Amarcord: Massimo Agostini, il condor del gol

Attaccanti e bomber di provincia. Riduttivo come termine da associare a Massimo Agostini, centravanti riminese classe 1964 che nella sua carriera è stato capace di fare gol fra i grandi e fra i piccoli, in alto e in basso, riciclandosi poi come giocatore di calcetto in spiaggia e come allenatore, in una vita calcistica in cui non è mancato nulla.

Massimo Agostini è riminese, nato in Romagna il 20 gennaio 1964, alto e secco, i capelli lunghi tirati all’indietro ed il naso aquilino: “Sembra un becco”, lo prendono simpaticamente in giro i compagni di giochi in adolescenza, un paragone che farà nascere in seguito il soprannome di condor che risulterà azzeccatissimo sia per la fisionomia che per la rapacità sottoporta. Agostini è infatti fin da ragazzo un centravanti rapido col fiuto del gol, una prima punta che sa fare anche movimento; dopo l’intera trafila nel settore giovanile del Cesena, i bianconeri lo fanno esordire in prima squadra nel 1983 in serie B dove realizza un gol nell’anno del debutto; 5 reti l’anno successivo, quindi l’esplosione con 13 marcature nella stagione 1985-86, la svolta per il giovane attaccante riminese: Agostini inizia a solleticare l’appetito di diverse squadre di serie A che intravedono nel talento romagnolo un potenziale ottimo centravanti anche in massima serie. All’asta se lo aggiudica la Roma che sta provando a ricostruirsi dopo l’epoca dorata di inizio anni ottanta ed un ridimensionamento che sta innervosendo la piazza giallorossa; Agostini arriva praticamente in silenzio nella capitale, è l’estate del 1986 e l’ex cesenate sa che partirà indietro nelle gerarchie romaniste. L’avventura è positiva perchè Agostini è un combattente, un lavoratore che suda e sbuffa in partita ed allenamento, alla tifoseria della Roma l’impegno piace ed Agostini, pur non essendo un campione, si rivela un ottimo gregario: 6 reti in 40 presenze fra il 1986 ed il 1988, due annate poco positive per la Roma ma buone per il calciatore che impara e capisce come in serie A possa starci anche lui.

Alla vigilia del campionato 1988-89, però, la Roma decide di sacrificare il condor (ormai il suo soprannome gli resta appiccicato ovunque vada) offrendolo come cavallo di ritorno al Cesena nell’operazione che porta a Roma Ruggiero Rizzitelli. Agostini torna in Romagna con il rammarico di lasciare una grande squadra ma con la consapevolezza di essere titolare in serie A in una formazione combattiva come quella bianconera e davanti ad un pubblico che lo ama. Il centravanti riminese si trova subito a suo agio nel nuovissimo stadio Manuzzi che accoglie ogni suo gol con applausi scroscianti, perchè quella punta esteticamente non bellissima da vedere ha grinta da vendere, oltre ad un fiuto in area di rigore che ne ridimensiona anche qualche lacuna tecnica; Agostini sa sempre dove posizionarsi in area di rigore, è bravo di testa, si fa trovare pronto sul primo palo quando arrivano cross bassi. Resta a Cesena due anni, segnando 22 reti in totale, la più importante delle quali arriva proprio all’ultima partita, nell’ultima giornata del campionato 1989-90 quando il condor decide Cesena-Verona e permette ai bianconeri di rimanere un altro anno in serie A. E’ il regalo d’addio al popolo cesenate, perchè mentre l’Italia impazzisce per i mondiali e le imprese di Schillaci, il Milan lavora sottotraccia per regalare ad Arrigo Sacchi un bomber di scorta: Marco Simone è ancora acerbo e Stefano Borgonovo è finito alla Fiorentina dove ha la possibilità di partire titolare.

Il Milan? Quando alle orecchie di Massimo Agostini arriva questo nome, il calciatore quasi non ci crede; parla con Sacchi, il quale è molto chiaro: le occasioni di scendere in campo saranno poche, ma al Milan bisogna farsi trovare pronti anche per un minuto. I rossoneri sono la compagine più forte d’Europa, arrivano da due Coppe dei Campioni consecutive e nella stagione 1990-91 lotteranno per scudetto, Coppa Campioni stessa, Coppa Italia, oltre ad avere da affrontare la Supercoppa Europea e la Coppa Intercontinentale. Agostini diventa milanista per 6 miliardi di lire ed attende con ansia quelle occasioni che gli ha prospettato Sacchi, poco importa se saranno tante o poche, il Milan è il punto più alto che in quegli anni si possa desiderare. Ma quello che Agostini ancora non sa è che l’opportunità arriverà subito: alla prima giornata di campionato, il 9 settembre 1990, i rossoneri non riescono a sbloccare la gara contro il Genoa; i liguri respingono ogni attacco, il prato di San Siro è un tappeto di buche e zolle, il gioco armonioso di Arrigo Sacchi risente delle caratteristiche scorbutiche di una partita avviata su un deludente 0-0. Il tecnico milanista si gioca la carta della disperazione e butta dentro Agostini al 69′ al posto di un affaticato Ruud Gullit, tornato in squadra dopo oltre un anno di inattività; l’ex bomber del Cesena si butta subito nella mischia e dopo appena due minuti svolge alla perfezione il compito che il Milan ha ritagliato per lui: fuga di Donadoni sulla sinistra, l’ala rossonera arriva sul fondo e mette la palla in area, bassa ed arretrata, laddove Agostini ha seguito l’azione, è lì in agguato e batte a rete di sinistro per l’1-0 che si rivela anche il gol partita. Rincalzo? Gregario? Intanto il condor l’ha buttata dentro e si prepara a vivere le grandi emozioni del Milan mondiale, laureandosi campione del mondo a dicembre e festeggiando pure la vittoria nella Supercoppa Europea. Le occasioni sono poche, aveva ragione Sacchi, ma Agostini conosce il suo ruolo e risulta ancora decisivo nelle ultime battute del torneo: Milan-Roma, altra gara scorbutica, i rossoneri attaccano, i giallorossi rispondono in contropiede e al 90′ passano in vantaggio con Rizzitelli. Un minuto appena e ci pensa Agostini a ristabilire la parità girando al volo in mezza rovesciata un cross di Gullit.

