Amarcord: un anno da dimenticare. Il disastroso ritorno di Fabio Capello al Milan

Prendete una squadra che di fronte al suo stadio gremito festeggia il quarto titolo nazionale in cinque anni, il suo allenatore portato in trionfo; poi prendete una squadra che arriva a metà classifica, arrancando tra figuracce e lunghissime serie senza vittorie, un allenatore contestato ed invitato ad andarsene. Difficile pensare che si tratti della stessa squadra, dello stesso allenatore e della stessa tifoseria, invece al Milan e a Fabio Capello nella stagione 1997-98 è successo proprio questo.

C’è aria di rivoluzione e cambiamento attorno al Milan nell’estate del 1997: i rossoneri provengono da una stagione pessima, la peggiore dell’era berlusconiana, l’inizio con Oscar Tabarez, il ritorno a dicembre di Arrigo Sacchi, l’eliminazione dalla Coppa dei Campioni nella fase a gironi per mano del Rosenborg, l’undicesimo posto finale in campionato ed una valanga di umiliazioni fra cui l’1-3 nel derby con l’Inter e l’1-6 casalingo contro la Juventus ottenuti nel giro di una settimana e che portano i tifosi milanisti a girare per tutta Italia con uno striscione che farà epoca: “Avete rovinato 10 anni da leggenda con 1 da vergogna“. In più, si ritirano due colonne della squadra, Mauro Tassotti e soprattutto il vecchio capitano Franco Baresi, leader del Milan da vent’anni; proprio Tassotti, al termine del campionato 1996-97, dice: “Dispiace lasciare proprio ora, col Milan in queste….col Milan così”. Non ce la fa a dire “col Milan in queste condizioni”, ma è esattamente ciò che pensa e ciò che pensano tutti in quel giugno del 1997, l’impressione che serva una restaurazione importante dopo anni di trionfi in cui il club milanista è diventato il più famoso e vincente al mondo con 5 scudetti, 3 Coppe dei Campioni (più altre due finali perse) ed una serie infinita di Supercoppe e Coppe Intercontinentali. La rivoluzione, pensa Silvio Berlusconi, deve partire dalla panchina per avere una guida sicura, esperta e nuovamente vincente.

Il presidente rossonero già dalla primavera del 1997 inizia a contattare Fabio Capello, l’uomo che alla guida del Milan ha vinto 4 scudetti in 5 anni di cui 3 consecutivi ed è stato scoperto proprio da Berlusconi che lo ha allevato negli uffici di Milanello fra corsi da manager e allenamenti con il settore giovanile, scoprendone le indubbie qualità carismatiche per essere il tecnico della squadra più vincente d’Europa e del mondo. Capello aveva salutato i rossoneri dopo lo scudetto del 1996 per andare al Real Madrid e vincerne un altro, proprio nell’anno di maggior difficoltà del Milan berlusconiano e proprio mentre i tifosi madridisti, nonostante il successo nazionale, criticavano Capello per un gioco poco brillante e fantasioso, non consono allo stile aristocratico del club spagnolo. L’allenatore friulano, orgoglioso e un po’ permaloso, lascia Madrid con stizza ma anche con la sicurezza del vincente, di chi è arrivato in una città nuova e in un campionato nuovo, lo ha vinto e ora se ne torna da dove è venuto, in barba alle critiche. Perchè infatti, dopo qualche telefonata di corteggiamento, Capello dice sì a Berlusconi: “Lei è l’unico che possa risollevarci”, gli dice il presidente, mentre il tecnico viene accolto a Milanello da ovazioni e una grande folla, rispondendo solamente: “Dire di no a Berlusconi e al Milan era per me impossibile”. Il Milan vuole rinascere e vuole farlo col suo condottiero, ma non tutto è in realtà semplice come tutti pensano, perchè nel frattempo in Italia in molti considerano i rossoneri come favoriti per il campionato, un po’ perchè non avranno le coppe europee da disputare, un po’ per il ritorno di Capello che già di per sè è una garanzia.

