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	<title>Mediapolitika - Settimanale on line &#187; desantis1</title>
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		<title>Dall&#8217;Europa a Palazzo Chigi. Mario Monti si avvia a formare il governo di emergenza</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 20:17:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>desantis1</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(foto in home page di Friends of Europe on Flickr) di Emiliana De Santis Il severo monito, stavolta, è più forte che mai. Il Capo dello Stato ha diramato tre note in meno di trentasei ore: una per rendere note le dimissioni di Berlusconi, una per confermare che sono effettive e non soltanto &#8220;annunciate&#8221;, una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(foto in home page di <a href="http://www.flickr.com/photos/friendsofeurope/">Friends of Europe on Flickr</a>)</p>
<p><strong>di Emiliana De Santis</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il severo monito, stavolta, è più forte che mai. Il Capo dello Stato ha diramato tre note in meno di trentasei ore: una per rendere note le dimissioni di Berlusconi, una per confermare che sono effettive e non soltanto &#8220;annunciate&#8221;, una per rassicurare l&#8217;Europa sulla capacità italiana di uscire dall&#8217;<em>impasse</em>. Perché questo è quello che i mercati ci hanno voluto dire con lo spread a 575 punti. Le cancellerie di mezzo mondo non credono più nell&#8217;Italia, non reputano affidabile né Silvio Berlusconi né il sistema politico che gli ruota intorno. Il tasso di interesse che cresce sui nostri titoli di Stato è nient&#8217;altro che un premio sul rischio per il loro acquisto, quindi aumenta in presenza di incertezza e di mancata trasparenza. I mercati vogliono rassicurazioni, ce lo ha detto anche la Merkel: &#8220;Il problema dell&#8217;Italia non sono le risorse o il pur enorme debito pubblico ma il caos politico&#8221;. Obama ha rincarato la dose.</p>
<p style="text-align: justify;">Napolitano sta interpretando a pieno le prerogative che la Costituzione e, soprattutto, la contingenza, gli hanno conferito. È insieme Capo dello Stato, regista del futuro Governo, guida politica e faro istituzionale in un momento in cui la bussola sembra smarrita. In Italia non perdi mai totalmente né totalmente vinci, il sistema è strutturato per indurre al galleggiamento, al bilanciamento. Depretis non ha inventato il trasformismo, ha colto una tendenza. Ma chi non è pratico, non può capire. Deve essere per questo motivo che, anche i berluscones più acerrimi, in nottata, hanno consigliato al Capo di fare l&#8217;ultimo, decisivo passo: apporre il suo nome in calce al decreto di nomina a senatore a vita di Mario Monti. Frattini, riferiscono indiscrezioni da Palazzo Grazioli, avrebbe pronunciato la fatidica frase: &#8220;Caro Silvio, i mercati non comprenderebbero le elezioni&#8221;.  Appoggiare dunque il Governo tecnico/di responsabilità nazionale di Monti, il burocrate europeista, direttore della Bocconi, internazionalmente stimato e politicamente insipiente. Meglio del vuoto, meglio del buio, della paralisi del Parlamento. Alle 19.17 di mercoledì 9 novembre Monti è senatore a vita. Lo stesso giorno, nell&#8217;anno domini 1989, cadeva il Muro di Berlino. In Italia, 22 anni dopo, cadeva il muro della finzione, picconato dalle liti della Lega, dal desio di Quirinale di Casini, dal <em>bunga bunga</em>, da Ruby Rubacuori e dall&#8217;antipolitica delle piazze.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c&#8217;è mai stato vero sentore di elezioni. Piuttosto di un traghetto verso le urne, a misure economiche varate e a legge elettorale cambiata. Certo, in parecchi sono rimasti a bocca asciutta, a cominciare dal Presidente del Senato, Renato Schifani, bravo a celare dietro un &#8220;Benvenuto&#8221; il mal di pancia di chi ha appena perso un&#8217;occasione. Suo, insieme a quello di Gianni Letta, il primo nome sbandierato da giornali e telegiornali in tempi che ora sembrano remoti, ma che non rimandano tanto in là nei giorni. Defilato Letta, l&#8217;ombra arguta e diplomatica del Cavaliere, il vertice di Palazzo Madama, si spendeva in dichiarazioni che più quirinalizie non si può. Non era il suo momento, per quanto stia giocando, insieme a Gianfranco Fini, astutamente a scacchi nella lunga partita della vita parlamentare.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che ora ci serve è un non-politicante, un uomo non compromesso con l&#8217;attuale sistema partitico. Serve qualcuno che sia sufficientemente autonomo, autorevole e stimato per fare ciò che nessuno ha avuto a cuore di fare, ossia riforme dolorose e impopolari ma necessarie. Cambiamenti, tagli netti e mirati. Si prepara il terreno della rinascita, delle elezioni vere, dibattute e volute, non quelle delle campagne acquisti natalizie. L&#8217;Europa non è più dietro le Alpi. Con la nomina di Mario Draghi e la compravendita dei Btp italiani, l&#8217;Unione europea è dentro casa nostra e non si può ignorare, come è stato fatto con la lettera Trichet-Draghi e con l&#8217;ultimo questionario a firma di Olli Rehn. A Bruxelles vogliono modi, tempi, misure e concretezza. Il debito pubblico c&#8217;è, pure la ricchezza c&#8217;è. Lo dicono la nostra storia e il nostro patrimonio, di cui viene prevista una liquidazione per far cassa. Si potrebbe far cassa con una patrimoniale, e forse Monti siederà a Palazzo Chigi proprio per farne una. In nome dell&#8217;Italia, della Repubblica, del bilancio. Non siamo pronti per votare, il Paese é spaccato, sfiduciato e, soprattutto, senza speranza. Premono Bossi e Di Pietro per il ricorso alle urne, annunciando lo schieramento nei banchi dell&#8217;opposizione qualora il governo Monti dovesse diventare realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">La crisi ha portato in superficie i malumori di tutti, trasversali alle singole formazioni politiche, compattate dall&#8217;urgenza ma in fermento continuo negli orticelli degli interessi privati. Per un Bersani che fino a un mese fa chiedeva a Napolitano di sciogliere le Camere per andare a votare, oggi c&#8217;è un Partito Democratico che fa sponda a Casini e a tutto il Terzo Polo per evitare l&#8217;appuntamento elettorale e, con esso, la responsabilità di fare delle riforme che ne silurerebbero la desiderabilità politica per i prossimi venti anni. Di Pietro da battaglia al governissimo: le urne, a febbraio, di sicuro premierebbero la sua formazione e non cogliere il momento potrebbe essere fatale a un partito che basa spesso sulla chiacchiera ad alto volume il consenso popolare. Di fronte a questa crisi, però, non possono reggere le sgrammaticature populiste dell&#8217;ex pm di Mani Pulite. Vendola, dopo una prima esitazione, pare averne preso atto, e dalla Cina si dice pronto ad accettare l&#8217;esecutivo di responsabilità, augurandosi che sia breve, succinto e compendioso.</p>
<p style="text-align: justify;">La Lega, via Bossi, fa sapere che non ci sta a garantire la maggioranza a un premier tecnico e a un governo di larghe intese: o Silvio o il voto. Il cerchio magico si stringe intorno a Reguzzoni, Maroni sta chiarendosi le idee e rumoreggia in sottofondo, consapevole di un mancata riconferma che potrebbe, tuttavia, giocare a suo favore. Pare che Mario Monti non abbia chiesto la sua permanenza al Viminale durante l&#8217;esecutivo di emergenza, il che significa che il ministro dell&#8217;Interno al momento è considerato personaggio forte, in grado di ostacolare certe scelte indispensabili. Maroni, quindi, si riprende Pontida, si riprende la folla dei Longobardi fieri e recalcitranti, e si avvia con Alfano verso il futuro della destra italiana. Per quale motivo bruciare entrambi ora? Berlusconi, con Forza Italia e con il Pdl, sottobraccio al Carroccio, è riuscito a sdoganare la destra come formazione di Governo. Riaccreditata, ringiovanita e svincolata dall&#8217;imprenditore padrone, la destra moderata e popolare potrebbe avere un certo successo nel paese dei Comuni e dei mille campanili, delle famiglie e del Vaticano, chiassoso quanto basta per trasformare buone idee progressiste in proclami di circostanza.</p>
<p style="text-align: justify;">E il toto ministri suscita più entusiasmi del fantacalcio. Restano Franco Frattini, Altero Matteoli e Raffaele Fitto. Si danno per certi Giuliano Amato all&#8217;Interno e la discesa in campo di Enrico Letta (nipote di cotanto zio) al dicastero del Lavoro; si fa il nome di Lorenzo Bini Smaghi al Tesoro, neo dimesso dal board della Banca Centrale Europea, sempre che la docenza ad Harvard non lo obblighi a rinunciare in favore di Fabrizio Saccomanni o di Vittorio Grilli. Un esecutivo in parte tecnico e in parte politico. Soprattutto, un Governo del Presidente, su cui Napolitano, con un atto di coraggio che tutti speravano ma non si aspettavano, ha posto il sigillo, mettendo a tacere le polemiche quand&#8217;ancora erano in nuce. Alcuni mal pensanti fanno notare che, essendo stato appena nominato senatore a vita, Mario Monti riceverà lo stipendio come senatore e come Presidente del Consiglio. Somma di salari e somma di cariche. Sarà per breve tempo, di sprechi ce sono stati tanti e di gran lunga più inutili. Basta stabilire una data per le elezioni e nel frattempo governare con il più ampio consenso possibile per fronteggiare i conti, preparando il futuro politico e dando un segnale di serietà. Così ha fatto la Spagna, ne attestiamo il positivo risultato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne siamo capaci? Arrivano dei momenti in cui la storia ci obbliga a fermarci e a riflettere. Ci insinua nelle mente un desiderio di virata, un salto di qualità. &#8220;L&#8217;Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani.&#8221;</p>