Due reti in 15 apparizioni, tutto sommato non male per chi davanti aveva Van Basten, Gullit e Massaro. Ma l’arrivo di Fabio Capello rimescola le carte al Milan: Agostini finisce al Parma sperando in maggiori opportunità ma ritrovandosi invece come riserva di Melli, Osio e Brolin; i gialloblu vinceranno la Coppa Italia, la punta romagnola troverà anche 4 reti in campionato ma la sua avventura in Emilia è destinata a terminare in fretta perchè a quasi 30 anni vuole giocare il più possibile, magari da titolare. L’Ancona, neopromosso in serie A per la prima volta nella sua storia, lo ingaggia e, nonostante i marchigiani siano in netta difficoltà da inizio campionato retrocedendo malamente come penultima della serie A, Agostini si rende protagonista di un’annata molto positiva con 12 reti, tante se si considera il valore della squadra. Memorabile quella in casa del Genoa il 4 ottobre 1992 quando Agostini segna il gol del 4-4 finale con una rovesciata da antologia in un’azione unica nel suo genere con rovesciata di Centofanti sulla traversa e successiva rovesciata di Agostini in rete. L’Ancona lo conferma anche in serie B e il bomber fa valere tutte le sue doti laureandosi capocannoniere del torneo cadetto con 18 reti, pur non riuscendo a centrare il ritorno in A dei biancorossi che vivono però l’entusiasmante cavalcata di Coppa Italia con la finale giocata e persa contro la Sampdoria.

Il titolo di capocannoniere della serie B vale ad Agostini la chiamata del Napoli ed una serie A riconquistata a suon di gol e lavoro, qualità che tutto il calcio riconosce al condor romagnolo. E’ un Napoli lontanissimo dai fasti degli anni ottanta, la società è alle prese con una crisi finanziaria che porta i campani ad un soffio dal fallimento, ma la squadra è grintosa e combattiva, nonostante i tanti giovani; Vujadin Boskov, tecnico dei partenopei, fa di Agostini una delle chiocce di un gruppo che sfiora la qualificazione in Coppa Uefa dopo essere partito come candidata alla retrocessione. 9 reti per Agostini che ne segnerà 4 l’anno successivo, abbandonando a 32 anni la serie A e tornando in quella Cesena che lo aveva lanciato ad inizio carriera. Il ritorno a casa dura tre anni, vive la retrocessione clamorosa dalla B alla C del campionato 1996-97 coi romagnoli partiti per vincere il torneo e sprofondati nei bassifondi, ma vive anche l’immediato ritorno in B contribuendo con ben 18 reti. Agostini continua a segnare, vive una seconda giovinezza e si ritaglia un ruolo da protagonista in serie C con le maglie di Spezia, Tivoli e Forlì, prima dell’ultima avventura in serie D col Cesenatico, proprio dietro casa.

A oltre 40 anni ma con la voglia di un bambino, Massimo Agostini torna a giocare e vince due scudetti a San Marino con la maglia del Murata (stagioni 2005-2006 e 2006-2007), di cui poi diventerà per un breve periodo allenatore dopo aver conseguito il patentino. 129 reti tra i professionisti, a 45 anni e con un fisico asciutto molto più di tanti ragazzi più giovani ed ancora in attività, il condor si ricicla come calciatore di calcetto sulla spiaggia nel Beach Soccer: l’ex bomber di serie A si conferma valido anche in uno sport simile ma con sostanziali differenze, si diverte e continua a fare gol; giocherà con la locale squadra di Terracina, fra Roma e Latina, ma soprattutto con la nazionale italiana segnando ben 55 reti in 48 apparizioni, dividendosi fra il ruolo di calciatore e quello di commissario tecnico. Fino al 2007 e al ritiro definitivo di un atleta completo, di un attaccante dal raro fiuto del gol, conscio di qualche limite tecnico, sopperito con voglia, volontà, lavoro e tanta, tantissima passione. Per tutti il condor, per tutti un professionista ed un operaio del pallone da prendere e da portare come esempio.

di Marco Milan

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