La campagna acquisti di Berlusconi e Galliani è a dir poco dispendiosa: Capello congeda Roberto Baggio (che andrà al Bologna), Marco Simone (che parte per la Francia), Stefano Eranio, oltre a Dugarry, Vierchowod, Reiziger e Blomqvist, vale a dire tutti gli acquisti della stagione precedente, segnale che l’allenatore friulano vuole ripartire cancellando completamente l’annata 96-97 nella quale è stato lontano da Milano. Al Milan arrivano il talentuoso esterno d’attacco Ibrahim Ba, eccentrico ragazzone di colore coi capelli tinti di biondo, l’esperto e solido terzino sinistro tedesco Christian Ziege, il portiere Massimo Taibi dal Piacenza, il fantasista brasiliano Leonardo e soprattutto il centravanti olandese Patrick Kluivert dall’Ajax, 22 anni, la promessa del calcio europeo sulla quale tutti sono pronti a scommettere; non ci fosse stato l’arrivo di Ronaldo all’Inter, dicono, Kluivert sarebbe certamente stato il colpo di mercato dell’anno. Insomma, i tifosi milanisti possono davvero tornare a sognare: in fondo l’organico sembra rinforzato, la società è carica e in panchina c’è uno come Capello che, fosse solo per orgoglio, non ci sta a fare figure barbine. Ciò con cui al Milan nessuno ha ancora fatto i conti è lo spogliatoio: i rapporti fra Capello e i senatori della squadra si sono notevolmente deteriorati già nella seconda parte della stagione 1995-96, l’ultima trascorsa insieme; Sebastiano Rossi, Alessandro Costacurta, Paolo Maldini e Demetrio Albertini, informati da Berlusconi circa il possibile ritorno di Capello a Milano, sono contrari, la rigidità del tecnico, le regole ferree, il poco dialogo, sono tutte situazioni che non vogliono rivivere.

I “vecchi” dello spogliatoio si schierano contro il ritorno di Capello, preferirebbero un tecnico nuovo, il vicentino Francesco Guidolin, ad esempio, che pure il Milan ha trattato seppur senza particolare convinzione. Ma Berlusconi è irremovibile: è Capello l’uomo giusto per il rilancio milanista. La stagione parte domenica 31 agosto 1997 con la trasferta di Piacenza: caldo asfissiante, Milan in palla ma legato, Piacenza organizzato e sicuro del fatto suo. Fa tutto il difesore emiliano Delli Carri: nel primo tempo anticipa Boban e sigla il più classico degli autogol, nella ripresa si fa perdonare realizzando il pareggio con una zuccata vincente sugli sviluppi di un calcio d’angolo. 1-1, Capello esce dal campo scuro in volto, il Milan manca l’appuntamento con la prima vittoria in campionato dopo oltre 10 anni di successi consecutivi all’esordio. Neanche la Coppa Italia risolleva i rossoneri: tre giorni dopo, in uno stadio San Siro semi deserto, la Reggiana strappa uno 0-0 che lascia un po’ di preoccupazione nell’ambiente milanista. L’attacco sembra spuntato, ma Capello tranquillizza tutti: “Siamo solo all’inizio”. Una profezia che, purtroppo per lui, si avvererà seppur in maniera opposta alle sue volontà. Alla seconda giornata di campionato il Milan gioca bene contro la Lazio a San Siro davanti a spalti quasi gremiti: i rossoneri attaccano, creano azioni importanti, passano in vantaggio con un gran gol di Ba che disputerà la sua miglior partita a Milano. Solo Kluivert sembra un corpo estraneo alla squadra: l’olandese è svagato, lento, sbaglia l’impatto col pallone a pochi metri dalla porta avversaria, non appare per nulla grintoso. Milan-Lazio si conclude 1-1 perchè proprio in pieno recupero viene concesso ai biancocelesti un dubbio rigore che Signori trasforma. Pazienza, dicono al Milan, l’importante è aver ritrovato una prestazione dignitosa e di buon auspicio per il futuro.