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		<title>PRIMAVERA ARABA: QUELLO CHE FACEBOOK NON AVEVA PREVISTO</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 15:03:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Emiliana De Santis La quiete dopo la tempesta, le prove di democrazia dopo la grande rivolta. Ammesso e non concesso che la tempesta sia finita. Lo scorso 23 ottobre, con un rinvio di tre mesi rispetto al calendario fissato, i tunisini si sono recati alle urne con un percentuale che ha superato ogni aspettativa: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_15690" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.mediapolitika.com/wordpress/wordpress/wp-content/uploads/2011/11/www.static.euronews.net_.jpg"><img class="size-medium wp-image-15690" title="www.static.euronews.net" src="http://www.mediapolitika.com/wordpress/wordpress/wp-content/uploads/2011/11/www.static.euronews.net_-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a><p class="wp-caption-text">www.static.euronews.net</p></div>
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<p style="text-align: justify;"><strong>di Emiliana De Santis</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La quiete dopo la tempesta, le prove di democrazia dopo la grande rivolta. Ammesso e non concesso che la tempesta sia finita. <strong>Lo scorso 23 ottobre</strong>, con un rinvio di tre mesi rispetto al calendario fissato, <strong>i tunisini si sono recati alle urne con un percentuale che ha superato ogni aspettativa: ben il 90% degli aventi diritto al voto</strong>, ha fatto la fila in maniera paziente e pacifica per esprimere una preferenza sui partiti che andranno a comporre l’Assemblea Costituente del piccolo paese maghrebino. A seguito delle proteste di gennaio e della cacciata del dittatore <strong>Zin el-Abidin Ben Al</strong>ì infatti, la Costituzione del 1959 è stata sospesa e l’Assemblea eletta dovrà redigerne una nuova entro un anno. Ma la vera battaglia è solo all’inizio. In questo momento, essendo difficile tracciare un bilancio dei movimenti che stanno montando in tutta l’area e propagandosi come un’onda dal Vicino e Medio Oriente fino all’Iran, la Tunisia è una sorta di fucina, di laboratorio delle idee, in cui testare l’effettiva capacità di questi Paesi di raggiungere la stabilità, dotandosi di un Governo che riesca a far pulsare contemporaneamente le tante anime dei cittadini che la abitano. Tanti sono i miti da sfatare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Iniziamo con il primo</strong>. Da Rabat fino a Teheran, non tutta la popolazione che abita quest’area è araba; gli iraniani sono infatti persiani, non arabi, e il Regime degli Ayatollah è seguace di un Islam sciita in pieno e aperto contrasto con il predominio sunnita dell’Arabia Saudita. Sono questi due stati i veri pivot della contesa geopolitica attualmente in atto nell’<em>heartland </em>mondiale, una contesa che vede fronteggiarsi tre questioni strategiche per il futuro del globo: il destino dei luoghi sacri musulmani, La Mecca su tutte, l’approvvigionamento energetico che transita per il 40 percento dal Golfo Persico, e la corsa al nucleare, in via di arresto in Europa e negli Stati Uniti ma fermo cavallo di battaglia di Israele (che lo fa ma non lo dice), dell’Iran (che lo fa e lo dice) e della Siria (che sbandiera eventuali programmi ma non li attua).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Passiamo al secondo</strong>. Islam non fa equazione con terrorismo ed eleggere un partito di ispirazione islamica non implica per forza una deriva verso regimi teocratici come quello di Teheran. Il Marocco di Re Mohammed VI e, più ancora, la Turchia di Erdogan, sono esempi di una politica che usa la retorica musulmana e religiosa – come faceva il laicissimo Ataturk – quale collante nazionale e linguaggio di base per essere capita dalla maggioranza delle persone. Tralasciando il discorso sul neo-ottomanesimo di Ankara, la Turchia ci sta dimostrando come un Paese possa essere islamico e moderato, legato alla fede ma perfettamente consapevole che la politica nulla ha a che vedere con essa. In questo concetto, spesso sfuggente, sta il cuore dell’errore dei regimi appena rovesciati in Tunisia, Egitto e Libia: barcamenarsi tra due spauracchi, le potenze coloniali occidentali e l’Islam radicale, di cui le autocrazie militari della regione si sono presentate come strenue avversarie per giustificare la repressione delle libertà più elementari. Ed è per lo stesso motivo che il voto tunisino ha suscitato un così grande clamore. La maggioranza delle preferenze è andata a Ennadha, <em>Rinascita</em>, di Rached Gannouchi, formazione di ispirazione islamista. Fomentate dallo strabismo deformante delle lenti etnocentriche, le cancellerie occidentali tremano, i commentatori più radicali si sono spinti oltre i confini delle ipotesi e già intravedono nella Tunisia un nuovo Iran, citando come esempio i disordini che da qualche giorno agitano Sidi Bou ‘zid, cittadina da cui è iniziata la rivolta contro Ben Alì.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma le contestazioni, pur giuste, dei sostenitori di Pétition Populaire (PP), partito cancellato dalle sei circoscrizioni in cui aveva stravinto e ritiratosi dalla Costituente, non cambiano il risultato. La ricerca della stabilità richiede tempo, richiede dibattito, non sempre pacifico; c’è un percorso di metabolizzazione che non può avvenire dall’oggi al domani. Ennadha avrebbe vinto comunque perché, a differenza di PP, è composta da esponenti non legati al vecchio regime. Certo, è finanziata dall’Arabia Saudita e dalla Fratellanza Musulmana, ma non è detto che questo sia un male; la formazione di Gannouchi ha una ramificazione straordinaria nella società civile. In un certo senso fa quello che la Democrazia Cristiana e le associazioni cattoliche fecero in Italia tra gli anni ‘50 e ’60, ovvero educare, prendersi cura e sostenere i cittadini in maniera diffusa e capillare la dove lo Stato è assente. Però dell’Islam si ha sempre più paura, perché il musulmano, nel linguaggio comune, è il nemico, è l’altro, il barbaro d’oriente. Un retaggio di millenni di storia e di un 11 settembre che non ci abbandonerà mai.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ultimo mito</strong>. Facebook ha sostenuto le rivolte ma non è il <em>deus ex machina</em> delle rivolte.  Queste erano in nuce già dai primi anni del nuovo Millennio in formazioni come la egiziana Kifaya. Ciò che mancava era il catalizzatore, l’anello di congiunzione tra l’idea di rivoluzione e le persone che la mettono in pratica, il ponte per la condivisione. D’altronde, in una società che su 300 milioni di individui ne conta più della metà sotto i 25 anni, disoccupati ma istruiti, cresciuti all’ombra del web 2.0, qualcosa avremmo pure dovuto aspettarcelo. A Nord del Mediterraneo, invece, la rivoluzione non era stata prevista. Ciò che abbiamo sottovalutato è stata la rapidità di movimento delle masse, favorita appunto dai social media. Insieme a Youtube, a Google e ad Al-Jazeera, più ancora che Twitter (usato soprattutto per comunicare con i media stranieri), Facebook ha dato vita allo spazio multimediale in cui l’opinione pubblica panaraba ha potuto propagarsi senza restrizioni. L’invenzione di Mark Zuckemberg è stata per la Primavera Araba un contenitore, la piattaforma gratuita su cui scambiare le informazioni, organizzare gli eventi e pianificare gli incontri. Il tam tam dei post e dei gruppi ha permesso la circolazione delle immagini e dei video delle Piazze immessi su Youtube da giovani studenti e girati con semplici telefonini. Il tutto mentre Google istituiva dei numeri di telefono tramite cui twittare in voce impressioni, commenti e fatti, poi inseriti nella rete. Senza contare il ruolo svolto da Al-Jazeera, coadiuvante e coadiuvata dalle rivolte, <em>newsmaker</em> attento a coprire i fatti ma, soprattutto, il crescendo di emozioni suscitate dalla <em>tawra</em>, rivoluzione, e dall’<em>Intifada. </em></p>
<p style="text-align: justify;">L’emittente del Qatar, che festeggia in questi giorni il suo quindicesimo compleanno, è tornata alle origini grazie ai giovani arabi, ridefinendo il proprio ruolo e ritrovando un’identità smarrita dopo l’11 settembre. Se Facebook è stato l’infrastruttura organizzativa, Al-Jazeera ha messo in campo un giornalismo multipiattaforma, partecipativo, integrato con i social media. Tramite inviati e anchorman esperti, ha seguito ogni giorno l’evolversi dei fatti su Internet e ne ha fatto notizia da comunicare all’interno, tramite il canale in lingua araba, e all’esterno, attraverso il canale all news in inglese. Universi finalmente in accordo dopo anni di reciproca diffidenza. Aiutata dalla banda larga e dai finanziamenti dell’Emiro, <em>AJ</em> ha messo in campo un’ accurata politica manageriale che punta a sbarcare nel mercato statunitense, applicando alle informazioni la modalità “Guerra di Gaza” (2009): parlare la stessa lingua dei giovani e sostenere la mobilitazione, divulgando le immagini dalle piazze arabe al resto del mondo. In pieno e aperto contrasto con le televisioni di stato, strumento di propaganda dei dittatori, portavoce asservito del potere di turno e ormai in discredito presso una popolazione che beneficia dell’accessibilità e della semplicità di Internet.</p>
