Amarcord: l’amara eppur trionfale marcia del Torino europeo di Mondonico

Un sogno durato 8 mesi, un cammino travolgente e spettacolare, interrotto ad un passo dalla gloria. Questione di centimetri, come ricordato nel celebre film “Ogni Maledetta Domenica”. E mai come nell’avventura in Coppa Uefa del Torino di Emiliano Mondonico nel 1992, i centimetri hanno fatto la differenza.

Il Torino 1991-92 si avvicina alla stagione calcistica con ambizioni e fiducia: Emiliano Mondonico siede sulla panchina granata per il secondo anno consecutivo e al primo colpo ha centrato la qualificazione in Coppa Uefa, nonostante un organico giovane ed una squadra che proveniva dalla serie B. In estate la società regala due colpi importanti al tecnico lombardo: dall’Ascoli arriva il capocannoniere della serie B (22 reti come Baiano e Balbo), il centravanti Walter Junior Casagrande, ovvero chili, centimetri, forza fisica e tecnica, mentre dall’Auxerre ecco il belga Vincenzo Scifo, fantasista di talento con l’unica pecca della mancanza di continuità. In porta c’è l’ormai maturo Luca Marchegiani, in difesa il rude Pasquale Bruno e il capitano Roberto Cravero, a centrocampo la classe dello spagnolo Martin Vazquez e il dinamismo di Roberto Policano (abile anche da terzino) e in attacco la potenza di Casagrande e la velocità di Gianluigi Lentini (il miglior giovane italiano) e Giorgio Bresciani, miglior marcatore torinista l’anno precedente con 13 reti. Mondonico ha per le mani un’ottima rosa che ha come obiettivo un piazzamento europeo in campionato ed arrivare il più lontano possibile sia in Coppa Uefa che in Coppa Italia.

La Coppa Uefa è nel 1991 ancora una competizione a cui partecipano squadre importanti, del resto in Coppa Campioni finisce solo la vincitrice dei campionati, per cui se la Liga spagnola la vince il Barcellona, ecco il Real Madrid in Uefa o viceversa. Proprio i madrileni sono la grande favorita per la vittoria in Coppa Uefa nella stagione 1991-92, anche se grandi favori li riscuotono anche l’Inter detentrice del trofeo, l’Ajax, il Bayern Monaco ed il Liverpool, mentre c’è grande curiosità attorno alle altre italiane Parma (alla prima partecipazione europea della sua storia), Genoa ed appunto Torino. I granata partono per non sfigurare, ma sotto sotto hanno tutta l’intenzione (e la consapevolezza) che almeno i quarti di finale possano essere alla loro portata, magari agevolati anche da sorteggi non eccessivamente complicati. Mondonico cerca di tenere tutti con i piedi per terra, sa che affrontare per la prima volta il doppio impegno settimanale potrebbe togliere al gruppo energie fisiche e mentali, sa anche che il Torino in Coppa Uefa si gioca un jolly, mentre in campionato, considerato l’organico a disposizione, ha quasi l’obbligo di centrare il piazzamento europeo.

I granata esordiscono in Europa contro i modesti islandesi del KR Reykjavìk con andata in trasferta il 19 setembre 1991 e ritorno al Delle Alpi due settimane più tardi. In Islanda si decide già gran parte della qualificazione, il Torino vince 2-0 con reti di due difensori, Mussi ed Annoni, mentre a Torino la squadra di Mondonico fa la voce grossa e batte gli avversari addirittura per 6-1: segnano Bresciani, Policano, Martin Vazquez, una doppietta di Scifo e pure il centrocampista di riserva Giuseppe Carillo che di lì a poco passerà al Venezia in serie B. Una passeggiata, insomma, ma Mondonico avvisa tutti: non sarà sempre così. Nei sedicesimi di finale il livello si alza, avversario del Torino è il Boavista, formazione portoghese che proprio negli anni novanta vive il suo momento di maggior splendore che culminerà con la vittoria del primo ed unico campionato lusitano nel 2001. Già all’andata in Italia, però, la formazione piemontese chiarisce immediatamente che il passaggio del turno sarà granata: il Torino domina il Boavista sin dal calcio d’inizio e segna dopo appena due minuti con Lentini; nella ripresa, poi, arriva anche il raddoppio di Annoni, ormai abbonato alle reti in Europa. E’ il 24 ottobre e due settimane dopo la squadra di Mondonico resiste ad Oporto e porta a casa 0-0 e qualificazione agli ottavi di finale dove se la vedrà con i greci dell’AEK Atene.

