PRIMAVERA ARABA: QUELLO CHE FACEBOOK NON AVEVA PREVISTO

By desantis1 • nov 2nd, 2011 • Category: comunicazione politica e istituzionale Stampa

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di Emiliana De Santis

La quiete dopo la tempesta, le prove di democrazia dopo la grande rivolta. Ammesso e non concesso che la tempesta sia finita. Lo scorso 23 ottobre, con un rinvio di tre mesi rispetto al calendario fissato, i tunisini si sono recati alle urne con un percentuale che ha superato ogni aspettativa: ben il 90% degli aventi diritto al voto, ha fatto la fila in maniera paziente e pacifica per esprimere una preferenza sui partiti che andranno a comporre l’Assemblea Costituente del piccolo paese maghrebino. A seguito delle proteste di gennaio e della cacciata del dittatore Zin el-Abidin Ben Alì infatti, la Costituzione del 1959 è stata sospesa e l’Assemblea eletta dovrà redigerne una nuova entro un anno. Ma la vera battaglia è solo all’inizio. In questo momento, essendo difficile tracciare un bilancio dei movimenti che stanno montando in tutta l’area e propagandosi come un’onda dal Vicino e Medio Oriente fino all’Iran, la Tunisia è una sorta di fucina, di laboratorio delle idee, in cui testare l’effettiva capacità di questi Paesi di raggiungere la stabilità, dotandosi di un Governo che riesca a far pulsare contemporaneamente le tante anime dei cittadini che la abitano. Tanti sono i miti da sfatare.

Iniziamo con il primo. Da Rabat fino a Teheran, non tutta la popolazione che abita quest’area è araba; gli iraniani sono infatti persiani, non arabi, e il Regime degli Ayatollah è seguace di un Islam sciita in pieno e aperto contrasto con il predominio sunnita dell’Arabia Saudita. Sono questi due stati i veri pivot della contesa geopolitica attualmente in atto nell’heartland mondiale, una contesa che vede fronteggiarsi tre questioni strategiche per il futuro del globo: il destino dei luoghi sacri musulmani, La Mecca su tutte, l’approvvigionamento energetico che transita per il 40 percento dal Golfo Persico, e la corsa al nucleare, in via di arresto in Europa e negli Stati Uniti ma fermo cavallo di battaglia di Israele (che lo fa ma non lo dice), dell’Iran (che lo fa e lo dice) e della Siria (che sbandiera eventuali programmi ma non li attua).

Passiamo al secondo. Islam non fa equazione con terrorismo ed eleggere un partito di ispirazione islamica non implica per forza una deriva verso regimi teocratici come quello di Teheran. Il Marocco di Re Mohammed VI e, più ancora, la Turchia di Erdogan, sono esempi di una politica che usa la retorica musulmana e religiosa – come faceva il laicissimo Ataturk – quale collante nazionale e linguaggio di base per essere capita dalla maggioranza delle persone. Tralasciando il discorso sul neo-ottomanesimo di Ankara, la Turchia ci sta dimostrando come un Paese possa essere islamico e moderato, legato alla fede ma perfettamente consapevole che la politica nulla ha a che vedere con essa. In questo concetto, spesso sfuggente, sta il cuore dell’errore dei regimi appena rovesciati in Tunisia, Egitto e Libia: barcamenarsi tra due spauracchi, le potenze coloniali occidentali e l’Islam radicale, di cui le autocrazie militari della regione si sono presentate come strenue avversarie per giustificare la repressione delle libertà più elementari. Ed è per lo stesso motivo che il voto tunisino ha suscitato un così grande clamore. La maggioranza delle preferenze è andata a Ennadha, Rinascita, di Rached Gannouchi, formazione di ispirazione islamista. Fomentate dallo strabismo deformante delle lenti etnocentriche, le cancellerie occidentali tremano, i commentatori più radicali si sono spinti oltre i confini delle ipotesi e già intravedono nella Tunisia un nuovo Iran, citando come esempio i disordini che da qualche giorno agitano Sidi Bou ‘zid, cittadina da cui è iniziata la rivolta contro Ben Alì.

