Amarcord: l’inferno del Genoa che non riusciva a tornare in serie A

Si dice che una volta toccato il fondo non si possa che risalire. Un proverbio popolare che ha il suo fondamento e, in fondo, la sua realtà, ma che, come ogni detto, ha anche le sue eccezioni. Per maggiori informazioni chiedete ai tifosi del Genoa, scesi in serie B quasi per caso e costretti ad oltre 10 anni di sofferenze, illusioni e promesse mai mantenute prima di riabbracciare la tanto agoniata serie A.

E’ il 10 giugno 1995 quando in un piovoso pomeriggio alle porte dell’estate il Genoa perde lo spareggio di Firenze contro il Padova dopo i calci di rigore e retrocede in serie B 6 anni dopo l’ultima volta e con in mezzo un quarto posto in serie A ed una semifinale Uefa. Lontani quei giorni, lontana la guida di Osvaldo Bagnoli, lontane le feste per Aldo Spinelli, presidente rossoblu, ora contestato ed invitato fortemente ad andarsene dai sostenitori genoani, delusi ed arrabbiati per una retrocessione inaspettata, giunta nonostante un organico da centro classifica ed un campionato sì al di sotto delle attese ma mai realmente drammatico. Ma tant’è, il Genoa è in serie B e Spinelli punta ad un immediato ritorno in massima serie per la stagione 1995-96: la società fa uno sforzo e non stravolge la rosa dell’anno precedente, riuscendo a trattenere il forte attaccante ceco Tomas Skurhavy, il promettente giovane difensore Fabio Galante ed il nucleo storico del grande Genoa che fu, Vincenzo Torrente, Mario Bortolazzi, Gennaro Ruotolo e Marco Nappi; in più, a rinforzare l’organico arriva il giovane centravanti Vincenzo Montella, tanti gol in serie C con l’Empoli e la convinzione che possa segnarne altrettanti anche in B. La panchina viene affidata ad un tecnico esperto come Luigi Radice e il Genoa viene indicato in estate come la favorita numero uno per la promozione, addirittura sulle pagine del Guerin Sportivo i rossoblu vengono definiti praticamente imbattibili.

Ciò che a Genova ancora non sanno, però, è che la serie B è un campionato lungo, insidioso, il livello tecnico è più basso rispetto alla A e ciò fa scaturire maggiore agonismo, maggior corsa, le difese non badano al sodo, picchiano e non risparmiano nessuno. Contro il Genoa, poi, ogni squadra raddoppia le forze perchè la corazzata ligure sembra davvero la formazione più attrezzata per un salto di categoria che però non sembra così semplice da ottenere. Il campionato degli uomini di Radice parte con la sconfitta per 2-0 in casa del Verona, ma una settimana più tardi la compagine rossoblu si rimette in sesto e pure con gli interessi, battendo a Marassi 7-0 la neopromossa Reggina. Un Genoa che appare conscio della propria forza e che inanella una serie di 9 risultati utili consecutivi, potendo contare su un attacco atomico in cui Montella realizza gol a non finire e su un pubblico da serie A; i rossoblu battono chiunque, dal fanalino di coda Pistoiese al Pescara che sarà campione d’inverno a metà stagione e che viene travolto al Luigi Ferraris con un perentorio 5-1. Tutto sembra volgere verso il lieto fine per il Genoa che staziona stabilmente nelle primissime posizioni della classifica per l’intero girone d’andata, nonostante qualche battuta d’arresto inattesa come i ko contro Salernitana, Palermo e Bologna, tutte squadre comunque in odore di promozione. Alla fine del girone d’andata, però, qualcosa inizia a scricchiolare: i liguri perdono clamorosamente 4-0 ad Andria ed iniziano il ritorno come peggio non potrebbero, prima col 2-2 casalingo contro il Verona, poi con la sconfitta 2-1 a Reggio Calabria e, soprattutto, con lo 0-0 di Pistoia in casa di una formazione praticamente già retrocessa e che manda su tutte le furie il presidente Spinelli. La panchina di Radice è a rischio e la sconfitta nel turno successivo 1-0 in casa col Perugia la fa saltare definitivamente.