E’ l’ultimo turno prima della pausa invernale e il Torino inizia ad accusare una leggera stanchezza, tanto che pure in campionato non vince dal 6 ottobre contro il Foggia ed è reduce da 4 pareggi ed una sconfitta (peraltro nel derby con la Juventus) nelle ultime 5 giornate. Ad Atene, il 27 novembre, i granata stentano e nella bolgia di uno stadio caldissimo strappano un utile 2-2, raccolto grazie alle reti di Casagrande e Bresciani; nella gara di ritorno al Delle Alpi, la sfida la decide ancora il centravanti brasiliano che va in gol ad inizio ripresa, poi la Coppa Uefa va in letargo dando appuntamento a tutti a marzo. Il bilancio del Torino nella prima parte di stagione è assai positivo: la formazione di Mondonico è in piena corsa per i primi posti della serie A ed è ai quarti di finale sia in Uefa che in Coppa Italia; la squadra ha ingranato, lo spogliatoio è unito, compatto e in campo sa esattamente cosa fare. A marzo, quando riprenderanno le coppe europee, i granata se la vedranno con i danesi del Copenaghen che sono la sorpresa del torneo ed hanno sbattuto fuori il Bayern Monaco vincendo addirittura 6-2 all’andata. Il 4 marzo a Copenaghen, Casagrande e Policano stendono i danesi, quindici giorni dopo a Torino basta un’autorete del difensore scandinavo Nielsen nel primo tempo per certificare la qualificazione dei granata in semifinale.

A Torino scoppia l’entusiasmo: la semifinale di Coppa Uefa è un traguardo atteso da anni, per la prima volta il Torino potrebbe raggiungere una finale europea e conquistare il primo desiderato alloro continentale dopo gli scudetti e le Coppe Italia. Ma c’è di più: la squadra gioca bene, Mondonico è non solo un allenatore, ma anche un padre per i suoi calciatori che lo seguono, lo ascoltano si fidano, cementando un gruppo che ora non si spaventa di fronte a nulla, neanche all’ostacolo Real Madrid, l’ultimo fra i granata e la finale, forse quello più duro. Gli spagnoli non vivono il loro momento di maggior splendore, ma trasudano fascino, blasone e vittoria da ogni lato, già solamente nominarli mette i brividi; Mondonico è però uomo pragmatico: il Real Madrid? Undici sono loro, undici siamo noi. E’ questo il concetto che prova a ribadire prima della gara di andata al Santiago Bernabeu, prevista per il 1 aprile 1992 quando un Torino combattivo e per nulla emozionato si presenta di fronte ad un publico a cui poco interessa se si tratti di Coppa dei Campioni o Coppa Uefa, l’importante è vincere. Il primo tempo fila via senza gol, ma nella ripresa al 58′ Casagrande fa esplodere il settore torinista dello stafio infilando l’1-0 per i granata, fondamentale anche perchè realizzato in trasferta; passano però appena due minuti e Gheorge Hagi pareggia i conti. La spinta del Real Madrid è fortissima, altri 5 minuti e Fernando Hierro porta in vantaggio gli spagnoli; il 2-1, tutto sommato, è però un buon risultato per il Torino che al Delle Alpi potrà provare a ribaltare un passivo non impossibile da colmare.

Il 15 aprile 1992 Torino è letteralmente paralizzata sin dalle prime ore del pomeriggio: lo stadio si riempie all’apertura dei cancelli, il popolo granata è in fermento, la gente sventola il biglietto ancor prima dell’ingresso nell’impianto cittadino, sull’onda dell’entusiamso anche del derby vinto recentemente grazie alla doppietta di Casagrande e che ha in pratica estromesso la Juventus dalla lotta scudetto a vantaggio del Milan ormai virtualmente campione d’Italia. Una tipica serata di primavera italiana accoglie l’ingresso in campo di Torino e Real Madrid, in palio c’è la finale di Coppa Uefa, che forse per i pluridecorati madridisti non vale moltissimo, mentre per i granata vale l’ingresso nella storia. Sin dalle prime battute si intuisce che il Torino ha tanta voglia in più, i calciatori di Mondonico arrivano sempre primi sul pallone, il pubblico è più carico che mai e spinge i propri beniamini verso un’impresa che inizia a concretizzarsi già dopo 7 minuti quando Lentini fugge via sulla fascia destra e crossa: il difensore Rocha, spaventato dall’incombente arrivo di Casagrande, entra in scivolata e spinge la palla nella propria porta; 1-0 che proietta il Torino in finale. Ma la gara è lunga, il Real Madrid prova a reagire, ma nel secondo tempo una nuova discesa di Lentini, stavolta a sinistra, propizia il raddoppio di Luca Fusi, uno dei migliori in campo che segna la rete del definitivo 2-0: il Torino è in finale, il Torino ha eliminato il Real Madrid, la Torino granata è ai piedi di Emiliano Mondonico e di una squadra che ora vuole la coppa, vuole la rivincita dopo un’esistenza gloriosa ma sfortunata.

