Amarcord: Oscar Dertycia, il centravanti che lasciò a Firenze fama e capelli

Di calciatori giunti in Italia con la nomea di campioni e tornati in patria con la coda fra le gambe, bollati dalla serie A come autentici brocchi è piena la storia, spesso sono favole senza lieto fine, anche comuni e banali: il giocatore straniero costa poco e scalda il pubblico perchè ha il fascino dell’esotico, poi a conti fatti non si ambienta, si allena male e, fondamentalmente, non è neanche un granchè come calciatore. La storia di Oscar Dertycia, però, ricalca solamente in parte lo stereotipo del bidone straniero che fallisce in serie A; la storia di Oscar Dertycia è calcistica, umana e psicologica allo stesso tempo, unica e forse irripetibile nel suo genere.

Oscar Alberto Dertycia nasce in Argentina, a Còrdoba, il 3 marzo 1965, di professione calciatore, centravanti per l’esattezza. Dertycia è quella che si dice una prima punta di sfondamento: 1.83 di altezza per 83 kg di peso, lavora col fisico più che con la tecnica individuale, lotta in area di rigore, sgomita, non ha paura di prendere botte che puntualmente restituisce all’avversario di turno. Cresce calcisticamente nella società argentina dell’Instituto Còrdoba con cui esordisce in serie A a neanche diciott’anni, affermandosi subito come cannoniere e rapinatore d’area di rigore. Lo chiamano il pugile, per via del naso schiacciato, ma anche di come lotta in campo; a Còrdoba resta fino al 1988 quando viene acquistato dal leggendario Argentinos Juniors, ex squadra di Diego Armando Maradona. Con la casacca rossa, Dertycia esplode definitivamente attirando su di sè gli occhi di club italiani e spagnoli che mandano regolarmente i propri osservatori ad ammirare le prove di questo centravanti dalla folta chioma anni settanta e dal viso lungo e scavato che mette ancora di più in risalto la strana dimensione del suo naso. L’argentino segna a raffica e nella stagione 1988-89 non solo si laurea capocannoniere del torneo con 23 reti, ma stabilisce un record fino a quel momento mai realizzato prima in Argentina: nelle prime tre partite, infatti, Dertycia segna 9 gol, frutto di due quaterne al Rosario Central e all’Estudiantes, oltre ad una rete messa a segno contro l’Independiente. La fama di questo centravanti rimbalza oltre oceano, non c’è ancora internet, non ci sono i cellulari, eppure il nome di Dertycia ormai lo conoscono tutti anche in Europa. “In campo è una belva”, riporta una dettagliata relazione di uno degli osservatori del Genoa nella primavera del 1989. “E’ un selvaggio, il selvaggio del gol”, scrivono le testate giornalistiche argentine.

Nell’estate del 1989 si scatena un’asta per Dertycia che alla fine sbarca in Italia dove lo acquista la Fiorentina dei Pontello per 2 miliardi e 200 milioni di lire, contratto triennale da 300 milioni a stagione. L’allenatore dei viola è il compianto Bruno Giorgi a cui sono piaciute molto le relazioni degli osservatori, approvate anche dal direttore sportivo dei gigliati, l’ex calciatore Nello Governato. Oscar Dertycia sbarca a Firenze nel tripudio generale, la città vuole crescere ancora dopo l’ottima stagione 1988-89 nella quale la celebre B-2 Baggio-Borgonovo ha incantato il pubblico fiorentino trascinando i toscani alla qualificazione in Coppa Uefa. Ma Borgonovo è tornato al Milan che lo aveva girato a Firenze in prestito, così Dertycia sembra la spalla perfetta per Roberto Baggio: il codino (ancora coi ricci classici, a dire la verità) crea e inventa calcio, l’argentino piglia e dà botte aprendo spazi per il compagno e finalizzandone gli assist filtranti. Anche i giornali sono incuriositi dalla Fiorentina e da quella coppia di attaccanti che, almeno sulla carta, potrebbe fare faville; certo, le milanesi, il Napoli, la Juventus e la Sampdoria non sono alla portata dei viola che possono però recitare il ruolo di guastafeste, ben comportandosi anche in Europa, in quella Coppa Uefa che a cavallo fra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta è regno incontrastato delle squadre italiane che dal 1989 al 1995 portano almeno una compagine in finale. Ma il campionato della Fiorentina parte a rilento: la squadra di Giorgi nelle prime 8 giornate perde 4 partite vincendone solo una in casa contro la Lazio, ma soprattutto ha evidenti problemi in attacco dove Baggio non è assistito da un Dertycia che sembra spaesato ed abulico, non certo la belva che descrivevano dall’Argentina e che avrebbe dovuto mettere paura a tutti.