<p style="text-align: justify;">Se una rivoluzione vera c’è stata, non è stata soltanto politica. Nel vasto orizzonte dei mass media, abbiamo assistito al rovesciamento delle priorità, all’inizio del declino della televisione in favore dei mezzi in grado di interagire su più livelli nello stesso momento. <em>Mubarak muore e sale in cielo. Gli vanno incontro Nasser e Sadat e gli fanno: “Allora, caffè avvelenato o pedana?<a href="/Users/UfficioStampa/Downloads/22%20-%20Primavera%20Araba.%20Quello%20che%20Facebook%20non%20aveva%20previsto.docx#_ftn1"><strong>[1]</strong></a>”. E Mubarak risponde: “Facebook”<strong> </strong></em></p>
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="/Users/UfficioStampa/Downloads/22%20-%20Primavera%20Araba.%20Quello%20che%20Facebook%20non%20aveva%20previsto.docx#_ftnref1">[1]</a> La vulgata araba vuole che Nasser sia stato assassinato con un caffè avvelenato; mentre, per quanto concerne la pedana, si fa riferimento all’uccisione di Sadat mentre teneva il discorso celebrativo per la vittoria nella guerra di Ottobre</p>
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		<title>GOVERNO BOCCIATO SUL RENDINCONTO. PASSA LA FIDUCIA INSIEME A NUOVE &#8220;POLTRONE&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2011 17:08:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Emiliana De Santis Una gaffe curiosa, più significativa di ogni altra verità, come curioso è l&#8217;incidente parlamentare di martedì scorso. Chi l&#8217;avrebbe mai detto che un esecutivo potesse essere battuto sulla più elementare delle attività di amministrazione dello Stato: il voto di approvazione del rendiconto generale dello Stato. Non proprio una sconfitta, un pareggio, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Emiliana De Santis</strong></p>
<p>Una gaffe curiosa, più significativa di ogni altra verità, come curioso è l&#8217;incidente parlamentare di martedì scorso. Chi l&#8217;avrebbe mai detto che un esecutivo potesse essere battuto sulla più elementare delle attività di amministrazione dello Stato: il voto di approvazione del rendiconto generale dello Stato. Non proprio una sconfitta, un pareggio, 290 sì contro 290 no. La maggioranza richiesta era di 291 voti. Una sfumatura si direbbe, che tuttavia in democrazia conta come una sconfitta. È la dittatura della maggioranza, da qualunque lato la si voglia vedere.</p>
<p><em>Di venere e di marte non ci si sposa, non si parte e non si dà inizio all&#8217;arte.</em> Questo dice il proverbio popolare cui il Premier sembra non aver dato ascolto, salvo poi vedersi palesato il Big Bang &#8211; quello vero, non quello paventato da un Matteo Renzi che rottamato dai suoi stessi rottamatori non fa più paura. Martedì pomeriggio, a Montecitorio, si è consumata l&#8217;ultima sfida nella eterna lotta contro il Capo. Si votava la quasi scontata approvazione del rendiconto generale, un documento di finanza pubblica che fa parte dell’esercizio di bilancio che ogni anno il Parlamento si occupa di certificare secondo quanto stabilito dall&#8217;articolo 81 della nostra Costituzione. L&#8217;atto è redatto dalla Ragioneria Generale, organo del ministero del Tesoro ed altro non è che un consuntivo delle spese effettuate e delle entrate registrate dalla pubblica amministrazione nell&#8217;anno precedente. Un documento da commercialisti, che però influisce non poco sugli equilibri economici e politici dello Stato dato che proprio su di esso si basa la legge di bilancio e quindi il Documento di Economia e Finanza (la vecchia legge di stabilità) che il Governo sottopone all&#8217;approvazione degli emicicli parlamentari dopo il giudizio di parificazione della Corte dei Conti. Senza un resoconto dell&#8217;anno precedente, non si possono effettuare le spese dell&#8217;anno venturo. Ecco perché la bocciatura dell&#8217;articolo primo di quel documento, il cappello introduttivo di quella lunga serie di numeri, equivale a una stroncatura delle politiche economiche del Governo. Questo devono aver pensato le opposizioni quando hanno gridato di gioia dopo che il pareggio di Montecitorio assegnava loro l&#8217;iniziativa e, finalmente, l&#8217;occasione, di mettere la parola fine a quel lento spegnimento del focolare governativo che è in corso.</p>
<p>In teoria. In pratica, se la strategia dell&#8217;Aventino ha avuto i suoi effetti mediatici, il giochetto non è riuscito e il Premier si è trovato di nuovo con una fiducia di 316 voti su 309 richiesti per la validità del voto medesimo. Essere <em>radicali </em>in certe occasioni non aiuta poi molto. Dopo l&#8217;incidente parlamentare di martedì, Berlusconi ha annunciato che si sarebbe recato in Aula per tenere un discorso su cui avrebbe poi chiesto la fiducia, in attesa della decisione della Giunta sul regolamento in merito alla prosecuzione della discussione del disegno di legge che contiene il rendiconto. Ma quest&#8217;organo, in cui l&#8217;opposizione detiene più posti della maggioranza, ha stabilito che l&#8217;esame del disegno di legge non potesse andare avanti poiché la bocciatura del primo articolo ne precludeva il senso totale. Mezzogiorno di fuoco per il Cavaliere che ha dovuto contemporaneamente rinserrare i ranghi del partito, dare alla Lega un contentino, assicurarsi il sostegno di Scajola e dei malpancisti con qualche poltrona e pensare a un escamotage con cui ripresentare in Parlamento un provvedimento appena bocciato. Regola vuole che un disegno di legge non possa essere votato dallo stesso ramo del Parlamento che l&#8217;ha bocciato prima di sei mesi. Norma approvata, norma aggirata: il Premier si è presentato giovedì in Aula, affermando che il Governo avrebbe presentato un nuovo disegno di legge per l&#8217;approvazione del rendiconto, composto di un unico articolo e di una serie di allegati numerici, aperto al dibattito a palazzo Madama anziché a  Montecitorio, per buona pace del contestatissimo Fini. Che il Presidente dei deputati sia del tutto parziale non è una novità, ma del resto se non si comportasse in quel modo è probabile che, allo stato delle cose, la maggioranza usurperebbe tutte le prerogative delle Camere, oltre a quelle della democrazia.</p>
<p>Scena pietosa quella di un Berlusconi autoreferenziale, che durante il discorso cerca la testa del dopato Bossi come se si trattasse del bambino impaziente seduto vicino al papà mentre fanno la fila alla posta. Il Senatur sbadiglia 12 volte, smorfie curiose e ilari deformano il suo volto già contrito e assente, la bava alla bocca di chi sta lì per il solo dovere della cronaca e degli scudi padani. L&#8217;assolo di Sky ha reso televisivamente la fisica assenza di quella che il Premier si è premurato di definire <em>minoranza, </em>vuoto negato da tutte le altre reti che hanno trasmesso la diretta del discorso: un primo piano stringente che invece di negare un fatto di cronaca politica, ha dipinto sui volti di chi l&#8217;ha visto l&#8217;indignazione e la decadenza di una Repubblica che muore lentamente sotto i colpi d&#8217;accetta dell&#8217;interesse di due vecchi ospiti in una casa non loro. E si sa che gli ospiti sono come il pesce.</p>
<p>Il dietro le quinte è stato sicuramente più febbrile. Il Transatlantico trasformato nello studio di David Letterman, le segreterie politiche accese dal trillo incessante dei blackberry, le calcolatrici fuse dal conteggio dei parlamentari. Giovedì sera era quasi chiaro che la fiducia ci sarebbe stata, che ancora una volta Lui l&#8217;avrebbe fatta franca, stavolta con più fatica a causa dell&#8217;ex responsabile Sardelli e dei dissidenti Pdl, gli onorevoli Santo Versace, Giustina Destro e Fabio Gava. Tuttavia, proprio per andar certi, il Consiglio dei Ministri ha assegnato nell’ignoranza generale qualche poltrona qui e lì: l&#8217;ormai archiviato dipietrista Aurelio Misiti è il nuovo viceministro alle Infrastrutture mentre Catia Polidori, la figliol prodiga, assume un omonimo incarico allo sviluppo economico. Neosottosergretari all&#8217;Istruzione e all&#8217;Interno sono, rispettivamente, Giuseppe Galati dei Cristiano Popolari e Guido Viceconte. La prima chiamata, la comparsa sul varco dei Radicali, ha posto il sigillo su un voto che pure nella mattinata di venerdì era tornato paurosamente a vacillare. La cosiddetta <em>minoranza </em>non ha potuto contestare la mancanza del numero legale, sulla cui fissazione Fini è stato salomonico, quindi tutti di corsa in Aula per la seconda chiamata e, poco dopo, la dichiarazione &#8220;Oggi mi trasferisco in Parlamento per fare le riforme&#8221;. Questo ha detto il Premier, mentre il botulino teneva l&#8217;impalcatura di un viso quasi sfatto dalla calura di chi fino all&#8217;ultimo ha temuto per la propria incolumità</p>
<p><em>Il est clair comme de l&#8217;eau de roche, </em>direbbero i francesi. A Parigi, comunque, bello o brutto che sia, un Governo ce l&#8217;hanno e votano anche alle primarie per trovargli un&#8217;alternativa. In Italia non possiamo fare nemmeno quello, troppo impegnati a risolvere i garbugli procedurali, giuridici e giudiziari di qualcuno che sta bloccando con un tappo di sughero la voragine della crisi economica e sociale che inghiotte le vite di milioni di giovani. La fiducia autorizza la maggioranza a proseguire, almeno fino a dicembre, come se in qualche mese si potessero fare a suon di decreto le riforme mancate in tre anni. Ora che l&#8217;emergenza c&#8217;è davvero ed è democratica prima che finanziaria, come si comporterà questo esecutivo? Continuando a fare ciò che gli riesce meglio, “abbattere la crescita”. Bella battuta.</p>
