Amarcord. Luigi Maifredi e il suo calcio champagne

Luigi Maifredi

Luigi Maifredi

Nereo Rocco è stato etichettato negli anni come il re del catenaccio all’italiana, Arrigo Sacchi come il profeta che ha rivoluzionato la concezione di difensivismo portando il suo Milan ad imporsi ovunque col gioco perché, a suo dire, più tempo avevano palla i suoi e meno ce l’avevano gli altri. E poi, da Mazzone a Zeman, da Mourinho a Guardiola, le filosofie in contrapposizione hanno da sempre stuzzicato ed alimentato trasmissioni radio televisive, articoli di giornale e discorsi da bar dello sport. Luigi Maifredi e il suo calcio di fine anni ottanta sono stati una parentesi illuminata, uno scorcio di luce nel buio mediatico delle cosiddette provinciali.

Nel campionato di serie C2 1986-1987, il quarantenne Luigi Maifredi è alla guida dell’Ospitaletto, squadra ambiziosa dell’omonimo paesino in provincia di Brescia che punta alla promozione in C1 dopo averci provato per un paio di volte ed aver perso due spareggi consecutivi contro Trento e Mantova. L’Ospitaletto versione 86-87 e targato Maifredi è un rullo compressore, una squadra che sarebbe riduttivo definire votata all’attacco: per Maifredi si deve correre, attaccare con più uomini possibili e creare azioni offensive a ripetizione. La squadra con la maglia arancione e blu è uno spettacolo da vedere e da ammirare, vince meritatamente il girone A della serie C2 approdando per la prima volta in C1. All’allenatore Maifredi vengono riconosciuti quasi tutti i meriti, le cronache nazionali cominciano ad interessarsi a lui, a studiarne la tattica utilizzata, il carattere ed il modo di lavorare. Il calcio dell’Ospitaletto viene definito “champagne” e tale appellativo ha due significati: il primo riguarda il gioco spumeggiante della squadra, il secondo è un chiaro ed indovinato riferimento all’attività che Maifredi svolgeva prima di diventare un allenatore professionista, ovvero rappresentante delle Veuve Clicquot, una famosa azienda che produceva proprio champagne. Nell’estate del 1987 il presidente dell’Ospitaletto, Gino Corioni, decide di fare il grande salto, cede la piccola società lombarda ad imprenditori locali e acquista il Bologna che da qualche anno è caduto in serie B e non riesce a risalire. Corioni ha soldi da investire e grandi progetti per il prestigioso club emiliano che vuole anzitutto riportare subito in serie A. Il nuovo patron sceglie come allenatore proprio Maifredi e gli dà carta bianca sul mercato, in cambio di una promessa: il Bologna dovrà esprimersi come l’Ospitaletto. Raccomandazione inutile, perchè l’interpretazione di calcio che ha l’allenatore bresciano è una e una sola: attaccare in campo per divertire la gente ottenendo anche dei risultati. E il risultato arriva: il Bologna del campionato di serie B 1987-88 è un’altra sinfonia da teatro dell’opera, una macchina perfetta; i rossoblu stravincono il campionato mettendo in mostra un gioco spettacolare, il centravanti Lorenzo Marronaro vince anche la classifica dei marcatori con 21 reti, il calcio champagne entra rumorosamente nelle case degli italiani che si apprestano ad ammirarlo anche in serie A. All’esordio in massima serie, Maifredi non si lascia intimidire, il Bologna è forte dei suoi schemi e delle sue certezze, entra in campo spavaldo a prescindere dall’avversario che ha di fronte. Alla quinta giornata, ad esempio, il 6 novembre 1988, la Juventus passa a fatica al Dall’Ara al termine di una partita rocambolesca che finisce 4-3 per i bianconeri; nell’ultimo turno di andata, il 12 febbraio del 1989, le due filosofie italiane più offensive, quella di Arrigo Sacchi e quella di Luigi Maifredi, si ritrovano di fronte a San Siro per Milan-Bologna: i rossoneri sbloccano il risultato nel secondo tempo con un calcio di rigore di Marco Van Basten, fin lì limitato dallo storico libero e capitano del Bologna, il Mitico Villa, i felsinei pareggiano quasi al 90′ grazie ad una sfortunata autorete dell’altro libero e capitano, Franco Baresi. A fine partita, Arrigo Sacchi dirà: “Questo Bologna è la dimostrazione che si può attaccare e giocare bene anche senza disporre di grandi campioni. Sono ammirato”. Maifredi è sfrontato, poco importa se il 21 maggio dello stesso anno l’Inter passeggi al Dall’Ara per 6-0; Maifredi chiede scusa ai tifosi, poi sottolinea: “Quest’Inter sta stabilendo record su record e sta dominando il campionato, non abbiamo perso contro gli ultimi arrivati”. Il Bologna si salva meritatamente, Maifredi dimostra di potersi imporre anche in serie A e nella stagione 1989-90 presenta ancora una squadra votata all’attacco; qualcuno gli dà del presuntuoso quando afferma che il suo Bologna è potenzialmente da Coppa Uefa, lui smentisce tutti conducendo gli emiliani all’ottavo posto ed approfittando della stagione di gloria del calcio italiano in Europa che porta il Milan a vincere la Coppa dei Campioni, la Juve la Coppa Uefa (in finale contro la Fiorentina) e la Sampdoria la Coppa delle Coppe; successi che liberano posti in classifica per accedere all’Uefa, dando la possibilità di accedervi anche a Roma, Atalanta e appunto Bologna, giunte sesta, settima ed ottava. Per Maifredi è un trionfo, il tecnico si toglie pure la soddisfazione di uscire con 2 punti dalle prime due giornate di campionato, a Torino contro la Juventus ed in casa contro l’Inter campione d’Italia; due pareggi che chiudono la bocca a quanti, all’uscita dei calendari del campionato, pronosticavano già un Bologna al palo dopo le prime due settimane. E invece il Bologna rimarrà imbattuto per nove giornate, fino al 22 ottobre del 1989 quando perderà 3-0 a Roma contro la Lazio. Un’annata da incorniciare per i rossoblu che andranno a vincere a Firenze (1-0 il 5 novembre) nel sentito derby dell’Appennino, e batteranno anche la forte Sampdoria al Dall’Ara (1-0 il 25 marzo del 1990). Di quella stagione, inoltre, si ricordanno le folkloristiche scene di Maifredi durante Bologna-Milan dell’8 aprile, quando un’azione in mischia nell’area milanista si concluse con una probabile rete del Bologna che arbitro e guardalinee non videro; l’allenatore bolognese saltò dalla panchina agitando le mani e facendo ampi gesti sulle dimesioni del superamento della linea di porta da parte del pallone; la gara coi rossoneri finì 0-0, ma Maifredi ebbe molto da dire e da recriminare a fine partita.

