Giulio Ferroni e la “disputa” fra dialetti e italiano standard … all’ombra della Lega
By redazione • ott 14th, 2009 • Category: in archivio
di Sabrina Ferri
In un articolo apparso martedì 29 settembre 2009 sul Corriere della Sera, il docente e critico letterario Giulio Ferroni si interroga sul rapporto tra italiano standard e varietà dialettali. E lo fa in occasione dell’assegnazione del premio De Sanctis, il cui riconoscimento è andato proprio alla sua monografia dedicata all’autore dell’Orlando Furioso, l’intramontabile Ariosto.
Quando si parla di tradizione immediatamente si teme il peggio. I dialetti rischiano di intaccare e minacciare l’unitarietà della cultura italiana, ed in tal senso: “le proposte leghiste sono pretesti per fare rumore, uscite pericolose che ci fanno tornare al Medioevo e rischiano di proiettarci verso un modello jugoslavo: pensate a che cosa succederebbe se i nostri giovani si mettessero a studiare il dialetto (e quale dialetto poi?) in una situazione in cui l’italiano nelle scuole è già molto sacrificato e le lingue straniere si studiano male. Rimarrebbero tagliati fuori da qualunque contesto internazionale”.
D’altronde si è fatto tanto per costruire l’Unità, si è voluto far parte di un’Europa consolidata dando vita ad organismi internazionali e gettando una pennellata di colore monolitica su uno spazio tanto vasto quanto circoscritto. Inevitabilmente, lo studio del dialetto ci porterebbe fuori da questa realtà. Ma come negare l’influenza di grandi filoni di studio che hanno rivalutato la letteratura dialettale, senza intravederne per forza dei pericoli? Lo stesso Ariosto, in fondo, sembra richiamare un qualche carattere locale nel legame con la sua amata Ferrara. Ma: “Ariosto è fortemente radicato a Ferrara e in un poema di avventure fantastiche com’è l’Orlando Furioso inserisce riferimenti concreti alla realtà quotidiana della sua città, alle guerre contemporanee, eccetera. Insomma ha la straordinaria capacità di metabolizzare nel poema tutte le conoscenze classiche e grazie a ciò riesce a trasformare il suo forte radicamento in un’apertura inventiva straordinaria. Così Ferrara acquista una dimensione altra, molto più ampia.”
Altro discorso, poi, è la poesia dialettale. Essa “non ha un rapporto effettivo con la comunità dei parlanti, è la lingua originaria, dell’infanzia perduta”,e di certo non ha nulla a che fare con “il dialetto usato oggi in una certa narrativa, un colore locale, un idioma banalizzato che ha aspetti di espressionismo soltanto esteriore, un uso superficiale e di maniera”.
La vera narrativa, quella migliore dunque, è proprio quella che si è sempre mossa con un certo sforzo unitario, cercando di dare attenzione alla disgregazione e collocandosi nel cuore frammentato della società.
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