Il Genoa sta dilapidando il vantaggio ottenuto nella prima parte di stagione, in città e nello spogliatoio serpeggia nervosismo, Spinelli prova a dare una scossa chiamando in panchina Gaetano Salvemini, ma la china che ha preso l’annata è ormai un viaggio sulle montagne russe, perchè i liguri non riescono a trovare continuità e scivolano sempre più indietro in classifica, soprattutto dopo sconfitte rovinose come il 4-0 rimediato a Palermo, il 3-1 patito a Cesena e il 2-0 incassato a Lucca che sancisce in pratica la fine dei sogni promozione genoani, con la Lucchese che si lancia al posto del Grifone all’inseguimento del salto di categoria. Non bastano al Genoa 4 vittorie nelle ultime 7 giornate, il campionato che doveva essere dell’immediato ritorno in serie A si chiude invece con un anonimo settimo posto e a poco serve la consolazione dei 21 gol di Vincenzo Montella, vicecapocannoniere del torneo dietro il cesenate Dario Hubner. La delusione è enorme a Genova, anche perchè lo sforzo economico dell’estate precedente non potrà essere replicato: Spinelli si è giocato il jolly ed ha perso, ora per far quadrare i conti servirà un massiccio taglio della rosa ed una ripartenza quasi da zero. Il primo a farne le spese è Montella che dopo una sola stagione lascia il Genoa ma non Genova perchè l’offerta migliore per il centravanti campano la fanno i dirimpettai cittadini della Sampdoria, scatenando l’ira del popolo genoano che vede il proprio nuovo idolo vestirsi di blucerchiato. In più, la dirigenza non sembra potersi muovere molto sul mercato, arrivano solamente lo sconosciuto attaccante americano Roy Lassiter (che tornerà presto oltreoceano) e l’altrettanto ignoto belga Michael Goossens, oltre al confermato Nappi; in panchina non c’è più Salvemini e torna Attilio Perotti, già allenatore del Genoa nella stagione 1987-88.

E’ un Genoa sulla carta meno forte del precedente, ma la squadra sembra più unita e combattiva, alla sesta giornata i rossoblu impongono con un netto 2-0 a Marassi la prima sconfitta alla capolista Lecce che aveva vinto le prime 5 gare consecutive. La squadra di Perotti sembra avere carattere, ottiene risultati con la grinta e la personalità, come il 3-3 strappato in casa del Torino, l’1-0 ottenuto a Venezia o il 4-0 inflitto al Brescia, futuro vincitore del campionato. Arrivano anche sconfitte inattese come l’1-0 in casa del neopromosso Castel di Sangro o l’1-2 casalingo contro la Reggina; nel mercato di riparazione, poi, a Genova sbarca Giovanni Pisano, capocannoniere della serie B con la Salernitana qualche stagione prima, l’uomo giusto per lo sprint finale. Il Genoa è infatti in piena corsa per la serie A, ha trovato un attaccante dal gol facile come Goossens ed ora anche un centravanti di razza come Pisano, la piazza ci crede e spinge la formazione di Perotti verso il quarto posto in un serrato testa a testa con Empoli e Bari: il clamoroso ko interno contro il Castel di Sangro (1-3 ad aprile) lancia toscani e pugliesi, ma maggiori speranze la squadra genoana le riconquista grazie ai sucessi contro Torino, Brescia e lo stesso Empoli, sconfitto 3-1 a Marassi nella terz’ultima giornata. Il Genoa prova fino all’ultimo a rimanere attaccato alle prime 4 posizioni, ma alla vigilia dell’ultimo turno di campionato è quinto ad un sol punto dal Bari; serve un miracolo, la squadra di Perotti fa il suo dovere battendo 4-1 il Palermo, ma da Bari arrivano subito pessime notizie perchè i pugliesi segnano dopo pochi secondi, battono 3-1 il Castel di Sangro, mantengono quel prezioso punticino di vantaggio e volano in serie A a discapito di un Genoa che si appresta così a disputare il suo terzo campionato consecutivo in B.

