LE EREDITA’ DEL ’900: NICHILISMO, CRISI ECONOMICA E CLASSI DIRIGENTI “INCAPACI”
By redazione • dic 11th, 2008 • Category: in archivio
di Marzia Loretelli
Il periodo storico che stiamo attraversando è una fase di transizione: situazione tutt’altro che nuova nelle vicende umane, ma che di volta in volta assume caratteristiche specifiche tali da renderla diversa dalle altre forme di transitorietà. Nel nostro caso ciò che risulta non è tanto il senso diffuso di precarietà economica per cui la nostra civiltà si sta caratterizzando (almeno in questo momento), quanto le reazioni che lo circondano che vanno dall’angoscia a una sorta di folle spensieratezza, in uno scenario temporale privo di orizzonti su entrambi i versanti: il passato, volutamente obliterato, e il futuro, privo di prospettive. Siamo immersi nella nebbia più fitta che ci costringe all’inerzia, cui tentiamo di sottrarci con fughe mentali nelle direzioni più contraddittorie dell’alta responsabilità dell’agire umano. La situazione viene vissuta in due modi distinti: come accorta consapevolezza d’una crisi ormai spinta al limite o come sentimento diffuso di confusione: autentica foschia intellettiva e quindi incontrollabile disagio emotivo. Restano immuni a questo malessere, quanti con semplicità – e non sono in molti – o con ferrea convinzione sono ancorati a certezze rocciose, certezze di una storia (passata) che si avverte forte e dignitosa.
Il riesame può limitarsi al passato recente, il Novecento. Il secolo scorso ha già avuto diverse denominazioni e la più «fortunata» sembra essere quella che lo definisce breve. Breve il Novecento? Io direi né breve né lungo, ma lungo e breve a seconda delle vicende che si sono verificate. Una rapida panoramica. Premesso che la durata del tempo non è univoca, ma riflette la qualità del suo percorso, per cui i giorni lieti volano, mentre gli attimi penosi hanno una dilatazione incalcolabile; noi abbiamo vissuto momenti felici e anni orribili. E con noi ovviamente quanti affondano le proprie origini in quel secolo tormentato e balordo, sanguinario e generoso, insomma – con parole più semplici – bello e brutto. Anni di spensierata gaiezza al crepuscolo della belle époque e ai ritmi frenetici del charleston, anni di sofferenza e orrore durante le due guerre mondiali, anni d’incubo per una catastrofe nucleare nella lunga contrapposizione tra i due blocchi politico-ideologici. E al tempo stesso il fiorire d’una fervida cultura letteraria e artistica, filosofica e scientifica, scandita con qualche lacuna dalla segnalazione del Premio Nobel. Decisioni contrapposte sullo sfondo desolato del nulla universale. Infine l’intero scenario precipita nel duplice fallimento del secolo che chiude il millennio. Crolla nella miseria della sua realizzazione l’utopia socialista. Esulta il regime storicamente contrapposto con la prosopopea di chi non avverte i segnali della sua stessa catastrofe: il liberalismo che tracima nel liberismo, il quale scaraventa la società nella condizione pre-umana della giungla.
Siamo alla crisi,propriamente detta, che coinvolge tutto e tutti. Gli errori, reiterati nei secoli, e problemi ingigantiti dall’incapacità di affrontarli impongono al nuovo millennio la resa dei conti, senza accordare né attenuanti né rinvii. Quali sono i nodi dell’intricata vicenda umana che non sono stati mai sciolti? L’elenco è lungo, con l’aggiunta di una iattura nuova, o piuttosto riemersa in forme nuove, con una violenza imprevista. I nodi principali, anzi cruciali, sono due: il caos economico e la devastazione psicologica. L’attuale classe dirigente, cresciuta e viziata nel praticantato del secolo scorso, è assolutamente incapace di misurarsi con una situazione di rischio senza precedenti. Anzi non è in grado di intenderlo: premessa, questa, indispensabile per decidere il da farsi. Quindi che si fa? Esattamente ciò che si sta facendo, ci stiamo narrando la storia assurda del nostro tempo. Sarà motivo di compassione o diletto per i posteri, se non gli ostruiremo i rischiosi e struggenti sentieri della vita. Per adesso c’è molta confusione nella dimora degli uomini che avvantaggia soltanto i loro difetti peggiori.
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Bell’articolo, mi trova in gran parte d’accordo.
Spesso assomigliamo ai passeggeri del Titanic che continuano a festeggiare, brindare, ballare nei lussuosi ristoranti della prima classe pur avendo sentito che un iceberg ha colpito la nave e questa sta imbarcando acqua. Questo è l’Occidente oggi. D’altronde esso “muore” per definizione, no? Tramonta da quando è nato.
I due nodi principali che individui sono veramente cruciali, nonchè ovviamente legati fra loro con risvolti paradossali.
La crisi economica è l’effetto di un processo che ha fatto della logica del mercato, del profitto a tutti i costi, del liberismo senza etica e senza freni un dogma, una fede, un credo.
La devastazione psicologica, al contrario, è frutto del vacuum esistenziale, del peggior nichilismo che cerca un vano riscatto nel consumo, del materialismo più estremo.
Crediamo (nel mercato) quando non dovremmo, non crediamo (in qualsiasi cosa) quando ci tornerebbe assai utile.
Le ideologie, ci dicono, sono crollate, Dio, ci hanno detto, è morto (epperò allora qualcuno dovrebbe dirlo anche ad Allah..), e noi non siamo capaci di crearci una nuova concezione della vita. Post-ideologica e laica, se volete.
Invece niente, questa società non ci offre granchè: nel migliore nei casi ci narcotizza, nel peggiore ci asfissia.
E allora l’iceberg non è neanche la cosa più brutta che possa capitarci…
Mi trovi molto d’accordo…Quello che dici è esatto dal mio punto di vista…Ciò che vorrei però non è solo una consapevolezza passiva di ciò che sta accadendo ma una reazione positiva e condivisa che ribalti la situazione; perchè sono convinta che le capacità, anche a questa fascia giovanile così assorta in altre attività, non manchino a nessuno, compresa la classe dirigente.