Mafia, l’ex DC Mannino: “Falcone temeva contatti fra servizi segreti esteri e Cosa Nostra”

By redazione • Gen 23rd, 2010 • Category: in archivio Stampa

di Santi Cautela

“Incontrai Giovanni Falcone a fine settembre ‘91. Mi disse che era preoccupato per le possibili convergenze tra Cosa nostra e servizi segreti non italiani, che avrebbero provocato uno scossone, un terremoto nel Paese”. L’ha rivelato l’ex ministro democristiano Calogero Mannino, intervistato da Maria Latella su Sky Tg 24. La notizia è stata subito riportata sul corriere della sera il 17 gennaio.

Mannino fu Ministro degli Interni nel periodo delle stragi mafiose sotto la presidenza di Giulio Andreotti. Condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e assolto il 14 maggio scorso, le sue dichiarazioni si inquadrano, a distanza di 17 anni, in un contesto complicato dopo le scomode verità di Spatuzza nel processo Dell’Utri. “Una conversazione privata, che si ripeté alla presenza di Peppino Gargani”. “Del contenuto di quel colloquio - ha aggiunto - parlai allora con il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, con il presidente del Consiglio Giulio Andreotti e con il capo della Polizia Vincenzo Parisi. Fui ascoltato, ma nessuno era in grado di valutare quell’intuizione di Falcone”.

Non è la prima volta che si fa riferimento ai servizi segreti nella storia della mafia e, ancora una volta, con quella che sarà la classe dirigente della Prima Repubblica. I primi fatti risalgono alla Seconda guerra mondiale, quando la CIA contattò Lucky Luciano, boss detenuto in Italia e rispettato in Sicilia. Gli Alleati sfruttarono dunque queste “amicizie” per farsi avanti nell’Italia fascista in cambio di quella che molti storici chiamano “il patto del diavolo” e che ha consegnato molti enti locali nelle mani della mafia già in quegli anni oscuri. Ripercussioni che si sono protratte a lungo sino alla Seconda Repubblica così come sottolineato da Mannino: “Alla fine degli anni Ottanta, erano maturate le condizioni per un mutamento di fondo: l’Italia poteva essere liberata dalla situazione instaurata, con equilibrio, nel ‘47 in un Paese facente parte della Nato. Con la caduta del Muro di Berlino, inevitabilmente ci sarebbero state delle conseguenze”.

La Democrazia Cristiana di allora volle fare reinterpretare quegli anni dal punto di vista storico se non anche politico: “Le questioni irrisolte della Prima Repubblica ce le portiamo dietro ancora adesso. Dal disperato discorso di Craxi non c’è stata una valutazione sul finanziamento dei partiti, che da allora è quintuplicato”.

Infine, Mannino ha parlato della «svolta» della Dc sul fronte antimafia: “Nel congresso dell’83’ il partito decise di mettere fuori dalla porta Vito Ciancimino e l’anno precedente, nel corso di un convegno sulla mafia, la Dc lanciò il chiaro messaggio che non intendeva più tollerare debolezze nei confronti di Cosa nostra e appoggiò l’operato del pool antimafia. Già nel ‘79 la Democrazia cristiana acquisì la consapevolezza che la mafia stava sviluppando un’azione terroristica con l’uccisione di Michele Reina (segretario provinciale di Palermo della Dc, ndr), Piersanti Mattarella e poi Gaetano Costa, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa”.

Dichiarazioni forse flessibili ricordando i rapporti della Dc con i corleonesi, emersi nel Processo Andreotti. L’allora Premier fu assolto per insussistenza di prove, ma prima della primavera del 1980 intervenne la prescrizione, nonostante la rilevanza delle prove raccolte che lo avrebbero messo in una posizione alquanto imbarazzante. Un “legame” che, servizi segreti o no, in un modo o nell’altro l’ha sempre fatta franca così come nel caso dell’ex governatore siciliano Cuffaro, condannato a 5 anni per favoreggiamento “a singole entità”, pur se non direttamente mafiose.

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