C’è ormai scoramento e nervosismo attorno al nucleo genoano alla vigilia della stagione 1997-98, perchè ormai è chiaro che non si possa più sbagliare, la piazza è in subbuglio, è stufa di promesse e di una serie A sbandierata e mai ottenuta. Inoltre, nei vertici societari inizia una girandola che per anni scombussolerà l’ambiente rossoblu: Aldo Spinelli lascia la proprietà e il nuovo presidente è l’ex calciatore di Juventus e Napoli Massimo Mauro che anni dopo dichiarerà che assumere il comando del Genoa in quel periodo si sarà rivelato come un madornale errore da parte sua. Anche stavolta promesse, giuramenti e speranze, anche stavolta un pubblico commovente, ma l’ennesima annata storta; la stagione riparte da Gaetano Salvemini, richiamato in panchina, ma sostituito dopo appena 5 giornate e 3 sconfitte consecutive contro Ancona, Chievo e Torino. Improduttivo anche il ritorno di Claudio Maselli che resta in sella fino al 15.mo turno ma che viene esonerato dopo il ko di Treviso; ci prova allora Tarcisio Burgnich che abbozza un tentativo di rimonta quando ormai è troppo tardi: il treno della serie A è già scappato, il Genoa chiude il campionato con un poco onorevole nono posto e ben 15 sconfitte stagionali. La tifoseria è inferocita, Mauro riparte da un tecnico ambizioso come Giuseppe Pillon e dal centravanti Cosimo Francioso, una garanzia per il campionato cadetto. Ma anche la stagione 1998-99 sarà avara di soddisfazioni: Francioso si carica il gruppo sulle spalle, realizza 16 reti ma la squadra non staziona mai nella parte alta della classifica. Pillon dura appena un mese, poi viene chiamato Luigi Cagni, artefice della splendida cavalcata del Piacenza dalla serie B alla permanenza in A, ma l’annata sarà ancor più grigia della precedente e chiusa al 12.mo posto.

Di poca consolazione è la retrocessione della Sampdoria, la tifoseria genoana è sempre più amareggiata e sconsolata, ma a rinvigorirla ci pensa il nuovo presidente Giovanni Scerni che prende il posto di Mauro e prova a riportare entusiasmo ad una piazza in crisi di identità: “Vinceremo il derby – annuncia il nuovo proprietario – e faremo la voce grossa con tutti, questo pubblico merita la serie A”. Altre parole ad aggiungersi, il popolo rossoblu ci crede fino ad un certo punto, vuole i fatti, quello 1999-2000 sarà il quinto campionato consecutivo in serie B, di promesse non mantenute ce ne sono state sin troppe. In panchina arriva Delio Rossi, mago della zona e del calcio offensivo, in atttacco c’è sempre Francioso, affiancato da Marco Carparelli che è un ex sampdoriano che entra subito nel cuore del popolo genoano poichè avvelenato e rancoroso nei confronti dei blucerchiati che lo hanno malamente scaricato. La stagione parte discretamente, nonostante le prime due sconfitte contro Pescara e Cesena; il 3-0 inflitto alla Salernitana nella partita del cuore di Rossi rilancia i liguri che nel girone di ritorno provano ad inserirsi nella lotta promozione, ma dopo la 22.ma giornata ed il 3-1 rimediato a Pescara, Delio Rossi viene cacciato e al suo posto arriva l’esperto Bruno Bolchi. Il Genoa vince il derby di ritorno 1-0, ma non va oltre il sesto posto finale, nonostante Francioso conquisti la classifica dei marcatori realizzando 24 reti. Si è riacceso però l’entusiasmo e anche la mancata promozione della Sampdoria aiuta il popolo genoano a riprendere fiducia in vista del campionato 2000-2001, quello che per molti dovrà rappresentare la svolta dopo anni di sofferenze e che si trasformerà invece nell’ennesimo calvario con 5 allenatori ad alternarsi in panchina (Bolchi, Carboni, ancora Bolchi, Onofri ed infine il ritorno di Franco Scoglio), un derby perso all’andata e uno vinto al ritorno, il 12.mo posto finale in classifica e il settimo torneo cadetto da affrontare consecutivamente.

