraria. Leggendo i risultati dello studio del 2010 denominato “Woman in literary arts” dell’associazione VIDA mostrano che le donne contribuiscono a meno di un quarto delle critiche e delle cronache letterarie nelle riviste d’arte, di cultura e politica britanniche.

Forse, alla luce di ciò, è arrivato davvero il momento di chiedersi: ma gli uomini scrivono davvero meglio delle donne?

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