Nell’estate del 1990 la Juventus si ritrovò a fare i conti con l’addio dell’allenatore Dino Zoff, giunto al termine del suo ciclo in bianconero, culminato col doppio successo in Coppa Uefa e Coppa Italia, e ingaggiato dalla Lazio. Il nuovo corso juventino del bolognese Luca Cordero di Montezemolo, spinse per portare sulla panchina più prestigiosa d’Italia proprio quell’allenatore rampante e spavaldo che faceva divertire e portava a casa pure i risultati; la famiglia Agnelli non era convintissima della scelta, ma ne era però fortemente intrigata e alla fine la linea giovane passò. Maifredi divenne allenatore di una Juventus che voleva tornare a vincere lo scudetto, dal momento che l’ultimo era datato 1986; la dirigenza bianconera non badò a spese e portò a Torino Roberto Baggio, strappandolo alla Fiorentina ed accendendo contestazioni e rivolte a Firenze. Maifredi si ritrovò così con la coppia delle notti magiche italiane degli ultimi mondiali (Baggio e il già bianconero Totò Schillaci), sfuggiti agli azzurri per un soffio, e volle con sè due uomini di fiducia del suo Bologna: i difensori Gianluca Luppi e Marco De Marchi, ritrovando a Torino anche un altro suo vecchio “discepolo”, il centrocampista Giancarlo Marocchi, protagonista del primo Bologna di Maifredi, quello della serie B, e alla Juve già dall’estate del 1988. “Juve champagne”, “La Signora con le bollicine”, erano questi i titoli dei giornali prima della stagione 1990-91, quella che avrebbe dovuto portare Maifredi alla definitiva consacrazione e che fu invece per lui l’inizio di una discesa inarrestabile. L’annata cominciò come peggio non avrebbe potuto: la Juve perse 5-1 la gara di Supercoppa Italiana al San Paolo contro l’ultimo Napoli di Maradona e fu travolta da Careca e Silenzi che andarono a nozze contro l’altissima e disunita difesa bianconera. Il campionato non iniziò male, la Juve vinse la gara d’esordio a Parma, poi iniziò a pareggiare troppo; diventò una costante: i bianconeri andavano in vantaggio con Baggio su rigore e venivano puntualmente ripresi sull1-1 dagli avversari: successe in casa contro l’Atalanta e in casa del Cesena che all’epoca era allenato da Marcello Lippi. Maifredi finì ben presto sulla graticola, si iniziò a parlare di esonero già alla vigilia della quinta giornata di campionato, il 7 ottobre 1990, quando la Juve fece visita al pericolante Lecce allenato da un ex juventino come Boniek. Fu una brutta partita, decisa nel finale da un gol di Paolo Di Canio che regalò il successo alla Juventus e rinsaldò la panchina di Maifredi. Le cose sembrarono mettersi meglio alla fine di quello stesso mese quando la Juve travolse 4-2 l’Inter al Delle Alpi e rilanciò le sue ambizioni in ottica scudetto. L’11 novembre del 1990 la Juve andò a Bologna e fu per Maifredi una giornata particolare, tornare nella città che gli aveva regalato gloria e fama; il Bologna stava vivendo un’annata travagliata che sarebbe culminata con ultimo posto e retrocessione. La Juve vinse 1-0 grazie ancora a un rigore di Baggio, il Bologna fallì con l’ungherese Detari il penalty dell’ipotetico 1-1 e a fine partita ci fu la leggendaria lite fra Schillaci e il bolognese Poli che accusò il capocannoniere di Italia ’90 di averlo minacciato con un macabro “Ti faccio sparare“. Ma la Juve non ingranava, lo stesso Schillaci non riusciva a segnare, Baggio reggeva quasi da solo la baracca.

