GAZA: GUERRA DI POPOLO E … DI MEDIA
By redazione • gen 14th, 2009 • Category: comunicazione politica e istituzionale
di Barbara Maura
Il braccio di ferro tra Israele e Hamas continua ancora, nonostante le continue rassicurazioni di Tony Blair, l’unico convinto che la tregua sia vicina. Nella cronaca di martedì scorso del corrispondente de “La Repubblica”, Alberto Stabile, compare più volte il termine “asimmetria” e credo che non ci sarebbe modo migliore per descrivere ciò che sta succedendo in questo momento. Si può parlare di asimmetria, infatti, tra il numero delle vittime delle due fazioni: gli oltre novecento morti palestinesi (senza contare i quattromila feriti) e i tre civili e dieci soldati dall’altra, come riferito dallo stato ebraico; secondo l’emittente televisiva israeliana, Channel 10, l’offensiva aerea ha distrutto un terzo degli arsenali palestinesi. Lo squilibrio c’è anche tra la guerriglia portata avanti da Hamas e la potente difesa militare israeliana. Il tutto da relazionare a due culture di riferimento molto lontane fra loro, tra cui da anni non si riesce a trovare un punto d’incontro col dialogo, una mediazione che si allontana sempre di più con l’uso delle maniere forti da entrambe le parti.
In questa direzione anche il racconto di quanto sta succedendo a Gaza da parte dei nostri media non è facile, soprattutto perché i giornalisti stranieri, nonostante il ricorso dell’Associazione Stampa Estera alla Corte Suprema israeliana, non possono ancora entrare ufficialmente nella Striscia su decisione del Ministero della Difesa di Tel Aviv. Malgrado ciò, il corrispondente da Roma Menechem Gantz di “Yedioth Ahronoth” afferma: «Israele può contare in Italia su un punto di vista onesto. La sua stampa, a mio parere, è più matura rispetto ad altri paesi europei». Di contro Claudio Lavanga, vicecaporedattore di “Al Jazzera International” per l’Europa risponde che l’informazione nel nostro paese è «poca» e «in controtendenza», ribadendo che è Al Jazzera a riportare le notizie «da dove atterrano le bombe e non da dove partono». Giorni fa era stata oscurata anche “Al Aqsa Tv”, l’emittente ufficiale del Movimento della resistenza islamica, lanciata nel novembre del 2005. I media israeliani, comunque, mostrano apertamente i dissensi tra il premier, il ministro della difesa Ehud Barak e il ministro degli esteri Tzipi Livni sul proseguimento delle operazioni. Due emissari israeliani (Amos Gilad e Shlomo Turjeman) erano stati inviati proprio per questo al Cairo per discutere dell’iniziativa egiziana di cessate il fuoco, respinta però da esponenti di Hamas e della Jihad Islamica.
In Italia, per quanto possibile, sarebbe opportuno andare oltre le vedute politiche contrastanti del “chi a favore di chi” per promuovere invece una risoluzione pacifica del conflitto con proposte concrete e fattibili, invece di inondare i media con immagini altrettanto violente di manifestazioni culminate in scontri e feriti a manganellate, di atti simbolici ricchi di risvolti razzisti o proposte di boicottaggio degli esercizi commerciali israeliani. Sarebbe più utile ricordare, ad esempio, che nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, redatta il 10 dicembre del 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si riconosce “la dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili”, come “il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”. Senza dimenticare che “gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l’osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali”.
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