Nell’estate del 2001 al timone del Genoa arriva l’imprenditore Luigi Dalla Costa, ex proprietario del Mestre, che, come i suoi predecessori, tenta di restituire lustro al blasone del Grifone, ormai decaduto da 7 stagioni e neanche più indicato dalla critica come possibile favorita per la promozione. I rossoblu versano in una crisi che parte da lontano e che ha ormai radici profondissime, incagliate sotto un suolo che si è abituato e che nulla sembra poter scalfire; Dalla Costa segue ogni allenamento estivo della squadra, sembra metterci passione, umiltà, coraggio, parla di ruolino di marcia da invertire, affida il gruppo al confermato Scoglio che è un’istituzione nella Genova rossoblu, mentre in campo c’è l’estro di Giovanni Stroppa ad accendere la luce e la coppia Francioso-Carparelli a fare gol. In porta c’è il leader dello spogliatoio, Fabrizio Lorieri, in quello che verrà ribattezzato “Il Genoa dei tunisini“, perchè Scoglio, ex commissario tecnico della nazionale magrebina, porta in Liguria il quarantenne portiere El Quaer, il difensore Badra, i centrocampisti Bouzaiene, Gabsi e Mhadhebi, e l’attaccante Birlik che di nome fa Attila ma che di terrore ne incuterà poco nelle difese avversarie. Il campionato comincia pure discretamente perchè il Genoa perde la gara d’esordio in casa col Napoli, ma poi ne vince 4 di fila contro Pistoiese, Como, Siena e Messina, quindi ad inizio novembre conquista il derby contro la Sampdoria, salvo poi non vincere più fino a marzo con ben 16 partite consecutive senza successi e la solita girandola di allenatori cambiati. A fine stagione si alterneranno sulla panchina rossoblu Scoglio, Reja ed Onofri, ma il risultato sarà lo stesso dell’anno precedente, il 12.mo posto a soli 2 punti dalla zona retrocessione.

Ma il peggio deve ancora arrivare per il povero pubblico genoano: la stagione 2002-2003 si preannuncia scoppiettante a Genova, ma solo sul versante doriano dove arriva Garrone alla presidenza, viene costruita una rosa forte e competitiva che centra il ritorno in serie A dopo 4 anni. Il Genoa, viceversa, ormai a corto di risorse finanziarie, rischia di non potersi iscrivere al campionato, salvando la categoria solo in extremis grazie ai 3 miliardi di lire ottenuti dalla Banca AntonVeneta e dallo sponsor Costa Crociere. Pochissimi i leader della squadra (Carparelli, Breda e Giacchetta), a far da chiocce ad un nugulo di giovanotti di belle speranze. In panchina c’è Onofri, appena per una partita però, giusto il tempo di esordire con una sconfitta a Catania e di lasciar spazio alla coppia Lavezzini-Torrente che condurrà il Genoa al peggior campionato degli ultimi trent’anni, chiuso al 18.mo posto con un’amarissima retrocessione in serie C1 ed una serie B ripresa per i capelli soltanto dopo il caos estivo con ricorsi ai tribunali del Catania di Gaucci e l’allargamento del torneo cadetto a 24 squadre, col ripescaggio delle retrocesse dell’anno precedente. Un salvataggio all’ultimo respiro che restituisce vigore ad un Genoa che nell’estate del 2003 viene rilevato da Enrico Preziosi (proprietario dell’omonima catena di giocattoli), fresco di esperienza trionfale a Como con doppia promozione dei lariani dalla C1 alla A. Ma la piazza lombarda è troppo piccola per le ambizioni del presidente che coglie l’occasione di acquistare il Genoa ad un prezzo conveniente e promette un rilancio in grande stile per la stagione 2003-2004. In panchina arriva Roberto Donadoni, ma dopo un mese viene esonerato per far posto a Luigi De Canio; le cose non cambiano, la squadra è nuova, troppo, il campionato è una maratona infinita che dura 46 giornate. La lotta alla promozione non fa ancora per il Genoa che si classifica al 15.mo posto alla pari di Treviso e Salernitana con 55 punti; i rossoblu hanno però gettato le basi per costruire uno squadrone, scoprono il centravanti argentino Diego Milito che in metà stagione realizza 12 reti.