Il 5-0 inflitto alla Roma il 18 novembre con tripletta di un rinato Schillaci, infatti, fu un fuoco di paglia: già una settimana dopo, i bianconeri persero 2-0 a Bari, mentre le ultime due gare dell’anno solare furono terrificanti e Maifredi venne contestato aspramente: il 16 dicembre la Juve si fece rimontare dal 2-0 al 2-2 dal Cagliari che in quel momento era ultimo in classifica e staccato notevolmente dalla zona salvezza; il 30 dicembre, poi, i bianconeri persero 2-0 a San Siro contro il Milan e Maifredi sembrò disorientato a fine gara, come se stesse perdendo la guida di una macchina mai veramente rodata e controllata. Il girone di ritorno della Juve fu un inferno: i bianconeri scalarono la classifica al contrario uscendo in fretta dalla lotta scudetto ed entrando in quella per la zona Uefa ma correndo alla metà della velocità degli altri. La Juve perse in trasferta contro Sampdoria ed Inter, in casa contro il Milan e nel derby col Torino, non riuscì a battere al Delle Alpi Lecce e Bologna che a fine campionato sarebbero retrocesse, uscì sconfitta da Firenze nel giorno del famoso rifiuto di Roberto Baggio di calciare un rigore contro la Fiorentina. La sconfitta per 1-0 in casa della Lazio il 3 marzo del 1991, segnò poi la definitiva rottura con la dirigenza juventina, tanto che Agnelli attaccò pubblicamente Maifredi all’uscita dallo stadio Olimpico: ” La crisi di gioco e la crisi di risultati sono strettamente collegate – disse l’Avvocato – e l’allenatore dovrebbe porvi rimedio, invece…..”. Invece Maifredi perse la rotta e la nave juventina finì con l’andare totalmente alla deriva: il campionato finì malissimo con due sconfitte nelle ultime quattro partite, 0-3 in casa col Milan e 2-0 a Marassi contro il Genoa nella gara che regalò ai rossublu di Bagnoli la qualificazione Uefa e sbattè fuori la Juve dalle competizioni europee dopo 27 anni di partecipazioni consecutive. Finì male anche l’avventura in Coppa delle Coppe dove i bianconeri si arresero in semfinale al Barcellona, mentre la Coppa Italia era andata via a febbraio assieme al Carnevale per mano della Roma. La Juve rimase delusissima dall’apporto di Maifredi, quel calcio spettacolare tanto ammirato a Bologna non si vide mai e l’ottimo rapporto con Roberto Baggio che definì e continuò a definire negli anni Maifredi come il miglior allenatore avuto in carriera, non bastò per confermarlo a Torino e la Juventus richiamò in panchina Giovanni Trapattoni. La vita professionale di Maifredi terminò in pratica dopo quel Genoa-Juventus del 26 maggio 1991, perchè da quel giorno il tecnico bresciano inanellò una serie di esoneri da guiness dei primati, un record poco invidiabile ma anche difficilmente battibile. Restò evidentemente toccato e scottato dalla burrascosa esperienza juventina, tornò sui suoi passi cercando di aggiustare e modellare il suo calcio champagne, ma finì con l’andare in confusione non riuscendo mai più a dare identità alle sue squadre. Tornò a Bologna con l’obiettivo di riportare i rossoblu in serie A ripartendo da un ambiente che lo adorava: finì male perché il Bologna si tenne sempre lontanissimo dalla zona promozione e Maifredi fu esonerato dopo la sconfitta casalinga contro la Reggiana del 10 novembre 1991 all’undicesima giornata, e sostituito da Nedo Sonetti. L’anno successivo lo chiamò il Genoa in serie A a campionato in corso; Bruno Giorgi fu infatti esonerato