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		<title>AAA. OPPOSIZIONE CERCASI</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Oct 2011 09:04:41 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Emiliana De Santis</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nella maggior parte dei sistemi bipolari, esiste una maggioranza che è diretta manifestazione del partito uscito vittorioso dalle elezioni e un Primo Ministro che é espressione di quel partito, scelto dalla formazione politica prima che la consultazione elettorale abbia luogo. Di norma lo stesso accade anche per l&#8217;opposizione che, conscia di aver perso la consultazione, gioca comunque un ruolo cruciale nella definizione delle scelte di governo, se non altro per accreditarsi in vista delle successive tornate di voto. In Gran Bretagna è definito <em>il governo ombra, </em>una replica in tutto e per tutto delle dinamiche dell&#8217;esecutivo al potere. Per far questo, tuttavia, è necessario che l&#8217;opposizione sia credibile, coerente e in grado di compiere scelte comprensibili e unitarie. Ecco perché, in Italia, non esiste il bipolarismo ed ecco perché Berlusconi presidia ancora Palazzo Chigi.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;opposizione è quello scompaginato insieme di partiti che va dall&#8217;Udc di Casini a Sinistra ecologia e libertà di Nichi Vendola (si tralasciano le formazioni più piccole non perché non siano importanti ma per la semplice ragione che l&#8217;esiguo numero di rappresentanti in Parlamento non consente loro di influire). Ammesso e non concesso che sia difficile decifrare da quale parte voglia stare l&#8217;Udc, l&#8217;aria che tira è tanto conflittuale da prospettare frantumazioni interne allo stesso Partito Democratico. Il direttivo del Pd, lunedì scorso, è stato una debacle. Il parlamentino della sinistra si è diviso su tutto, dai commenti sulla lettera inviata al governo italiano dalla Bce, fino agli scenari post-berlusconismo, il tutto in una clima di latente tensione che sottintende una spregiudicata lotta alla premiership. La polemica Parisi-Bersani-Bindi non ha rasserenato gli animi. Parisi, promotore della raccolta firme per l&#8217;indizione di un referendum abrogativo dell&#8217;attuale legge elettorale, ha tenuto un discorso velatamente polemico, salvo poi depositare in segreteria il testo integrale del suo intervento in cui chiedeva a Bersani &#8220;di farsi da parte&#8221;, per aver commesso un clamoroso errore di valutazione nel non appoggiare il referendum. La Bindi legge il testo da indiscrezioni Ansa e interviene a sprombattuto, in tono accusatorio. Parisi chiarisce con una contro-dichiarazione, la Bindi si infuria, Bersani finge di non capire ma poi si chiude in ufficio, smarrito e deluso. Il direttivo si è concluso senza che la relazione del segretario fosse messa ai voti. Hanno evitato Lipsia ma non potranno evitare Waterloo.</p>
<p style="text-align: justify;">La verità è una soltanto. Il partito democratico, invece di chiarire le idee agli italiani su quali sarebbero i provvedimenti da prendere e le leggi da approvare per risollevarci da questa attanagliante crisi, non riesce a chiarirsi le idee neppure al suo interno. Bersani proclama di essere pronto per qualsiasi scenario ma in verità ambisce a un subitaneo ricorso alle urne, che impedirebbe lo svolgimento delle primarie (bloccate d&#8217;imperio fino a nuovo ordine) e lo lancerebbe perciò come unico candidato premier. Veltroni dissente, non manca di ricordare che fino a qualche settimana fa, la strategia era quella del governo di transizione. L&#8217;ex segretario punta su Matteo Renzi: se si andasse al voto nel 2013, ci sarebbe tutto il tempo di costituire un esecutivo di responsabilità che riformi la legge elettorale e, soprattutto, di svolgere un congresso durante il quale dare direttive certe sulle primarie e di fatto esautorare Bersani. Dario Franceschini ed Enrico Letta seguono a ruota. Sorge un dubbio su Parisi: appoggia se stesso a Palazzo Chigi o mira a insediare Prodi sul Colle più alto? La lotta è aperta e gli ex Ds, i dalemiani, non sono da meno. Il vertice del Copasir ha in testa il nome del giovane Matteo Ricci, presidente della provincia di Pesaro, a cui spianare la strada per le prossime consultazioni. Resta il nodo Casini. Per evitare un ritorno a destra dell&#8217;Udc, andrebbe stracciata la strana fotografia di Vasto, quella alleanza Pd-Idv-Sel, troppo virata a sinistra per il leader centrista. È altrettanto vero che, per attrarlo verso i democratici, qualcosa bisognerà pure dargli in cambio e non è detto che Bersani non sia pronto a sostenere l&#8217;ascesa del bel Ferdinando verso il Quirinale. In corsa, non si capisce più da quale parte, stanno anche Scajola e Pisanu, in un insolito asse congiunto contro patron Berlusconi.</p>
<p style="text-align: justify;">La confusione ingenera un dibattito deviato, in cui spuntano idee sconclusionate e inchieste da far cadere le braccia al più acerrimo dei <em>pasdaran</em>.<a href="http://blog.openpolis.it/2011/10/03/pubblicato-il-rapporto-lopposizione-che-salva-la-maggioranza/?utm_source=rss&amp;utm_medium=rss&amp;utm_campaign=pubblicato-il-rapporto-lopposizione-che-salva-la-maggioranza"> Openpolis</a> ha pubblicato un rapporto dal titolo &#8220;L&#8217;Opposizione che salva la maggioranza&#8221;. Provocatoro il titolo, spaventosi i contenuti. In breve: c&#8217;è una lunga serie di votazioni parlamentari, il 35% del totale, in cui la maggioranza avrebbe potuto essere battuta, con conseguente fallimento di norme infelici (legge sulla ricostruzione dell&#8217;Aquila, salvataggio Alitalia), ma ciò non è avvenuto a causa di assenze ingiustificate nei ranghi dell&#8217;opposizione. A favore degli onorevoli e dei senatori si può dire che i calcoli, pur essendo stati formulati su dati forniti dalle stesse Camere, spesso sono falsati a monte. Sono state infatti rubricate nella voce &#8220;assenze ingiustificate&#8221; quelle che in realtà erano dovute a missioni o congedi. Un margine di errore dunque esiste ma resta la sostanza dei numeri. Quelli che ci dicono quanto sia ormai velleitario sperare nell&#8217;opposizione quale credibile alternativa di Governo. L&#8217;ultimo scontro risale a mercoledì, cioè all&#8217;elezione del Presidente dell&#8217;Anci, l&#8217;Associazione dei Comuni Italiani. Il neoeletto Graziano Delrio, primo cittadino di Reggio Emilia, non è propriamente in buoni rapporti con Bersani e questo da la misura della montante insofferenza che cresce nel Pd per il suo segretario.</p>
<p style="text-align: justify;">Se domani si andasse alle urne, a legge elettorale invariata, siamo sicuri che Silvio Berlusconi ne uscirebbe perdente? Il grande sconfitto è, piuttosto Bersani, e con lui chi ancora crede nella politica.</p>
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		<title>29 SETTEMBRE: UN COMPLEANNO BIPARTISAN</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Sep 2011 09:00:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Emiliana De Santis Un anno fa, Silvio Berlusconi si presentava a Montecitorio chiedendo la conferma della maggioranza sui famosi cinque punti programmatici del Popolo della Libertà. Federalismo, piano di sviluppo per il Sud, sicurezza, alleggerimento del fisco e riforma della Giustizia. Si era appena consumato lo strappo con Fini e il Premier aveva bisogno di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_15277" class="wp-caption alignnone" style="width: 310px"><a href="http://www.mediapolitika.com/wordpress/wordpress/wp-content/uploads/2011/09/http-_static.tuttogratis.it_.jpg"><img class="size-medium wp-image-15277" title="http-_static.tuttogratis.it" src="http://www.mediapolitika.com/wordpress/wordpress/wp-content/uploads/2011/09/http-_static.tuttogratis.it_-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">http://static.tuttogratis.it</p></div>
<p><strong>di Emiliana De Santis</strong></p>
<p>Un anno fa, Silvio Berlusconi si presentava a Montecitorio chiedendo la conferma della maggioranza sui famosi cinque punti programmatici del Popolo della Libertà. Federalismo, piano di sviluppo per il Sud, sicurezza, alleggerimento del fisco e riforma della Giustizia. Si era appena consumato lo strappo con Fini e il Premier aveva bisogno di nuovi alleati per andare avanti. Per tenere in piedi il Governo, non per attuare i cinque punti, di cui finora si è visto ben poco. Complice la crisi economica internazionale e le pressanti inchieste giudiziarie a suo carico, il Cavaliere riesce faticosamente a tenersi stretta la poltrona, con grande amarezza di un altro leader, questa volta di sinistra. Parliamo di Pierluigi Bersani, segretario nazionale del Partito Democratico, ombra di se stesso nelle mille parodie con cui i media si sollazzano. Oltre le schermaglie politiche, una data accomuna i due uomini, il giorno del loro compleanno.</p>
