Intervista ad Antonino Monteleone, giovane giornalista calabrese minacciato dalla ‘Ndrangheta
By redazione • Feb 8th, 2010 • Category: interviste&video
di Valentina Verdini
Essere un giornalista in Italia è difficile. Esserlo in Calabria è ancora più arduo. Un professionista che denuncia, fa nomi, raccoglie notizie, intervista e racconta fa paura. E l’unica cosa che rimane da fare a chi ama questo lavoro, e lo svolge con onestà, è usare l’arma degli avvertimenti.
Dapprima minacce, intimidazioni per poi arrivare a gesti più forti. Proiettili fatti recapitare in buste chiuse, colpi di pistola sparati in piena notte che ti svegliano, lasciandoti una senso di impotenza. Sono questi i rischi del mestiere, “piccoli inconvenienti” che segnano la vita di un giornalista “che non si fa gli affari suoi e parla troppo”.
Uno di questi giornalisti “impertinenti” è Antonino Monteleone. Giovane 24enne di Reggio Calabria rappresenta uno dei più recenti casi di cronisti minacciati dalla ‘Ndrangheta. La notte del 4 febbraio la sua auto è andata a fuoco e non per “autocombustione”, ma perché qualcuno ha deciso di farla saltare in aria. Lo seguono, attendono che Antonino parcheggi l’auto, salga in casa e poi appiccano le fiamme.
Incontro Monteleone qui a Roma, a pochi giorni da quest’ultimo atto intimidatorio di cui è stato vittima. Ascolto ciò che dice, le risposte che dà alle mie domande e capisco perché le parole fanno così paura.
redazione is
Email this author | All posts by redazione

















So che molti, nella mia amata Calabria, sono vicini ad Antonino Monteleone, alcuni di loro ogni giorno provano a rumoreggiare nel silenzio dell’indifferenza nazionale e continueranno a farlo con il coraggio o l’incoscienza che muove verso la liberazione da quel cancro che è la mafia. Qualcun altro si scoraggerà, perché la mafia fa paura, saranno preoccupati i loro familiari, perché la mafia è cambiata da un secolo, non guarda in faccia a nessuno, colpisce alle spalle e lo fa quando vuole, spesso, quando si è smesso di parlarne. E allora parliamone, ma non riduciamo l’antimafia alle chiacchere e qualche gruppo su facebook, bisogna parlarne in famiglia e a scuola, proprio come dice in questa intervista Antonino. La vogliamo dire la verità? Esiste la mafia dello spaccio di droga, quella degli appalti pubblici, ma la mafia è anche una mentalità ed è questa quella più insidiosa, quasi inestirpabile. Come posso spiegarvi la sensazione che provi quando prendi un caffè al bar e stai gomito a gomito con un mafioso? “Abbassi gli occhi e quello pensa che hai paura, che lo fai per rispetto, non è nemmeno paura, è schifo”, così mi ha detto Cosimo qualche settimana fa, in un pub a San Lorenzo. L’ho guardato negli occhi Cosimo e ho sorriso perché lo capivo e mi sentivo capita. Ma come spieghi cos’è la mafia a chi, fortuna loro, no ne ha sentito (ancora) la puzza. Si possono raccontare storie, come quella di Antonino, forse può servire.
Il Rapporto 2009 di “Ossigeno”, l’osservatorio della FNSI e dell’Ordine dei Giornalisti sui cronisti sotto scorta e le notizie oscurate in Italia con la violenza, ha presentato dati che fanno impallidire: Tra il 2006 e il 2008 oltre 200 giornalisti in Italia hanno ricevuto minacce e intimidazioni per la pubblicazione di notizie sulla mafia, sul terrorismo o su episodi di estremismo politico.