Ma dopo il passaggio del turno in Coppa Italia contro la Reggiana, deciso dai “vecchi” Weah e Boban, il Milan perde a Udine nel peggiore dei modi: prima va in vantaggio col primo gol italiano di Kluivert, poi subisce la rimonta dei friulani con la doppietta di Oliver Bierhoff, il cui secondo gol è caratterizzato da un retropassaggio scellerato del difensore olandese Winston Bogarde, uno dei pochi bidoni acquistati dal Milan di Silvio Berlusconi e rispedito immediatamente al mittente. Una settimana più tardi, dal Milan di Capello ci si attende il riscatto e invece a San Siro il Vicenza passa 1-0 grazie ad una punizione di Arturo Di Napoli e getta nello sconforto i rossoneri, inchiodati dopo 4 giornate a fondo classifica con appena 2 punti racimolati, mentre i dirimpettai cittadini dell’Inter viaggiano a vele spiegate al comando del campionato con 4 vittorie. La Gazzetta dello Sport di lunedì 29 settembre 1997 titola: “Clamoroso: Inter 12 Milan 2”, facendo riferimento ovviamente ai punti in classifica e all’incredibile sproporzione fra le due squadre milanesi. Ad Empoli, alla quinta giornata, il Milan non può fallire e Capello viene indicato già sotto esame se non dovesse uscire dallo stadio Castellani con i tre punti. I rossoneri giocano contratti, si capisce che c’è tensione, mentre la manovra del giovane Empoli di Spalletti è ariosa, frizzante, di chi non ha nulla da perdere in una sfida impari solo sulla carta. A dare una mano ai rossoneri ci pensano a metà ripresa il portiere empolese Angelo Pagotto (ex rossonero con poca fortuna nella stagione precedente) e l’attaccante svedese Andreas Andersson, acquistato dal Milan come bomber di scorta e risultato decisivo nell’azione che vede la papera di Pagotto e il colpo di testa fortunoso e vincente dell’attaccante scandinavo che regala ai rossoneri la prima sofferta vittoria di un campionato iniziato clamorosamente a rilento per una delle pretendenti al titolo.

Ma se il buongiorno si vede dal mattino, al Milan c’è poco da stare allegri: l’uscita dalla crisi, possibile dopo la vittoria di Empoli, viene ricacciata indietro da quella che è la sconfitta più misera che si possa immaginare, ovvero l’1-2 casalingo contro il Lecce fanalino di coda a San Siro. I pugliesi, ancora a zero punti dopo 5 partite, arrivano a Milano con la tranquillità del condannato a morte, ma si accorgono ben presto di potersi sottrarre, neanche tanto difficoltosamente, ad una sentenza già scritta; lo jugoslavo Govedariça, centrocampista leccese, approfitta dopo pochi secondi di una dormita della difesa milanista per portare in vantaggio i salentini, poi ci pensano i rossoneri a scrivere un copione tutto a tinte giallorosse: prima Savicevic (in una delle sue ultime apparizioni milaniste) si fa espellere per una gomitata a palla lontana, poi l’inguardabile retroguardia di Capello si fa cogliere impreparata su una ripartenza del ficcante tornante Maurizio Rossi che si guadagna il rigore del 2-0 trasformato da Casale. Mai il Lecce aveva vinto a San Siro, mai il Milan era stato così in basso dai tempi della serie B di inizio anni ottanta; Kluivert è sempre più demoralizzato, il pubblico inizia a prenderlo di mira ad ogni pallone toccato male, lui si indispettisce e risponde con ironici applausi, mentre Capello in panchina allarga le braccia sconsolato: il Milan che conosceva lui era di tutt’altra pasta. Milan-Lecce finirà dunque 1-2, Capello si infurierà con l’arbitro De Santis per chissà cosa, lo rincorrerà fino al tunnel che conduce agli spogliatoi, urlandogli tutta la sua rabbia e la sua frustrazione, facendolo diventare capro espiatorio di una situazione che si fa ormai drammatica per un Milan che non ha ancora vinto in casa.