<p>Uomini diversi per identiche responsabilità. Yuppie anni &#8217;90, telegenico e incantatore di folle l&#8217;uno, filosofo serioso ma con grande capacità di analisi economica l&#8217;altro, entrambi lottano a nome per conto del bene dell&#8217;Italia, in un gioco manicheo, mutuamente escludente. A dire: Berlusconi vorrebbe fare a meno di Bersani, Bersani non potrebbe fare a meno di Berlusconi. La verità è che nessuno dei due può esistere senza l&#8217;altro. Il Premier non avrebbe con chi confrontare la vita allegra, al limite di ogni etica, spregiudicata e rindaciana se non esistesse il segretario del Pd, impeccabile nelle sue maniche di camicia, volto della <em>rive</em> <em>gauche </em>italiana. D&#8217;altro canto Pierluigi da Piacenza, inconfondibile accento da emiliano d.o.c., non avrebbe argomento di comizio se a Palazzo Chigi non ci fosse Lui, la personificazione del male, la deriva consumistica dell&#8217;Italietta della Prima Repubblica, sua maestà della televisione. Non lo ammetteranno mai ma, se dovesse scomparire uno, scomparirebbe anche l&#8217;altro, facce simili e opposte di un bipolarismo tentato e mai veramente realizzato.</p>
<p>Silvio è il record man per eccellenza. Figlio di una casalinga e di un impiegato di banca, il primogenito di casa Berlsuconi è partiro come muratore, per poi fondare un impero sull&#8217;edilizia, coronato dalla creazione di Fininvest nel &#8217;75, e di Mediaset nel &#8217;93. Vicino a Craxi e al PSI, è stato abile nel non lasciarsi coinvolgere dalla caduta del leader socialista e siede alla Camera dei Deputati da ormai 17 anni. Quattro volte Presidente del Consiglio, il suo terzo esecutivo è il più lungo che la Penisola abbia mai conosciuto dopo quelli di Giolitti e Mussolini (triste primato se si pensa agli esecutivi del Duce). È anche il terzo uomo più ricco d&#8217;Italia, in buona posizione nella più famosa classifica di <em>Forbes</em>. Chi lo apostrofa come grande benefattore, chi come malfattore, chi ne stima le doti imprenditoriali e chi ne critica la discesa in politica. Silvio è così, o lo odi o lo ami. Non conosce le mezze misure. Personifica ciò che quasi tutti vorrebbero essere ma che nessuno pubblicamente ammette. Ha fatto la storia, la nostra storia e perfino le nostre barzellette, insieme alla chitarra e ad Apicella. Tra gaffe clamorose, commenti scurrili e predellini da film americano, si è proposto come l&#8217;eroe, come il divo che avrebbe incarnato l&#8217;Italia intera nella riscossa contro le <em>demoplutocrazie</em> che la assediano (torna l&#8217;eco, ancora una volta pericoloso, del Duce). Lo ricorderemo, certo che lo ricorderemo, se non altro per il suo harem, il suoi processi, le sue mancate promesse. Tutto tranne che per della sana, buona, autentica politica.</p>
<p>Pierluigi ha una moglie, due figlie e fuma il sigaro. Va alle feste dell&#8217;Unità per parlare di economia, di crisi, di crollo di credibilità&#8230;e di quanto sia necessario mandare a casa Silvio. E&#8217; uno che si è fatto strada partendo dalla scuola, come professore nei licei, poi amministratore locale, regionale, nazionale. Ne sa Gigi, ne sa parecchio, ma spesso il fumo del suo sigaro ne ingrigisce l&#8217;immagine più che esaltarne i contenuti. Non è certo un animale da platea, non arringa masse con bellissime parole vuote e si fa spesso fatica a capirne le intenzioni. Lo scandalo Penati proprio non ci voleva. La presunta diversità genetica, la conclamata necessità di pudore, di democrazia, di riforme, sono crollate davanti un fatto di mala-amministrazione, di tangenti sporche e di appalti truccati che lo mettono sullo stesso piano di quel traffichino di D&#8217;Alema, che non sa mai niente ma viene nominato ovunque. Bersani soffre della sindrome del &#8220;non è&#8221;: lontanissimo da Berlinguer, più dinamico ma meno mediatore di Prodi, non sufficientemente cattolico come la Bindi. Scrive pochi libri a differenza di Veltroni e parla in italiano, lo stesso italiano di tutti noi, né dialetto né culturismo linguistico da forbito secchione. Prende decisioni in ritardo e vede sfumare nella mancanza di proposte successi non suoi: i referendum di giugno su acqua, nucleare e legittimo impedimento, la riforma della legge elettorale, l&#8217;alleanza sgangherata con Di Pietro e Vendola. Si impegna, potrebbe fare di più, direbbe una maestra.</p>
<p>B&amp;B non è una sigla, è la sintesi della nostra politica, quella che tutti sbeffeggiamo ma di cui tutti parliamo. Perciò tanti auguri a Berlusconi e a Bersani. Bipartisan, s&#8217;intende.</p>
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		<title>Appalti ed escort: la vit(ol)a allegra di Mister B.</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Sep 2011 09:22:33 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>di Emiliana De Santis</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In Puglia lo chiamo il ballo della Taranta. A Palazzo Grazioli il ballo del Tarantini. A metterlo in scena sono le donne, come non mai sapiente strumento di seduzione e, in questo caso, <em>escamotage</em> di corruzione. Il Premier è fiero della sua vita privata, nega tutte le accuse e assicura di non essere stato ricattato: il giro di escort gestito da Gianpaolo Tarantini, qui e lì mediato da Valter Lavitola, è in verità un piccolo premio per i giorni di stress. Niente a che vedere con appalti truccati e mazzette distribuite come fossero elemosina dietro la sacrestia di Arcore. A sentire il Cavaliere, Finmeccanica e Protezione Civile possono dormire sonni tranquilli mentre le procure di Napoli e Bari annunciano scintille.</p>
<p style="text-align: justify;">Che la moneta di scambio per far quadrare i conti fossero le escort, indica il livello di degrado cui la politica e gli affari sono scesi nel nostro Paese. Che addirittura un Presidente del Consiglio possa essere così debole da subire, bonaccione e un pò pappone, tutta la faccenda, è grottesco. Una mossa azzardata e cade tutta la messa in scena. Berlusconi non si è presentato davanti ai pm partenopei perché, in qualità di parte lesa, sarebbe stato interrogato senza avvocati e una parola di troppo, in questa fase, potrebbe essergli fatale. Gongola il Premier ora che gli atti sono stati affidati alla procura capitolina. Sulle spine resta invece Finmeccanica, il colosso italiano da 18 miliardi annui di fatturato e 76 mila dipendenti, controllato dal Tesoro per più del 30%. Il ragionamento è molto semplice: Tarantini, imprenditore barese avvezzo ai circoli della cocaina e del divertimento d’élite, riesce a ingraziarsi Silvio Berlusconi grazie alle escort di cui dispone e che fa “recapitare” nelle residenze del Premier a suo uso e piacimento. Povere donnine, si direbbe. Ma l’accusa di induzione alla prostituzione trova uno scoglio di fronte a un’amara evidenza: le ragazze sapevano benissimo cosa facevano e ne erano ben contente, visto che tutte aspiravano all’aiuto di Babuccio-Silvio per sfondare in tv o per ottenere qualche prestigioso incarico istituzionale (confronta Nicole Minetti e Terry De Nicolò). Il sagace Gianpi tuttavia, non voleva tanto compiacere l’amico quanto avere materiale per ricattarlo e persuaderlo ad assegnarli commesse a sei zeri tramite Finmeccanica e Protezione Civile, i gioielli pubblici dell’appalto facile. Le nomine di entrambi sono infatti controllate dal Tesoro, ossia da Marco Milanese, su cui pende un mandato di arresto respinto giovedì dalla Camera.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’<em>affaire </em>subentra Valter Lavitola, ufficialmente giornalista, ex socialista poi passato nelle file di Forza Italia, editore e direttore de L’<em>Avanti! </em>dal 2002, residente in quel del Sud America e ivi latitante. Valter, come il Bisignani della P4, è il faccendiere della situazione, l’anello di snodo tra Berlusconi, Finmeccanica e gli affari a Panama e in Brasile, colui che intasca 400 dei 500 milioni di euro regalati dal Premier a Tarantini per risollevarsi dalla grave situazione economica – “Come si fa a vivere con 2 mila euro al mese?”, tuona la signora Nicla, moglie di Tarantini – e avviare una nuova attività imprenditoriale proprio in Sud America. Perché Lavitola? Perché Valter aveva bisogno di una società estera sui cui conti poter ricevere da Pozzessere, direttore commerciale di Finmeccanica, i soldi della presunta consulenza fornita all’azienda. Sarà per questo che Berlusconi, in una telefonata del 24 agosto, il cui contenuto è stato divulgato da <em>L’Espresso</em> ma non messo agli atti dalle procure che indagano, avrebbe detto a Lavitola: “Resta dove sei”. Il Presidente del Consiglio pensava di non essere intercettato perché usava schede peruviane e colombiane fornite dallo stesso Lavitola e di cui dà testimonianza Alfredo Pezzotti, il suo maggiordomo, che insieme a Gianni Letta e Fedele Confalonieri avrebbe spesso suggerito al caro amico di stare alla larga da certe frequentazioni pericolose.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è di più, perché la lotta è anche tra procure. A Bari si indaga sul giro di escort, a Napoli sul presunto ricatto ai danni del Premier mentre Roma e Milano proseguono sul filone P4, collegato alla vicenda Lavitola-Tarantini tramite il direttore de L’<em>Avanti </em>e tramite Vito Bardi, ex comandante interregionale dell’Italia meridionale della Guardia di Finanza, la gola profonda della fuga di notizie tra le procure e gli indagati.  