Ma le contestazioni, pur giuste, dei sostenitori di Pétition Populaire (PP), partito cancellato dalle sei circoscrizioni in cui aveva stravinto e ritiratosi dalla Costituente, non cambiano il risultato. La ricerca della stabilità richiede tempo, richiede dibattito, non sempre pacifico; c’è un percorso di metabolizzazione che non può avvenire dall’oggi al domani. Ennadha avrebbe vinto comunque perché, a differenza di PP, è composta da esponenti non legati al vecchio regime. Certo, è finanziata dall’Arabia Saudita e dalla Fratellanza Musulmana, ma non è detto che questo sia un male; la formazione di Gannouchi ha una ramificazione straordinaria nella società civile. In un certo senso fa quello che la Democrazia Cristiana e le associazioni cattoliche fecero in Italia tra gli anni ‘50 e ’60, ovvero educare, prendersi cura e sostenere i cittadini in maniera diffusa e capillare la dove lo Stato è assente. Però dell’Islam si ha sempre più paura, perché il musulmano, nel linguaggio comune, è il nemico, è l’altro, il barbaro d’oriente. Un retaggio di millenni di storia e di un 11 settembre che non ci abbandonerà mai.

Ultimo mito. Facebook ha sostenuto le rivolte ma non è il deus ex machina delle rivolte.  Queste erano in nuce già dai primi anni del nuovo Millennio in formazioni come la egiziana Kifaya. Ciò che mancava era il catalizzatore, l’anello di congiunzione tra l’idea di rivoluzione e le persone che la mettono in pratica, il ponte per la condivisione. D’altronde, in una società che su 300 milioni di individui ne conta più della metà sotto i 25 anni, disoccupati ma istruiti, cresciuti all’ombra del web 2.0, qualcosa avremmo pure dovuto aspettarcelo. A Nord del Mediterraneo, invece, la rivoluzione non era stata prevista. Ciò che abbiamo sottovalutato è stata la rapidità di movimento delle masse, favorita appunto dai social media. Insieme a Youtube, a Google e ad Al-Jazeera, più ancora che Twitter (usato soprattutto per comunicare con i media stranieri), Facebook ha dato vita allo spazio multimediale in cui l’opinione pubblica panaraba ha potuto propagarsi senza restrizioni. L’invenzione di Mark Zuckemberg è stata per la Primavera Araba un contenitore, la piattaforma gratuita su cui scambiare le informazioni, organizzare gli eventi e pianificare gli incontri. Il tam tam dei post e dei gruppi ha permesso la circolazione delle immagini e dei video delle Piazze immessi su Youtube da giovani studenti e girati con semplici telefonini. Il tutto mentre Google istituiva dei numeri di telefono tramite cui twittare in voce impressioni, commenti e fatti, poi inseriti nella rete. Senza contare il ruolo svolto da Al-Jazeera, coadiuvante e coadiuvata dalle rivolte, newsmaker attento a coprire i fatti ma, soprattutto, il crescendo di emozioni suscitate dalla tawra, rivoluzione, e dall’Intifada.

L’emittente del Qatar, che festeggia in questi giorni il suo quindicesimo compleanno, è tornata alle origini grazie ai giovani arabi, ridefinendo il proprio ruolo e ritrovando un’identità smarrita dopo l’11 settembre. Se Facebook è stato l’infrastruttura organizzativa, Al-Jazeera ha messo in campo un giornalismo multipiattaforma, partecipativo, integrato con i social media. Tramite inviati e anchorman esperti, ha seguito ogni giorno l’evolversi dei fatti su Internet e ne ha fatto notizia da comunicare all’interno, tramite il canale in lingua araba, e all’esterno, attraverso il canale all news in inglese. Universi finalmente in accordo dopo anni di reciproca diffidenza. Aiutata dalla banda larga e dai finanziamenti dell’Emiro, AJ ha messo in campo un’ accurata politica manageriale che punta a sbarcare nel mercato statunitense, applicando alle informazioni la modalità “Guerra di Gaza” (2009): parlare la stessa lingua dei giovani e sostenere la mobilitazione, divulgando le immagini dalle piazze arabe al resto del mondo. In pieno e aperto contrasto con le televisioni di stato, strumento di propaganda dei dittatori, portavoce asservito del potere di turno e ormai in discredito presso una popolazione che beneficia dell’accessibilità e della semplicità di Internet.

Se una rivoluzione vera c’è stata, non è stata soltanto politica. Nel vasto orizzonte dei mass media, abbiamo assistito al rovesciamento delle priorità, all’inizio del declino della televisione in favore dei mezzi in grado di interagire su più livelli nello stesso momento. Mubarak muore e sale in cielo. Gli vanno incontro Nasser e Sadat e gli fanno: “Allora, caffè avvelenato o pedana?[1]”. E Mubarak risponde: “Facebook”


[1] La vulgata araba vuole che Nasser sia stato assassinato con un caffè avvelenato; mentre, per quanto concerne la pedana, si fa riferimento all’uccisione di Sadat mentre teneva il discorso celebrativo per la vittoria nella guerra di Ottobre

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