In estate Preziosi chiama in panchina Serse Cosmi e non si nasconde più: nel campionato 2004-2005, a dieci anni esatti dall’ultima presenza in serie A, il Genoa dovrà conquistare la promozione. I rossoblu partono finalmente da favoriti, hanno alle spalle una presidenza ambiziosa e competente, un allenatore carismatico e preparato, un pubblico che la serie A la meriterebbe solo per affetto, passione e presenze allo stadio nonostante i patimenti degli ultimi dieci anni. I liguri sono una macchina da gol impressionante, rifilano 5 gol alla Salernitana, 5 al Vicenza, vincono in casa e fuori, Milito segna a raffica, il Genoa si laurea campione d’inverno a metà torneo con 6 punti di vantaggio sul Torino secondo in classifica. Una leggera flessione nella parte finale del campionato rilancia le ambizioni della formazione torinista e dell’Empoli, con le tre squadre e il Perugia che si ritrovano in lotta per i due posti che portano diretti in serie A e alla vigilia dell’ultima giornata di campionato, l’Empoli è già in A e al Genoa basterà battere il Venezia già retrocesso per lasciarsi alle spalle Torino e Perugia, costringendo entrambe a giocare gli spareggi. Lo stadio Luigi Ferraris è una bolgia la sera dell’11 giugno 2005: la gara è molto tirata, il Venezia sembra voler vendere cara la pelle nonostante una retrocessione ormai certificata da tempo, ma alla fine, grazie al solito Milito, il Genoa vince 3-2 e la festa può esplodere perchè dopo 10 anni i rossoblu sono nuovamente in serie A. Serse Cosmi corre senza camicia, a torso nudo, sotto la gradinata genoana, Preziosi è portato in trionfo, Milito è secondo nella classifica marcatori con 21 reti, solo una meno del capocannoniere Spinesi, centravanti dell’Arezzo. Fine dell’incubo e della maledizione? Sembra così, ma la visita ai gironi infernali danteschi non è ancora terminata per il Genoa che in men che non si dica si ritrova dalla festa al dramma.

Passano appena 5 giorni dalla fine del campionato, infatti, che sulla partita Genoa-Venezia iniziano a circolare brutte voci: alcune intercettazioni telefoniche a carico di Enrico Preziosi dimostrano che il presidente genoano, in combutta col direttore sportivo Capozzucca, abbia contattato l’amministratore delegato veneziano Dal Cin per accordarsi su una partita che il Venezia avrebbe sì giocato regolarmente, ma senza troppo impegno. Riguardando le immagini della gara, poi, gli inquirenti iniziano a sospettare che il Venezia si fosse presentato in campo con una formazione largamente rimaneggiata, effettuando anche qualche cambio durante i 90 minuti, ritenuto strano e poco convincente. Nulla, però, a confronto con quanto accade il 14 giugno quando una pattuglia dei carabinieri ferma nei pressi di Cogliate (proprio vicino alla sede della Giochi Preziosi, l’azienda del presidente genoano) una macchina sulla quale viaggia Giuseppe Pagliara, dirigente del Venezia; durante la perquisizione dell’autovettura viene rinvenuta una valigetta all’interno della quale c’è un foglio A4 con una bozza di contratto per il calciatore venezuelano Maldonado e una busta gialla con 250.000 euro in contanti. Pagliara spiega che quei soldi sono l’acconto per la cessione del calciatore sudamericano dal Venezia al Genoa e che li aveva appena ritirati da Enrico Preziosi in persona; ma il contratto è redatto su un fogliaccio qualsiasi e non sul modulo federale come da regolamento. A Pagliara viene contestato il reato di appropriazione indebita, mentre crescono i sospetti che quei 250.000 euro fossero i soldi per la combine fra le due società, i soldi per ammorbidire il Venezia e spianare la strada alla promozione del Genoa. Preziosi si dice indignato, è rabbioso, assicura la buona fede del suo club e rassicura i tifosi del Genoa: “L’anno prossimo giocheremo in serie A, nessuno potrà toglierci quanto conquistato sul campo in una stagione trionfale”.