Il gip di Napoli, Amelia Primavera, nel respingere l’istanza di scarcerazione avanzata dagli avvocati di Tarantini, ha dichiarato l’incompetenza territoriale della procura vesuviana, di fatto trasmettendo gli atti a Roma. Il diritto è dalla sua parte: in base alle intercettazioni e alla testimonianza di Marinella Brambilla, segretaria del Cavaliere, il passaggio di liquidità è avvenuto a Palazzo Grazioli quindi le indagini vanno svolte ove il presunto reato è avvenuto. Ma i pm Curcio, Woodcock e Piscitelli non si arrendono al trasloco della loro inchiesta. La squadra d’assalto di cui fino a poco fa era parte anche il primo cittadino di Napoli, proprio non ha intenzione di perdere una simile occasione e, appellandosi all’art. 377 bis del codice penale, ha chiesto al Tribunale del Riesame di indagare il Presidente del Consiglio per “induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria”. Il Premier passerebbe da parte lesa a primo attore se il Riesame, lunedì, dovesse accogliere l’istanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Si gioca intanto il match pugliese. L’ex procuratore capo di Bari, Pino Scelsi, ora attivo a Lecce, accusa l’attuale vertice della procura di Bari, Antonio Laudati, di aver rallentato l’inchiesta sul giro di escort a nome e per conto di un Angelino Alfano, a quei tempi ministro della Giustizia. Nell’estate 2009, dopo il clamoroso outing di Patrizia D’Addario sul Corriere della Sera, Laudati sarebbe arrivato a Bari sostenendo con fermezza l’intenzione di chiudere la vicenda e istituendo un pool di uomini della guardia di finanza a lui fedeli, una sorta di polizia giudiziaria, fornito da Vito Bardi, primo nome sulla lista d’attesa per il cambio di vertice al comando generale delle Fiamme Gialle. Laudati avrebbe provato a disinnescare la vicenda nominando Bardi quale referente ultimo delle indagini e portando avanti la tesi del complotto ai danni del Premier, avvalorata dai collegamenti tra Tarantini, Roberto De Santis ed Enrico Intini (entrambi vicini alla Protezione Civile e alla corte di Massimo D’Alema) e sostenuta da un articolo di <em>Panorama</em> uscito sul numero del 31 agosto. Un attacco ordito dalla sinistra, complice Gianpi, per scalzare Silvio dal trono di Palazzo Chigi.</p>
<p style="text-align: justify;">I verbali dell’audizione di Laudati sono tra i pochi documenti ancora secretati. Invece sui giornali e nei canali web spopolano gli inopportuni commenti da caserma estrapolati dalle intercettazioni e le interviste alle avvenenti fanciulle dell’harem berlusconiano. È un gioco sottile tra pubblico e privato, tra politica e magistratura, tra affaristi e forze armate. “Penano gli umili quando i potenti altercano.”</p>
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		<title>DA VIA NAZIONALE A XINGYI ROAD. IL DEBITO ITALIANO TRASLOCA A SHANGHAI</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Sep 2011 07:13:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Emiliana  De Santis La notizia, potenzialmente una bomba per i mercati, è venuta a galla lunedì scorso. Il Financial Times, che vi ha costruito un articolo degno di nota, pensava di aver rivelato uno scoop quando in realtà ha solo tolto le castagne dal fuoco. L&#8217;andirivieni Roma &#8211; Pechino non poteva passare inosservato, se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>di Emiliana  De Santis</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La notizia, potenzialmente una bomba per i mercati, è venuta a galla lunedì scorso. Il <em>Financial Times</em>, che vi ha costruito un articolo degno di nota, pensava di aver rivelato uno scoop quando in realtà ha solo tolto le castagne dal fuoco. L&#8217;andirivieni Roma &#8211; Pechino non poteva passare inosservato, se non altro perché il ministro Frattini ha dato puntuale conferma delle quattro visite oltre la Grande Muraglia.  Sembra che non sia stato l&#8217;unico a varcare la frontiera. Anche il direttore del Tesoro, Vincenzo Grilli, è stato in Cina all&#8217;inizio di agosto, portando con sé una richiesta onerosa: l&#8217;acquisto di titoli di Stato da parte della <span style="text-decoration: underline;">China Investment Corporation</span> (CIC), il secondo fondo sovrano cinese di investimenti pubblici. Se venisse confermato anche l&#8217;incontro del 6 settembre tra il ministro Tremonti e Lou Jiwei, direttore del fondo, ci sarebbe davvero da stare attenti all&#8217;evolversi della situazione.</p>
<p style="text-align: justify;">La Banca Centrale Europea non acquisterà per sempre i nostri titoli, almeno non lo farà oltre novembre, data di insediamento di Mario Draghi alla carica di Presidente. I tedeschi griderebbero allo scandalo. Bisogna trovare un altro acquirente, uno abbastanza potente da riuscire nella doppia operazione di immettere liquidità nel nostro sistema economico rassicurando le piazze mondiali sulla solidità dei conti. Chi meglio di Pechino, perennemente in cerca di forme per investire la massa monetaria in eccesso? Si paventa quello che il capo del dicastero dell&#8217;Economia va ripetendo con timore da anni, &#8220;una pericolosa colonizzazione all&#8217;inverso&#8221;. Oltre le percezioni fatalistiche e i dubbi culturali, verità e mistificazione si mescolano a dovere.</p>
<p style="text-align: justify;">La CIC è stata fondata nel 2007. Si alimenta in buona parte con le riserve accumulate dalla Banca Centrale della Repubblica Popolare Cinese, amministrando un <span style="text-decoration: underline;">asset</span> (l&#8217;insieme delle risorse economiche, materiali e non, gestiti da un ente) da 410 miliardi di euro. Soldi che derivano quasi tutti dall&#8217;attivo della bilancia commerciale di Pechino, che esporta a ritmi vertiginosi ma che non ha i livelli occidentali di consumo interno e pertanto vede le sue riserve liquide crescere anno dopo anno. Il governo della RPC ha pertanto creato diversi <a href="http://www.fondisovrani.ancitel.it/index.cfm?m=60">fondi sovrani</a>, come hanno fatto anche Russia, Kuwait, Emirati Arabi e Singapore, tutti affetti dallo stesso identico <em>problema</em>: un eccesso di credito con l&#8217;estero non convertibile in valuta nazionale sia per mancanza di crescita interna e sia per evitare l&#8217;esplosione dell&#8217;inflazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Tremonti e Grilli, disarmati di fronte all&#8217;entità della crisi, hanno pensato bene di chiedere aiuto ai cinesi. La proposta è quella di acquistare un ulteriore 6% del nostro debito pubblico, per far salire la quota posseduta da Pechino alla non modesta entità del 10%. Nulla di grave se si considera che i fondi sovrani cinesi sono i maggiori creditori degli Stati Uniti e che, vincolando la RPC all&#8217;economia europea, si tende a impedire che questa giochi sottobanco contro l&#8217;Occidente. Come più volte hanno titolato i quotidiani di mezzo mondo durante la crisi del debito statunitense, &#8220;l&#8217;America non fallisce perché è la Cina ad impedirlo&#8221;. D&#8217;altro canto si può obiettare che Roma non è Washington, il nostro volume di affari è considerevolmente più ridotto e non abbiamo brevetti né tecnologia da esportare in Cina. La bilancia è dunque in netto svantaggio. Ma la Cassa Depositi e Prestiti tira dritta per la sua strada: il braccio finanziario del Tesoro, proprietario al 90% del neonato Fondo strategico italiano, cerca da tempo un modo di coinvolgere i fondi sovrani stranieri negli investimenti italiani.</p>
<p style="text-align: justify;">Una soluzione potrebbe essere quella di convogliare la liquidità della CIC in infrastrutture piuttosto che in titoli, favorendo in tal modo un settore che in Italia è da sempre in crisi e che, invece, è il volano della ripresa economica, specie al Sud. In questo modo si ha il duplice vantaggio di inserire un concorrente straniero nel settore degli appalti pubblici, spesso preda della voracità mafiosa e di dare al Pil italiano una cospicua sferzata. Si superano così anche le reticenze di alcuni analisti cinesi. Se, infatti, Fan Gang, ex consulente della Banca Centrale Cinese, ritiene che i nostri titoli costituiscono sul lungo periodo un investimento di alto valore &#8211; comprare oggi a prezzo irrisorio e rivendere tra 4 o 5 anni a quota maggiorata -, non è dello stesso avviso Ye Tan, professore di economia e commentatore per alcuni giornali, che ammette: &#8220;Il rischio è troppo alto&#8221;. E come dargli torto. Investire in Italia significa dare per scontato che il nostro Paese uscirà dallo stallo, che sapremo non solo riprenderci ma addirittura ricominciare a crescere. Dimostrarci diversi da Grecia e Portogallo su cui pure la RPC aveva puntato gli occhi senza mandare in porto alcunché. La Cina ha davanti a sé anche un&#8217;altra possibilità: il prossimo 22 settembre i Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), si riuniranno per pianificare un&#8217;ampia strategia di acquisto dei titoli del debito europeo, di cui l&#8217;azione cinese in Italia potrebbe dunque essere una piccola e significativa parte.</p>
<p style="text-align: justify;">Wu Xiaoling, vicepresidente del Comitato per la Finanza e l&#8217;Economia del Parlamento di Pechino ritiene che &#8220;aiutare l&#8217;Italia é positivo per la Cina e per il mondo. L&#8217;Italia deve risolvere i suoi problemi ma il mondo deve concedere all&#8217;Italia tempo e fiducia&#8221;. O i cinesi non ci conoscono o sono gli europei a spargere pessimismo. Difficile credere alla prima affermazione, visto che i cinesi difficilmente azzardano sui loro soldi. Più probabile credere allo scetticismo imperante in Europa. Di sicuro non ci impegniamo troppo per qualificarci come esempio di affidabilità.</p>