A novembre, fra il passaggio del turno in Coppa Italia contro la Sampdoria, il 3-0 a Genova in campionato proprio contro i blucerchiati ed il 2-2 strappato con doppia rimonta all’Inter nel derby, la stagione del Milan sembra aver preso una piega migliore ed anche il pareggio di San Siro contro la Juventus sa di crescita, anche perchè sfortunato: rossoneri in vantaggio grazie all’autogol di Ciro Ferrara, ma raggiunti poco dopo dal futuro milanista Filippo Inzaghi che approfitta di un maldestro controllo di Taibi per infilare la porta rossonera. Il portiere, dopo quel marchiano errore, verrà fatto accomodare in panchina e fra i pali tornerà l’esperto Sebastiano Rossi. Il Milan riesce a vincere anche due partita di fila in casa, 2-1 sul Brescia con doppietta di Leonardo, uno dei pochi calciatori in forma, e 2-0 al Bari quando torna al gol anche un Patrick Kluivert sempre in difficoltà. Fra novembre e gennaio i rossoneri non perdono mai e mostrano un gioco e una determinazione diverse, vincendo a Bergamo, a Napoli e pareggiando 0-0 a San Siro sia col Bologna che con la Roma, a dimostrazione che le prestazioni casalinghe continuano ad essere un problema. Intanto il mercato di riparazione ha salutato Andersson e Bogarde ed ha accolto due attaccanti italiani, Filippo Maniero e soprattutto Maurizio Ganz che ha litigato con l’Inter e che cambia sponda del Naviglio portandosi dietro una rabbia ed una voglia di rivalsa che al Milan non possono che far comodo in una situazione disgraziata. L’8 gennaio 1998 a San Siro si gioca l’andata dei quarti di finale di Coppa Italia, Milan-Inter: sulla carta il pronostico è impietoso per i rossoneri, perchè l’Inter guida la classifica ed è la migliore versione nerazzurra dai tempi di Trapattoni di fine anni ottanta; il Milan stenta, stenta soprattutto in casa e sembra avere pochissime possibilità di uscire indenne da un derby mai così sbilanciato come appare quello di una serata che invece trasforma i rossoneri, inaspettatamente, forse anche inspiegabilmente. Savicevic sembra tornato quello della finale di Atene col Barcellona del 1994, inventa, corre, segna una delle 5 reti con cui la squadra di Capello travolge i nerazzurri, un 5-0 quasi incredibile che stravolge pronostici e valori in campo. Segna anche Ganz che dopo il gol esulta come un invasato, sfogando tutto il suo risentimento verso quell’Inter che lo aveva messo da parte.

Che il 5-0 nel derby possa essere la svolta per una stagione che in fondo pulò essere ancora recuperata? Al Milan ne sono convinti, anche perchè i rossoneri possono finalmente vincere la Coppa Italia (che in bacheca manca dagli anni settanta) e raggiungere in campionato un posto Uefa, rimediando tutto sommato un piazzamento decoroso in un’annata sfortunata. Ma quando non ci sono fondamenta solide, è difficile che i palazzi stiano in piedi: al Milan manca tutto, lo spogliatoio ha rigettato Capello, è costretto a tenerselo ma i calciatori non sono più disponibili a gettarsi nel fuoco per lui; inoltre l’organico è stato sopravvalutato, i vecchi vivono un momento di crisi fisica e mentale, Albertini, Costacurta, Desailly e Maldini sembrano lontani parenti dei campioni di qualche anno prima, i nuovi stanno rendendo pochissimo, perchè Ziege vaga per il campo senza azzeccarne una, Kluivert continua a sbagliare gol clamorosi davanti alla porta ed è lentissimo sia di gambe che di pensiero. I soli Maniero e Ganz, in poche settimane, risultano più efficaci dell’olandese: l’ariete padovano decide al 90′ la gara casalinga contro il Piacenza, mentre l’ex interista segna a Napoli e a Parma, prima che tutto l’attacco milanista si risvegli a Vicenza il 15 febbraio quando il Milan si impone 4-1 con doppietta di Kuivert e reti di Ganz e Maniero, per poi ripetersi anche una settimana dopo a San Siro contro l’Empoli, battuto 3-1 dalle reti ancora dei due attaccanti italiani e di George Weah. Il Milan è in piena corsa per la zona Uefa e in Coppa Italia dove in semifinale affronta il Parma fra febbraio e marzo; all’andata a Milano finisce 0-0, mentre nella gara di ritorno in Emilia succede di tutto: Ziege sbaglia un calcio di rigore, poi il Milan va in vantaggio con Kluivert ma subisce il pari del Parma ed il successivo sorpasso dei gialloblu a cinque minuti dal termine. Tutto sembra finito e anche l’obiettivo della coppa nazionale sfumato, ma al 94′ ancora Kluivert piazza la zampata decisiva sottomisura per il 2-2 finale che regala al Milan un’isperata finale ed un’iniezione di fiducia importantissima in vista dell’ultima parte di stagione.