(Tutte le informazioni sono su: http://www.liberainformazione.org/news.php?newsid=8391)
“Non sono né il primo, n’è l’ultimo”, ha detto Antonino in questa intervista. Purtroppo è così. Io vorrei una Calabria, un’Italia, senza eroi, con gli ultimi cento passi con i piedi intrisi nella merda. Molta politica è avvelenata dalla mafia, non c’è distinguo di colori, i mafiosi sono camaleontici, ma quel che è peggio è che la società civile, noi, siamo stati morsi dalla mafia e quindi siamo proprio sicuro che siamo ancora in grado di sorprenderci? Ci sorprende una macchina bruciata? Una spinta per scivolare in graduatoria nei concorsi pubblici? Ci sorprende e siamo capaci di mangiare pugni di terra prima di trovare un lavoro dignitoso? Siamo disposti ad ammettere che la mafia non ha confini geografici, che sta a Reggio Calabria come a Roma? Altrimenti, che ne parliamo a fare, facciamoci uccidere mille volte prima di morire.
Poi mi piacerebbe sapere anche, da chi critica a cuor leggere i calabresi, loro, al posto nostro, cosa farebbero? Non è vero che la mafia ci piace, è vero che non sappiamo come combatterla o ne abbiamo paura. E’ vero che in altre parti d’Italia, a Roma ad esempio, non sanno riconoscerla, eppure la cosiddetta “Quinta Mafia” è una realtà, nella periferia romana ci sono ben tre cosche mafiose.
“E venne da noi un adolescente
dagli occhi trasparenti
e dalle labbra carnose,
alla nostra giovinezza
consunta nel paese e nei bordelli.
Non disse una sola parola
né fece gesto alcuno:
questo suo silenzio
e questa sua immobilità
hanno aperto una ferita mortale
nella nostra consunta giovinezza.
Nessuno ci vendicherà:
la nostra pena non ha testimoni”.
(Peppino Impastato)
Bell’intervista. In questi casi dobbiamo stringerci attorno e far forza ai giovani giornalisti ma anche ai magistrati che subiscono intimidazioni e anche agli imprenditori e agli artigiani, vittime del pizzo. Solo una precisazione che vuole essere uno spunto di riflessione e non di critica. Il sud e il mio sud, non è una realtà omogenea. Parlare così come si fa in questi giorni e come si è fatto in questi anni grazie all’opera di Roberto Saviano, serve sicuramente a catturare l’attenzione politica sull’argomento. Ma il sud non è solo mafia, ovviamente. Accostarlo a Beirut o a Teheran o a scenari di guerra è eccessivo perchè, se è vero che in alcuni sobborghi il paragone non è surreale, è anche vero che tante cittadine e tanti centri vivono la loro quotidianeità all’esterno dell’apparato mafioso senza mai entrarne in contatto. Inasprire i toni serve sicuramente a focalizzare l’attenzione delle istituzioni e dunque ben venga. Mi chiedo solo se sia legittimo considerare il rovescio della medaglia, ossia un ritorno di immagine negativo per quelle realtà che al sud, che ripeto non è omogeneo, sono estranee alla mafia e che comunque hanno bisogno di migliorare a prescindere da questo problema. Il turismo è un settore che potrebbe risentire di tutto questo “accanimento terapeutico” antimafia che fa bene da un lato ma non aiuta certo chi vive le piccole realtà e deve comunque tenere alta l’immagine dei propri paesi di residenza. C è una frase di un famoso attore siciliano che recita “io la mafia non l’ho mai vista ma non ho detto che non esiste” alla luce poi di certi paradossi, ossia di quando si scava troppo a fondo si rischia di non distinguere più i buoni dai cattivi perchè sono tutti cattivi…ricordo il caso Gomorra, film di denuncia contro la mafia e poi molto protagonisti sono stati indagati e addirittura accusati di concorso in associazione mafiosa. Sono quei paradossi di cui il sud rischia oggi di essere carneficie inconsapevole e non più vittima consapevole. Insomma il sud non è solo spaghetti sole e mafia…