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		<title>La manovra economica e il ribaltone politico. Gianni Letta: “Settimane amare”</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Sep 2011 07:46:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Emiliana De Santis Le voci si rincorrono e sussurrano parole scomode, di quelle che un esecutivo in carica non vorrebbe mai sentire. Semi-approvata la manovra con il ricorso alla fiducia, in molti hanno chiesto al Cavaliere un passo indietro in favore non di un ritorno alle urne ma di un Governo tecnico, visto che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>di Emiliana De Santis</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le voci si rincorrono e sussurrano parole scomode, di quelle che un esecutivo in carica non vorrebbe mai sentire. Semi-approvata la manovra con il ricorso alla fiducia, in molti hanno chiesto al Cavaliere un passo indietro in favore non di un ritorno alle urne ma di un Governo tecnico, visto che l&#8217;attuale è già commissariato dall&#8217;Unione Europea e screditato sui mercati e nei tribunali. Spuntano nomi come funghi: Mario Monti, i Presidenti di Senato e Camera, Schifani e Fini, e Beppe Pisanu, attuale presidente della Commissione antimafia, che in una intervista a Repubblica da il ben servito a Berlusconi dopo essergli stato accanto nella fondazione di Forza Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Non facciamoci confondere dalla momentanea quanto volatile risalita del Ftse Mib, la borsa di Milano è oggi come un&#8217;altalena le cui catene sono il pareggio di bilancio e la credibilità del Governo, spinte a piacimento da mamma Merkel e papà Sarkozy. La regia degli attacchi e delle rispettive frenate sta fuori dall’Italia e non si riesce a individuare il centro di comando, chi vuole pronunciare il mesto ciack sul funerale della nostra Repubblica. La crisi c&#8217;è, è grave, per questo il Governo ha posto la questione di fiducia nonostante l&#8217;intervento di Napolitano e gli appelli di Palazzo Madama. Questa manovra, se un pregio ce l&#8217;ha, è quello di mettere i puntini sulle ì, di porre il sigillo su misure di correzione che non saranno certo le migliori possibili, ma almeno allontanano il fardello del default. <em>Draghi dixit</em>. I soldi sono stati trovati, i saldi combaciano  &#8211; anzi avanzano &#8211; ma i salti della maggioranza fanno tremare i palazzi a magnitudo 4.9 della scala Richter.</p>
<p style="text-align: justify;">Quattro virgola nove che senza la virgola si legge quarantanove, come le volte in cui questo esecutivo ha posto alle Camere la questione di fiducia, un numero che definire smodato è perlomeno riduttivo. In presenza di una vera dialettica parlamentare non ce ne sarebbe stato bisogno. E di questo, fuor di<em> Casini, </em>se ne può dare responsabilità anche alle opposizioni, asfittiche nel loro antiberlusconismo, incapaci di trovare la quadra su proposte realmente nuove e ora avvitate sullo scandalo Penati e le tangenti per la riqualificazione dell&#8217;area Falck di Sesto San Giovanni. Non c&#8217;è da meravigliarsi, quindi, se un sostenitore della prima ora come Beppe Pisanu, chiede in prima persona al Presidente del Consiglio di &#8220;fare un passo indietro, per il bene dell&#8217;Italia&#8221;. Gli fa eco l&#8217;onorevole Giuseppe Cazzola, che invita il Premier a lasciare Palazzo Chigi non tanto per il nobile fine della salvezza patria piuttosto per mettere al sicuro la sua eredità politica prima che il fango delle inchieste finisca per sommergerla. L&#8217;idea raccoglie il sostegno di una parte dell&#8217;opposizione (Bindi, D&#8217;Alema, Enrico Letta) fa breccia nel cuore del Terzo Polo (Tabacci, Cesa, Buttiglione) e solletica perfino la Cisl di Bonanni. Mentre nel Pdl, a parte gli intransigenti La Russa e Cicchitto, non c&#8217;è stata quella levata di scudi che già qualche mese fa ci si sarebbe aspettati. Il 14 dicembre 2010 ha cambiato qualcosa. Il Governo, allora, ha superato la mera prova dei conti grazie all’attivismo di Verdini ma la coesione interna non è più quella di una volta e lo stesso coordinatore ammette “di sentire sbattere le ali” non solo tra i Responsabili scontentati nel toto poltrone, come Pionati, ma nello stesso partito di maggioranza.</p>
<p style="text-align: justify;">Un esecutivo non coeso può ancora continuare a governare, ci siamo abituati. L&#8217;Italia non è mai stato il Paese degli schieramenti bipolari, forse non lo sarà mai, e di governi di coalizione se ne sono visti tanti. Fino agli anni &#8217;90, però, si poteva usare lo strumento del bilancio per sistemare le poltrone e garantirsi il sostegno in Parlamento. Adesso che l’enorme debito pubblico e la Banca Centrale Europea impediscono il ricorso alle casse come mezzo di consenso politico, bisognerà trovare altri modi o considerare seriamente l&#8217;idea di eleggere un partito di maggioranza reale oltre che elettorale. Non se ne vedono all&#8217;orizzonte, questo sì che è il dato sconcertante. Il delicato momento che attraversiamo, inoltre, non sarebbe certo alleviato da un immediato ricorso alle urne con il rischio di produrre un Parlamento delegittimato dalla questione morale e fiaccato dall&#8217;incapacità di riformare se stesso per il bene dei cittadini. Quindi via con il balletto delle formule. In fondo siamo un popolo di artisti, di creativi, di poeti e di illustri letterati, la fantasia non ci manca.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal governo tecnico a quello di solidarietà nazionale, passando per gli esecutivi di larghe intese, quelli istituzionali e d’emergenza finanche al governo del Presidente, nessuno dei nostri politici si è preoccupato di spiegarci cosa sono e cosa implicano per il nostro Paese. Un governo tecnico è quello caratterizzato dalla presenza di ministri scelti fra tecnici ai massimi livelli, quindi non necessariamente legati a un partito, come è stato quello Dini del ’95. Viene in genere indicato come un tipo di esecutivo in grado di realizzare quelle riforme definite “scomode” che sono indispensabili a un Paese ma che i partiti al potere non riescono ad attuare proprio perché impopolari e pertanto fonte di non rieleggibilità. In teoria, un governo così costituito, dovrebbe traghettare l’Italia verso una nuova riforma elettorale che permetta poi, a scadenza naturale della Legislatura, di far votare gli italiani con un sistema più equo e rappresentativo. E qui si cade nella contraddizione: un governo tecnico che agisce da politico o meglio supplisce laddove il politico non riesce. Ha ragione chi obietta la insussistenza del termine “tecnico”. Quando si governa le scelte sono sempre politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Al via allora un governo si solidarietà nazionale. Impresa ardua visto che la necessaria premessa è un gesto di coesione che i partiti non trovano al loro interno, figuriamoci l’uno con gli altri. Le larghe intese sono all’incirca la stessa cosa mentre il governo d’emergenza presuppone una situazione di gravissima crisi istituzionale, economica o sociale, come si paventava negli anni settanta; in assenza di un quadro normativo che regoli siffatto contesto è complicato dare forma a un esecutivo del genere, sebbene l’Italia sia, nei fatti, in una difficile contingenza. Infine il governo del Presidente ossia un esecutivo con ampia base parlamentare che nasce secondo le normali procedure costituzionali ma con un particolare impulso del Capo dello Stato. Situazione che non suona troppo stonata se si considera la crescente levatura morale assunta da Giorgio Napolitano ma che svanisce di fronte all’altra premessa, quella della ampia base parlamentare. Per quanto ingegnosa nessuna di queste formule sembra adattarsi al nostro caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Avrà probabilmente ragione il capogruppo dell’Italia dei Valori al Senato, Donadi, quando dice che di fronte alla rovina verso cui andiamo incontro, l’unica soluzione è il ricorso alle urne: l’attuale Parlamento non è in grado di produrre alcunché di positivo per un Paese sempre più sfiduciato e amareggiato. Ricordiamoci, però, che quelle persone, in Parlamento, ce le abbiamo mandate noi e non quel misero “qualcun altro” su cui spesso tendiamo a scaricare le nostre inconfessabili colpe. Ci siamo comportati allo stesso modo con la manovra: finché a pagare sono gli altri, anche se questi altri sono il mio vicino di casa, il panettiere o l’insegnante, a me non importa. A noi invece deve importare altrimenti non c’è dato diritto di lamentela né di esigere un futuro diverso e migliore.</p>
<p style="text-align: justify;">Al prossimo futuro sta pensando anche Silvio Berlusconi, chiuso a palazzo Grazioli con Ghedini mentre il Senato votava la fiducia: il Premier è attanagliato dalla pubblicazione delle intercettazioni Lavitola-Tarantini e dal voto sul caso Milanese. Se Tremonti va giù, Berlusconi va giù e con loro il Governo tutto. Sarà forse questa la molla che eviterà il crollo, la possibilità per tutti – Lega compresa – di tornare a casa. Il ministro Maroni, ormai saldamente in testa al gruppo parlamentare padano, sta accreditandosi come eventuale successore di Bossi e mira a Palazzo Chigi. Ma lo scranno resta alto e scomodo, di fatiche da superare ce ne sono ancora tante e, nel marasma che distingue queste lunghe giornate di settembre, nessuno pare aver fatto i conti con Alfano. L’ex guardasigilli non è un burattino nelle mani di Arcore, ma un astuto cervello pensante, con influenti appoggi nel Vaticano. C’è chi è pronto a giurare che il Terzo Polo appoggerebbe volentieri un esecutivo da lui presieduto, Fini e Bocchino compresi.</p>