Capello appare rincuorato dall’andamento in coppa e da qualche vittoria in campionato, magari striminzita, ma pur sempre utile a ringalluzzire una squadra certamente malata e certamente da rinfondare a fine stagione. Prima di Pasqua, quando il Milan tornerà alla vittoria battendo 3-0 l’Atalanta con tripletta di Weah, i rossoneri gettano però alle ortiche tutte le speranze di agguantare l’Europa attraverso il campionato, perdendo rovinosamente il derby di ritorno (0-3) e cedendo poi 4-1 anche a Torino contro la Juventus una settimana dopo, prima di soccombere anche a Bari sette giorni più tardi. Un filotto che allontana il Milan dalla zona Uefa, lasciando la finale di Coppa Italia come unico viatico possibile per disputare le coppe europee nell’annata seguente. L’8 aprile a San Siro va in scena l’andata della finale contro la Lazio, una partita assurda, dominata dai capitolini dal primo all’ultimo minuto, col Milan tenuto in piedi solo dalle miracolose parate di Rossi su Casiraghi, Boksic e Nedved; al 90′, poi, direttamente da un rilancio del portiere milanista, Weah anticipa di testa Negro e Marchegiani portando clamorosamente in vantaggio il Milan e ponendolo in netto vantaggio in vista della gara di ritorno all’Olimpico la sera del 29 aprile dopo che la formazione di Capello ha gettato gli ormeggi in campionato perdendo 3-0 a Bologna e pareggiando a San Siro 0-0 contro il Napoli ultimo della classe in un nostalgico e malinconico ricordo dei meravigliosi anni ottanta quando rossoneri e partenopei di contendevano lo scudetto.

Lazio-Milan, ritorno della finale di Coppa Italia 1997-98, rappresenta la fine conclamata della splendida avventura di Fabio Capello in rossonero, nonchè una delle delusioni più cocenti della storia recente del glorioso club milanese, oltre a diventare il trampolino di lancio della più vincente epoca laziale. Il Milan parte dall’1-0 dell’andata e attende l’avversario, consapevole che basterebbe segnare un gol per mandare la Lazio definitivamente al tappeto; ma una stagione disgraziata ci mette poco a diventare maledetta: ad inizio ripresa, infatti, Albertini porta in vantaggio i rossoneri con una potente punizione dal limite dell’area e poi corre ad esultare sotto i quasi diecimila sostenitori milanisti. La coppa sembra ad un passo dalla bacheca del Milan, la Lazio per vincere dovrà segnare ora tre reti, impresa che neanche il peggior Milan degli ultimi anni pare in grado di concedere. Ma al peggio, si sa, non c’è mai fine: 55′, dopo una mischia in area, Gottardi riesce a trovare lo spiraglio giusto per siglare il pareggio; 58′, un Milan in totale sbandamento concede il rigore che Jugovic trasforma riportando la Lazio totalmente in gioco; 65′, il futuro baluardo della difesa milanista Alessandro Nesta, spedisce sottomisura in rete un pallone rimasto per troppo tempo a ballonzolare pericolosamente dalle parti di Sebastiano Rossi: è l’apoteosi laziale, è l’incubo per un Milan che perde finale, coppa, qualificazione all’Europa e faccia, perchè la serata romana certifica in maniera indelebile che l’esperimento del Capello bis è tristemente e miseramente fallito.

Ma non finirà con la finale di Coppa Italia la tribolata stagione rossonera: tre giorni dopo il disastro di coppa, il Milan giocherà ancora a Roma, stavolta in campionato e stavolta contro la Roma, andando incontro ad un massacro, un 5-0 per i giallorossi che rappresenta la sconfitta più pesante dei rossoneri con Capello in panchina. Una settimana dopo a San Siro l’1-1 contro il Parma passa in secondo piano perchè a tener banco c’è la pesante e durissima contestazione dei tifosi che (fuori e dentro lo stadio) chiedono la testa dell’allenatore ed una rivoluzione totale per l’anno successivo. Fiorentina-Milan 2-0 del 16 maggio 1998 rappresenta il commiato di Fabio Capello sulla panchina rossonera dopo 6 stagioni condite da 4 scudetti e una Coppa dei Campioni, un’avventura eccezionale, offuscata da un’ultima annata da incubo con 11 vittorie e ben 12 sconfitte in campionato, il decimo posto finale, l’esclusione dalle coppe ed una finale di Coppa Italia gettata via in dieci minuti che sono forse lo specchio di un’annata intera. Capello andrà via da Milano per far posto ad Alberto Zaccheroni, le sue vittorie in rossonero non verranno mai scalfite neanche dai suoi successivi passaggi alla Roma e alla Juventus, men che meno da quella tribolata e sconclusionata stagione 1997-98, figlia di una scelta sbagliata, di troppa supponenza e, chissà, magari anche di troppo amore.

di Marco Milan

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