Le due vittorie consecutive contro Cremonese e Sampdoria rasserenano leggermente il clima attorno alla Fiorentina e al tecnico Giorgi, ma non liberano Dertycia dal peso di un gol che ancora non arriva. La curva viola aspetta il suo centravanti che corre e ci prova, ma di buttarla dentro proprio non ne vuole sapere. Poi all’improvviso, il 19 novembre 1989, dodicesima giornata di serie A, l’incantesimo si spezza; allo stadio Comunale (che ancora non si chiama Artemio Franchi) si gioca Fiorentina-Ascoli, gara fondamentale per le sorti dei viola, reduci dalla sconfitta casalinga contro il Bologna nel sentito derby dell’Appennino. Il calendario sta dando una mano alla formazione di Giorgi, presentando un’altra gara in casa e contro un avversario abbordabile come i marchigiani. E’ la grande giornata di Roberto Baggio che sigla una tripletta nel perentorio 5-1 dei toscani, ma è la liberazione per Oscar Dertycia che completa il trionfo viola con una doppietta, le sue prime reti in Italia: la prima, al minuto 64, di esterno destro su assist di Marco Nappi, la seconda, cinque minuti dopo, incornando di testa un perfetto cross ancora di Nappi. Dertycia esulta con rabbia, finalmente ha trovato il gol, finalmente si è sbloccato; sembra la fine di un incubo per l’argentino che va in rete anche la settimana successiva firmando l’1-1 della Fiorentina a Cesena dopo il vantaggio romagnolo di Pierleoni. Tre reti in due partite: l’ariete sudamericano ha fatto aspettare un po’ i tifosi, ma forse ora si è ambientato, anzi, qualcuno si esalta e inizia a dire: “Ora che ha cominciato a fare gol non si fermerà più”.

Non sarà così: la stagione della Fiorentina piglia una bruttissima piega, i viola non vinceranno per tre mesi, da quel 5-1 all’Ascoli di novembre, torneranno ad esultare il 18 febbraio del 1990 dopo il 3-0 contro il Lecce, quando però Dertycia non ci sarà già più. Il destino, infatti, vuole che l’attaccante argentino, dopo un altro gol siglato nell’1-1 dei toscani in casa del Genoa il 14 gennaio e dopo un’inutile rete nella sconfitta di Bologna in Coppa Italia ad inizio del 1990, trovi la fine della sua esperienza italiana proprio al cospetto di Diego Armando Maradona che si scontra con Dertycia il 24 gennaio 1990. E scontro è proprio il termine giusto: quella sera si gioca a Perugia, in campo neutro, perchè lo stadio di Firenze è in ristrutturazione in vista di Italia ’90 e la Fiorentina è costretta ad un lungo esilio che la porterà allo stadio Renato Curi per buona parte della stagione. Durante la gara contro il Napoli, Dertycia e Maradona si affrontano in un contrasto duro, molto duro: i due argentini rimangono a terra, contorcendosi per il dolore, ma mentre il numero 10 napoletano si rialza dopo poco, l’attaccante viola non si riprende ed è sostituito. Il giorno dopo arriva la sentenza: distorsione del ginocchio con lesione del legamento, almeno 4 mesi di stop, addio anche all’ipotetica convocazione con la nazionale argentina per il campionato del mondo. Una mazzata terribile per un Dertycia affranto e che ancora non sa che forse il peggio sta per arrivare.

