I DIRITTI DELLE DONNE FRA SHARIA E COSTITUZIONE ITALIANA

By redazione • set 28th, 2009 • Category: comunicazione politica e istituzionale Stampa

di Lucia Grazia Varasano

Sono passati tre anni dall’omicidio di Hina Saleem, uccisa dal padre e seppellita in giardino, perché viveva “all’occidentale”, preferiva un paio di jeans al velo. Nel 2009 la storia si ripete, Sanaa Dafani, sgozzata dal padre perché amava un italiano. Due ragazze musulmane, che come tante della loro religione, hanno sentito il bisogno di emanciparsi, si sono ribellate ai dettami dei clan maschili, ed hanno pagato questo bisogno col prezzo della loro vita.

Come loro, ce ne sono tante altre. Donne che nascono in Italia, devono confrontarsi con una cultura, o per meglio dire due. Quella del Paese in cui vivono, moderno e progressista, e quella dei Paesi di provenienza, fatta di ferree tradizioni religiose e culturali imposte dalle famiglie e che spesso corrispondono alla parte islamica più fondamentalista. Molte volte fanno fatica a integrarsi, altre, trasgrediscono, ma spesso tacciono, costrette a nascondersi sotto il velo di un burqa.

Diventano voci inascoltate, e a volte diventano un grido, come quello della leader del Movimento per l’Italia Daniela Santanché nel corso della festa di chiusura del Ramadan, che le ha valso contusioni toraciche con prognosi di venti giorni, e una denuncia da parte del centro culturale islamico di viale Jenner di Milano per turbativa di funzione religiosa autorizzata.

Era giunta con l’intento di vietare l’ingresso delle donne in burqa ed è stata “aggredita e colpita con un pugno mentre manifestava”, questa la versione di Daniela Santanché. Diversa la ricostruzione dei fatti dell’imam del centro, Abdel Hamid Shaari, e dei partecipanti che negano l’aggressione e sostengono che sia stata l’esponente politico “ad aggredire strappando il velo alle donne e a gettarsi a terra”.

Non vogliamo qui sentenziare sulle dinamiche dell’accaduto, né sulla libertà di manifestare, che rientra nei diritti di ogni cittadino che vive in un Paese democratico. Il burqa, fa parte di un’identità, quella islamica, che è un’identità religiosa, non violabile, servono delle misure che facciano rispettare la nostra Legge impedendo l’affermarsi di leggi e regole di un diritto parallelo.

A tal proposito sono state emesse varie ordinanze dei sindaci di alcuni comuni italiani, l’ultima, quella del sindaco di Montegrotto Terme, in provincia di Padova, Luca Claudio, che ha esplicitamente vietato l’uso del burqa. Non esiste ancora una direttiva nazionale, ma è in vigore l’art.85 del testo unico leggi di pubblica sicurezza, secondo cui “è vietato comparire mascherato in luogo pubblico”, e prevede una sanzione amministrativa per il contravventore.

Il disegno di legge, giace al Parlamento da tre anni, sarebbe il primo passo da compiere, secondo la Santanché, partendo dall’idea che “solo se liberiamo le donne, ci può essere una convivenza pacifica”. La leader del Movimento per l’Italia rischia la morte, ed è stata più volte minacciata, perché sostiene che il velo non è un precetto islamico e difende il diritto delle musulmane a non indossarlo. Dal 2006, dopo la pubblicazione del suo libro: La donna negata. Dall’infibulazione alla liberazione, vive addirittura sotto scorta.  Il suo atto di denuncia, però, alla fine del Ramadan, è stato giudicato come non rispettoso dalla comunità islamica. Per aprire un dialogo, questo tipo di manifestazione non è sempre la strada migliore, perché si cade nell’errore di apparire ostili all’Islam. Bisogna considerare che esistono, le correnti fondamentaliste, non aperte e non pronte al dialogo, che vogliono tenere fede ai loro principi e le loro credenze, che non cozzano con i nostri principi liberali e con i nostri ideali di emancipazione.

La voce della Santanché è la voce della parte più laica, e la sua sacrosanta battaglia della civiltà contro le barbarie, deve fare i conti con tutta l’altra parte, fatta anche di donne che credono nella loro religione, e accettano il ruolo che ricoprono. Basta ricordare le parole della mamma di Sanaa, che perdona il marito per aver ucciso sua figlia, perché “se l’è cercata”.

Sarebbe però un errore declinare alle donne islamiche la responsabilità della loro emancipazione, e sarebbe un errore combattere per essa teorizzando una de- islamizzazione. In questo senso è necessario prima di tutto che sia la donna musulmana, ad assumere la consapevolezza della propria persona, con dei diritti e doveri, e già alcuni esempi hanno spianato la strada da seguire, come quello della giornalista e politica marocchina, Souad Sbai, caporedattrice di “Al Maghrebiya”(un mensile in lingua araba rivolto agli stranieri residenti in Italia), opinionista di Avvenire, e presidente dell’Associazione donne marocchine in Italia, che denuncia da tempo la condizione delle donne arabe immigrate nella penisola.

Come Hina e Sanaa, tante sono nel mondo, le vittime dei delitti d’onore. Rifiutarsi di indossare il velo, frequentare amici cristiani (fino a convertirsi a un’altra fede), essere troppo indipendenti e moderne, queste le principali colpe delle vittime, secondo un recente rapporto stilato dal Consiglio d’Europa.

Non è accettabile che questi assassini, anziché rispondere alla nostra giurisdizione, seguono le norme della sharia, direttamente fondate sulla dottrina coranica e sulle folli interpretazioni della legge divina. Come possono queste correnti fondamentaliste, convivere con altre culture, con altri principi e altre leggi?

È necessario intraprendere un lungo percorso per promuovere l’integrazione, fondato sul dialogo e sulle leggi, su misure che promuovano i diritti della donna e la sua emancipazione, dall’istruzione all’indipendenza economica, passando attraverso tutti gli atti di denuncia della sua condizione.

Esistono alcuni siti internet, come ad esempio www.almaghribiaonlus.it, nato con l’intento di favorire il processo d’integrazione nella società italiana degli immigrati di nazionalità marocchina. Il valore su cui fonda la propria azione, è (come si legge dal sito internet) quello “del rispetto dei diritti fondamentali di ogni persona, come previsto dalla Costituzione della Repubblica Italiana con particolare riferimento al diritto al lavoro e alla partecipazione sociale di ogni individuo e al diritto- dovere al reciproco rispetto e alla libertà della persona”.

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