alla nona giornata dopo la sconfitta casalinga contro il Cagliari dell’8 di novembre; Maifredi rimase in sella per undici partite collezionando 3 vittorie (contro Torino, Napoli ed Atalanta) e venendo cacciato dopo la 21.ma giornata il 28 febbraio 1993 a seguito della sconfitta a Marassi contro la Lazio per 3-2 dopo che il Genoa era andato sul 2-0 a favore. Rimasto inattivo nella stagione 1993-94, Maifredi tornò protagonista dopo 3 giornate del campionato di serie B 1994-95, chiamato dall’ambizioso Venezia a rimpiazzare Ventura, ma fu un altro fallimento: l’avventura in Veneto durò appena nove partite nonostante due vittorie consecutive all’esordio tra cui lo straripante 3-0 in casa della  forte Atalanta; dopo la sconfitta al dodicesimo turno il 27 novembre 1994 per 3-1 in casa contro l’Udinese, Maifredi fu sollevato dall’incarico di allenatore del Venezia, ma trovò un nuovo ingaggio in serie A alla fine del febbraio ’95 quando lo chiamò il vecchio presidente Corioni alla guida di un Brescia ultimo e disperato. Maifredi voleva rilanciarsi salvando una squadra che aveva già un piede in serie B. L’azzardo si rivelò altresì una catastrofe. L’allenatore rimase in panchina per 6 partite e risucì ad accumulare altrettante sconfitte: 3-2 e 5-0 in casa contro Cagliari e Milan, 1-0 a Genova contro i genoani, 4-1 al Rigamonti contro il Torino, 4-0 a Firenze, 3-1 in casa contro il Padova, dopodichè fu inevitabilmente esonerato. Nella stagione 1995-96 venne chiamato dal Pescara in serie B dopo che gli abruzzesi avevano mandato via Francesco Oddo e si erano notevolmente allontanati dalla zona promozione, obiettivo di inizio stagione. Maifredi arrivò a Pescara alla 26.ma giornata il 10 marzo 1996, convinto di riportare i pescaresi nell’alta classifica, ma l’avventura iniziò male (3-1 patito a Reggio Emilia) e finì peggio con la sconfitta di Reggio Calabria a quattro giornate dalla fine col Pescara definitivamente relegato a centro classifica. Maifredi tentò allora l’esperienza all’estero, prima nel 1997 in Tunisia con l’Espérance di Tunisi, una delle formazioni più blasonate del paese, poi nella stagione 1998-99 in Spagna in seconda divisione con l’Albacete, ma in entrambe le circostanze fu allontanato anzitempo. L’ultima avvenura in panchina, Maifredi la vive nella stagione 2000-2001, in serie C1 alla Reggiana quando la società emiliana affida a lui le sue ambizioni di tornare in serie B. Il campionato inizia con la vittoria dei granata a Lecco per 4-3 e si rivede una parvenza del vecchio calcio del vecchio Maifredi, poi la Reggiana non vince più e il 22 ottobre del 2000 perde 4-1 in casa dell’Arezzo allenato da Antonio Cabrini e Maifredi è esonerato con la squadra in piena lotta per non retrocedere.

Luigi Maifredi lascia la carriera di allenatore e diventa consulente tecnico del Brescia, un ruolo che gli regala diverse soddisfazioni e che permette ai lombardi di sfornare e poi rivendere svariati talenti. Torna a sedere in panchina il 28 settembre del 2013 dopo che Marco Giampaolo, tecnico del Brescia, aveva rassegnato le dimissioni e prima che i bresciani assumano il nuovo allenatore Cristiano Bergodi. Latina-Brescia finisce 2-0 e Maifredi lascia subito il timone a Bergodi venendo ricordato per sempre come il fautore del calcio champagne, purtroppo sgasatosi quasi subito.

(di Marco Milan)

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