I medici lo curano, ma il ginocchio non risponde, l’attaccante argentino ha paura di non tornare più a giocare e cade in una depressione che sfocia in una gravissima forma di alopecia nervosa: in pochissimo tempo la sua folta capigliatura scompare e Dertycia resta completamente glabro, è pressochè irriconoscibile nelle sue pochissime uscite pubbliche. Il ginocchio inizia pian piano a guarire, ma il calcio, si sa, dimentica in fretta: la Fiorentina, che nel frattempo si è salvata a fatica dalla retrocessione in serie B ed è arrivata sino alla finale di Coppa Uefa, persa nel doppio confronto con la Juventus, sta preparando la nuova stagione orfana di Roberto Baggio, appena passato proprio ai bianconeri, con un altro allenatore, il brasiliano Sebastiao Lazaroni, ex commissario tecnico della nazionale carioca. Lazaroni chiede l’acquisto dell’attaccante rumeno Marius Lacatus e la conferma del talentuoso cecoslovacco Kubik e ovviamente di Carlos Dunga, perno dei viola e del Brasile, che il tecnico conosce fin troppo bene. Nel 1990 le società italiane possono tesserare ancora solo tre calciatori stranieri, per cui se il nuovo presidente fiorentino Mario Cecchi Gori vuole portare a Firenze Lacatus deve cedere prima Dertycia. L’argentino viene scaricato dalla dirigenza e dall’allenatore, potrebbe appellarsi al contratto, invece accontenta tutti e scioglie il legame con i viola: “L’ho fatto per il bene della squadra e per la riconoscenza di avermi portato in Europa”, dirà l’attaccante anni dopo. A campionato iniziato e dopo aver rifiutato gentilmente di assistere a Fiorentina-Parma dalla curva assieme ai tifosi per paura che, in caso di andazzo negativo della gara, il pubblico avrebbe potuto invocare il suo nome mettendo in difficoltà i calciatori viola in campo, Oscar Dertycia lascia Firenze dove ad abbandonarlo sono stati tutti, persino i suoi capelli. L’argentino non vorrebbe andar via dall’Italia, su di lui fa un sondaggio il Cesena che poi sceglie il fantasista brasiliano Silas, così Dertycia si sposta in Spagna dove rimarrà dall’autunno del 1990 al 1995, giocando prima nel Cadice, poi nel Tenerife e infine nell’Albacete. Proprio nel periodo alle isole Canarie nel Tenerife, l’ex attaccante della Fiorentina vive il suo miglior periodo con 27 reti in 91 partite, una delle quali, all’ultima giornata di campionato, decide la sfida contro il Real Madrid a cui sarebbe bastato un pareggio per vincere la Liga, persa invece clamorosamente proprio a causa di un gol dell’ormai pelato centravanti argentino. Dertycia chiude la carriera in Sud America fra Perù, Cile e Argentina, tornando a giocare anche nell’Instituto Còrdoba, la squadra che lo aveva lanciato nel grande calcio vent’anni prima.

Dell’avventura italiana rimarranno 19 presenze e 5 reti totali fra campionato (10; 4), Coppa Uefa (6;0) e Coppa Italia (3; 1), tanta sfortuna per l’incidente al ginocchio ed un mea culpa: “E’ stata colpa mia in gran parte – dirà un nostalgico Dertycia a carriera ormai conclusa – dovevo e potevo segnare di più”. Non lo ha aiutato nessuno: la Fiorentina lo ha scaricato in fretta, il fato lo ha tolto di mezzo troppo presto, la sua tenuta nervosa lo ha allontanato dalle questioni di campo e gli ha sottratto, oltre ai capelli, anche la cattiveria che lo aveva contraddistinto in Argentina. Forse per tutto questo, oggi Oscar Dertycia è ricordato discretamente a Firenze, certo non come Baggio, non come Batistuta, ma come un ottimo giocatore rimasto inespresso e che, con un po’ più di fortuna, avrebbe forse regalato grandi gioie all’appassionato popolo viola.

di Marco Milan

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