L’8 agosto 2005 la CAF emana la sentenza che negli ultimi giorni a Genova temevano tutti, nonostante la fiducia della società: il Genoa viene declassato all’ultimo posto del campionato 2004-2005 e dunque retrocesso in C1. Una mazzata incredibile e pesantissima per la tifoseria genoana che si ritrova in un attimo dalla serie A alla serie C, un incubo infinito dal quale i rossoblu non riescono proprio a svegliarsi, e se la maledizione non finisce neanche dopo un campionato dominato e concluso in prima posizione, quando mai potrà terminare? Preziosi non ci sta, ad ogni occasione urla in faccia alle telecamere “Io non mollo, non mollo”, ma ormai non c’è più niente da fare: il Genoa perde la serie A, la serie B, l’allentore e i migliori calciatori, con Diego Milito ceduto in Spagna in fretta e furia e la ripartenza da un campionato sconosciuto come la serie C1. Il nuovo allenatore è Giovanni Vavassori, ex tecnico dell’Atalanta, in attacco c’è Roberto Stellone, l’uomo chiamato a riportare il Genoa in B. La stagione è durissima, inizia con un clamoroso 0-0 casalingo contro il Pizzighettone, poi la squadra fa valere il tasso tecnico superiore e dà vita ad un duello a distanza con i corregionali dello Spezia; il 1 aprile 2006 a La Spezia i bianconeri vincono 2-0 il confronto diretto e spiccano il volo verso la promozione che arriva con ben 7 lunghezze di vantaggio su un Genoa costretto ai playoff. Ancora tensione, ancora sofferenze per il Grifone che in semifinale ha la meglio della Salernitana con difficoltà (2-1 per i campani a Salerno, 2-1 per i liguri a Marassi, Genoa in finale per la miglior posizione nella stagione regolare) e si ritrova all’atto finale contro il Monza. Genoa favoritissimo ma estreme peripezie anche nella doppia finale, perchè il 2-0 ottenuto nell’andata in Lombardia grazie ai gol di Zaniolo e Iliev sembra mettere i liguri a riparo da brutte sorprese, ma l’1-0 del Monza a Genova spaventa i rossoblu che si salvano per il rotto della cuffia, perdono la partita ma acciuffano la promozione, cancellando il ricordo della brutta vicenda dell’anno prima.

Il resto è storia nota e recente: l’arrivo in panchina di Gian Piero Gasperini, l’incredile e storica serie B 2006-2007 con Juventus, Napoli e Genoa promosse senza la disputa dei playoff al termine di un campionato toalmente dominato dalle tre compagini in quella che verrà ribattezzata presto come una sorta di A2 e non di B. Un torneo in cui i rossoblu in un attimo spazzano via paure e timori di 12 anni di sofferenze, delusioni, umiliazioni, i dirimpettai della Sampdoria affacciati al balcone di fronte e pronti sempre a sbeffeggiare i rivali, mai sereni da quello spareggio del giugno ’95 e da quella retrocessione in serie B che sembrava casuale. Il Genoa è caduto in serie B il 10 giugno 1995 ed ha ritrovato la serie A il 10 giugno 2007, esattamente 12 anni dopo e più o meno alla stessa ora. Il destino ci ha messo lo zampino, dimostrando al popolo genoano che tutto ha un inizio e una fine, spezzando l’incantesimo lo stesso giorno di quando era iniziato. Una favola che, nonostane tutto, ha avuto il suo lieto fine. Meglio tardi che mai.

di Marco Milan

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