<p style="text-align: justify;">La sibilla vaticina ma è Ulisse che forgia il suo destino. Le sirene cantano ma i marinai, legati all’albero maestro e con la cera nelle orecchie, resistono. Perciò, anche per questo governo, Bruxelles permettendo, non è ancora detta l’ultima parola.</p>
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		<title>IDEE PER LA POLITICA ITALIANA. I CATTOLICI IMMAGINANO UN ALTRO FUTURO PER IL PAESE</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Sep 2011 20:52:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Emiliana De Santis Ultima nell&#8217;ordine, è l&#8217;omelia del Cardinal Bagnasco, arcivescovo di Genova, in occasione della festa di San Lorenzo, martirizzato dai romani perché aveva rifiutato di consegnare i beni della Chiesa all&#8217;Imperatore Valeriano che voleva usarli per finanziare le sue guerre. Una ricorrenza non casuale, come non sono casuali le parole usate da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_14928" class="wp-caption alignnone" style="width: 251px"><a href="http://www.mediapolitika.com/wordpress/wordpress/wp-content/uploads/2011/09/http-_cesaredamiano.files_.wordpress.com_.jpg"><img class="size-medium wp-image-14928" title="http-_cesaredamiano.files.wordpress.com" src="http://www.mediapolitika.com/wordpress/wordpress/wp-content/uploads/2011/09/http-_cesaredamiano.files_.wordpress.com_-241x300.jpg" alt="" width="241" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">http://cesaredamiano.files.wordpress.com</p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>di Emiliana De Santis</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ultima nell&#8217;ordine, è l&#8217;omelia del Cardinal Bagnasco, arcivescovo di Genova, in occasione della festa di San Lorenzo, martirizzato dai romani perché aveva rifiutato di consegnare i beni della Chiesa all&#8217;Imperatore Valeriano che voleva usarli per finanziare le sue guerre. Una ricorrenza non casuale, come non sono casuali le parole usate da Bagnasco per apostrofare a muso duro la società e la classe politica italiana. Un discorso controverso che ha suscitato alternativamente plauso e sdegno ma che certo non ha lasciato indifferente il mondo cattolico di destra e di sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dibattito sulla possibilità di rinascita di un partito cattolico non è nuovo per gli addetti ai lavori. Tuttavia i movimenti sono così felpati, le parole talmente misurate e le convergenze ancora distanti da non aver toccato il grande pubblico, quello che si interroga sul toto manovra e sul prossimo scandalo sotto l&#8217;ombrellone del Parlamento. L&#8217;arcivescovo di Genova ha soltanto riannodato le fila di un intreccio che coinvolge molti attori, schierati su due linee di pensiero. Dal Vaticano preparano le contromosse, sicuri di riuscire ad aggregare personalità sia da destra sia da sinistra. In questo momento, infatti, la Chiesa di Roma e l&#8217;Associazione dei vescovi, la Cei, viaggiano su binari paralleli e apparentemente divergenti: l&#8217;una è intenzionata a costruire un nuovo partito cattolico sulle ceneri della Balena Bianca<a href="#_edn1">[i]</a> mentre l&#8217;altra non sente questa esigenza pur invitando i fedeli a ritrovare il senso morale del vivere politico e a unirsi per dare un segnale forte alla classe governante.</p>
<p style="text-align: justify;">Già all&#8217;inizio di luglio, i fedelissimi del Vaticano erano stati convocati in riunione dal Segretario di Stato Tarcisio Bertone presso la parrocchia del Sacro Cuore del Bambin Gesù, a Roma. Tra loro Cesa, Buttiglione e la Binetti dell&#8217;Udc, Fioroni del Pd e Pisanu del Pdl, insieme alle Acli (Associazioni cristiane lavoratori italiani), al Movimento cristiano  lavoratori, al mondo delle cooperative, alla Cisl di Bonanni, all&#8217;Agesci e alla Compagnia delle opere di Bernard Schulz. In quella occasione Bertone e Monsignor Toso &#8211; segretario del dicastero Vaticano di Giustizia e Pace -, avevano adombrato l&#8217;ipotesi di unificare i cattolici in un contenitore, probabilmente facendo riferimento alla proposta di Partito popolare europeo lanciata da Angelino Alfano nello stesso periodo. D&#8217;altronde il neosegretario pidiellino lavora, poco velatamente, a questo progetto ormai da qualche mese e vi ha coinvolto quei figliol prodighi di Adolfo Urso e Andrea Ronchi, sulla via di Damasco da Futuro e libertà, in attesa che perfino il leader dell&#8217;Udc, Casini, si decida a tornare all&#8217;ovile. All&#8217;evento era presente anche Andrea Riccardi, presidente e fondatore della Comunità di Sant&#8217;Egidio, il quale in ripetute e velenose<a href="http://http://www.nuovitaliani.it/adon.pl?act=doc&amp;doc=1414"> interviste</a>, si è espresso in maniera enigmatica sulle chance che un simile progetto possa andare realmente in porto.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli adepti del filone <em>bertoniano</em> hanno a questo punto due alternative: confluire nel Partito popolare architettato da Alfano, orientandosi a destra e contrapponendosi, per natura bipartitica del sistema, alla sinistra di Bersani, pure lacerata tra gli ex Ds e il correntismo di matrice cattolica che fa capo a Enrico Letta (che non a caso chiuderà il seminario di studi dell&#8217;Acli romana, in corso in questi giorni), oppure dar vita a un partito ex novo che raccolga le ceneri dell&#8217;Udc e punti a riformare la legge elettorale in senso proporzionale per collocarsi in posizione centrista. Idea nemmeno troppo fantasiosa se si considerano le ultime dichiarazioni di Casini, sostenitore del proporzionale e di Romano Prodi, cattolico democratico della prima ora, che sulla legge elettorale afferma: &#8220;Il bipartitismo in Italia non è mai esistito e non è corretto che una legge orienti il sistema in questo senso&#8221;. Tempi e nomi che parevano archiviati come Andreatta, Scoppola, Parisi e Segni, cattolici liberal degli anni &#8217;90, ma di cui vengono ripresi le teorie sulla democrazia decidente, forte dei suoi valori e sicura nella fase di loro applicazione alla vita quotidiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Altri invece, Fioroni su tutti, pur avendo partecipato alle riunioni del Sacro Cuore, non sentono affatto il bisogno di ricostituire un soggetto cattolico. Dello stesso avviso sono a Comunione e Liberazione (Formigoni, Lupi) e nella sede di Avvenire, alla Compagnia delle opere  &#8211; che agli inizi del secolo mise non poco i bastoni tra le ruote a un giovane e attivo Don Sturzo &#8211; e all&#8217;Università Cattolica di Milano, diretta da Lorenzo Ornaghi, l&#8217;asso laico nella cattolicissima manica dell&#8217;abito talare della Cei. Un partito non è reputato opportuno né necessario in questo momento all&#8217;Italia. I cattolici, in maniera trasversale alle singole formazioni politiche, dovrebbero tuttavia ritrovare l&#8217;unità di valori attinti nella tradizione cristiana e nella dottrina sociale della Chiesa, che gli permetterebbe di ridare centralità all&#8217;uomo, alla famiglia, al lavoro e alla collettività senza per questo immischiarsi con un sistema corrotto e corrompente, senza che le logiche del Governo e della faziosità politica ne possano minare le solide basi etiche.</p>
<p style="text-align: justify;">La Democrazia Cristiana non è un&#8217;araba fenice. Quando ha chiuso i battenti, nel &#8217;93, era all&#8217;acme del disfacimento politico e nonostante tutto aveva vinto le elezioni e si confermava partito di maggioranza relativa. Gli scandali non ne avevano del tutto scalfito la presa popolare. Il partito è imploso su se stesso, si è disgregato sotto la spinta del suo stesso correntismo e delle sue logiche di potere. Riproporlo oggi, come idea di rinnovamento, in un contesto sostanzialmente uguale, non può essere la soluzione per i problemi italiani. Un partito di cattolici potrebbe rinascere solo nel caso in cui fosse capace di elaborale il lutto, prendere quanto di buono c&#8217;è stato nel suo passato e affiancarlo a nuova, moderna proposta. Una formazione quindi cristiana più che cattolica, per dare un segno di discontinuità con Piazza San Pietro, basata su valori tradizionali ma non immutabili aggiornati alla luce di cambiamenti sociali ormai avvenuti e non più trascurabili. Nessun oscurantismo, nessuna chiusura. Dialogo, umanità contro avidità, coerenza morale di fronte alla corruzione del potere, lavoro quale matrice di dignità per gli uomini e le donne. Detto da un&#8217;atea, come chi scrive, non è questione di poco conto.</p>
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ednref1">[i]</a> Balena bianca è il nomignolo con cui si soleva chiamare, durante la Prima Repubblica, la Democrazia Cristiana. Deriva da un&#8217;analogia con il romanzo&#8221; Moby Dick&#8221;, in cui il cetaceo ingoia tutto quello che trova nelle acque per resistere nella perenne lotta con il protagonista, il capitano Acab. Così si diceva della Dc che, per vincere le elezioni, era disposta a transigere su programmi, uomini e mezzi fagocitando tutto quello che le era funzionale per restare al Governo.</p>
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