Il 29 aprile 1992 si gioca l’andata della finale: al Delle Alpi si ritrovano di fronte il Torino e gli olandesi dell’Ajax, giustizieri del Genoa in semifinale. La formazione di Amsterdam sta costruendo lo squadrone che giocherà le finali di Coppa dei Campioni nel 1995 e nel 1996, pur con qualche ricambio, e può contare su uno dei giovani europei di maggior talento come Dennis Bergkamp, futuro interista. Al Torino manca Fusi, squalificato, ma i granata sono trascinati da un Lentini incontenibile e da un pubblico da far venire la pelle d’oca: 70.000 appassionati, quasi 4 miliardi di lire di incasso, neanche un seggiolino libero. Dopo solo un quarto d’ora, però, la partita si fa in salita per i granata: l’olandese Wim Jonk, centrocampista di ordine e sostanza, anche lui futuro protagonista con la maglia dell’Inter, lascia partire un siluro da quasi 30 metri che non lascia scampo a Marchegiani, Torino 0 Ajax 1. I granata non mollano, si gettano avanti con generosità e caparbietà, all’intervallo il pubblico li incita a squarciagola e nella ripresa, dopo venti minuti, Casagrande raccoglie il frutti del lavoro ribadendo in porta una corta respinta del portiere Menzo su tiro da fuori area di Scifo: Torino 1 Ajax 1. La spinta del Delle Alpi lascia presagire ad un sorpasso torinista, ma l’Ajax, a dispetto della giovane età generale, si dimostra formazione sorniona ed esperta; al 75′, infatti, l’attaccante svedese Petterson approfitta di un’oscenità difensiva fra Annoni e Lentini che sbagliano lo scambio, per involarsi verso la porta di Marchegiani: Benedetti lo stende e l’arbitro inglese Worrall non può che decretare un calcio di rigore che lo stesso Petterson trasforma riportando gli olandesi in vantaggio, Torino 1 Ajax 2. Chi pensa che tutto sia finito fa presto a ricredersi perchè a 6 minuti dal termine, Casagrande si inventa con un gioco di prestigio che manda a farfalle la difesa il gol del pareggio, battendo Menzo con un raffinato tocco di esterno destro: Torino 2 Ajax 2 ed appuntamento ad Amsterdam per il successivo 13 di maggio.

La gara di ritorno si gioca nel vecchio Olympisch Stadion, un vecchio impianto che verrà a metà anni novanta rimpiazzato dal modernissimo ed attuale Amsterdam Arena. Il Torino ci crede, sa che dovrà vincere e che gli avversari potranno accontentarsi anche dello 0-0, ma l’impresa è lì ad un passo, forse un’altra occasione non si ripresenterà, e allora perchè non provarci fino alla fine? Sarà proprio Ajax-Torino l’emblema dell’intera storia granata: commovente, carismatica, affascinante ma dannatamente sfortunata. I granata giocano la più bella partita dell’anno, mettono alla frusta gli olandesi, li assediano nella propria metà campo, attaccano, esattamente come fatto in semifinale contro il Real Madrid; Casagrande coglie il palo alla destra del portiere dopo un perentorio colpo di testa, stessa sorte tocca anche a Mussi che scaglia una conclusione dai 20 metri, deviata, che si alza ma si appoggia al palo. Infine, a due minuti dal novantesimo, il centrocampista Gianluca Sordo gira con forza, potenza e precisione la palla della vittoria, il gol è a un passo, la sfera è colpita benissimo dal calciatore del Torino, il tiro è teso, forte, per il portiere non c’è scampo, ma il destino vuole che per una manciata di centimetri la conclusione finisca in pieno contro la traversa. Sordo si dispera, Mondonico non ne può più, si guarda intorno, vorrebbe sfasciare tutto, si limita ad afferrare una sedia accanto alla panchina e ad alzarla al cielo in segno di una simbolica protesta contro il fato, contro il mondo, contro una partita che assomiglia ad un incantesimo impossibile da spezzare.

E’ l’ultima immagine di una finale che celebra il successo dell’Ajax e il rammarico, la tristezza, la rabbia del Torino, uscito in lacrime dallo stadio e da un’avventura appassionante, finita nel peggiore dei modi proprio ad un soffio, anzi, ad un centimetro dalla gloria. Il capitano Roberto Cravero urlerà al microfono di un cronista: “Siamo una squadra maledetta”. E in quel commento a caldo c’è tutta la storia del Torino: le tragedie, le sfortune, i sogni infranti. Un anno dopo, il Torino di Mondonico alzerà al cielo la Coppa Italia dopo una rocambolesca finale contro la Roma, persa 5-2 ma dopo il 3-0 granata dell’andata; a tanti vengono in mente le lacrime di Amsterdam, la malasorte contro l’Ajax. Il capitano romanista Giannini coglie il palo a pochi minuti dal termine, sfiorando il 6-2 che avrebbe portato la coppa a Roma: questione di centimetri, come un anno prima in Olanda per il Torino. Un piccolo risarcimento in un conto con la sfortuna che i granata non hanno mai del tutto esaurito.

di Marco Milan

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