Amarcord: Marino Magrin, lo sconosciuto sostituto di Platini

C’è poco da obiettare: nella vita è fondamentale indovinare i tempi, ancor più di indovinare le azioni. Avete mai sentito parlare di “trovarsi nel posto giusto al momento giusto”? Ecco, pensate anche a cosa voglia dire il contrario, ovvero trovarsi al posto giusto ma nel momento sbagliato. E se proprio non ci riuscite, provate a farvelo spiegare direttamente da Marino Magrin, protagonista di una storia che rispecchia alla perfezione il detto popolare citato.

Marino Magrin fa il calciatore, è nato in Veneto a Borso del Grappa, quasi 6 mila anime in provincia di Treviso il 13 settembre 1959. E’ schivo, modesto e posato, i piedi per terra, ma l’ambizione di giocare ad alti livelli; fa la mezzala, è dotato di un formidabile tiro ed è abile nei calci piazzati, una dote che ne fa spesso il risolutore di partite bloccate, arma in più per tutti gli allenatori. Dopo gli inizi in Veneto fra i dilettanti con le maglie del Bassano e del Montebelluna, arriva il primo contratto professionistico con il Mantova in serie C, trampolino di lancio che Magrin sfrutta al meglio diventando uno dei cardini della squadra lombarda, bravo a dettare i tempi di gioco, sempre pericoloso nella metà campo avversaria. Nonostante un rendimento deficitario in zona gol (appena una rete in 27 apparizioni), Magrin viene notato dall’Atalanta che è clamorosamente scivolata in C1 e vuole risalire immediatamente la china cercando giovani rampanti e desiderosi di crescere assieme alla compagine bergamasca. La squadra nerazzurra disputa un campionato perfetto e a giugno del 1982 è nuovamente in serie B; un anno di assestamento fra i cadetti, quindi la promozione in serie A nel 1984. In tre anni il doppio salto per una società organizzata ed una formazione brillante che ha in Magrin uno dei pezzi più pregiati: la mezzala veneta è importantissima nello scacchiere tattico nerazzurro, in più è pericoloso sui calci di punizione ed infallibile sui rigori.

Magrin esordisce in serie A il 16 settembre 1984, tre giorni dopo il suo compleanno numero 25, nell’1-1 fra Atalanta ed Inter. A fine stagione, l’ex mantovano sarà il capocannoniere della squadra con 5 reti assieme all’attacante Pacione, utilissime nel raggiungimento dell’Atalanta del decimo posto in campionato, un traguardo assai soddisfacente per una formazione che fino a tre anni prima era in serie C1, esattamente come Magrin, su cui ora si posano gli occhi di diverse società di serie A. Atalanta che nella stagione 1985-86 migliora il suo rendimento giungendo ottava, Magrin realizza altri 5 gol e viene ricordato in particolare per la doppietta che fra il 79′ e il 90′ ribalta la Sampdoria il 23 febbraio 1986. Nel campionato successivo, paradossalmente, Magrin migliora il suo rendimento segnando 7 reti, ma l’Atalanta giunge 15.ma in campionato retrocedendo in serie B, nonostante l’ottima Coppa Italia e la finale raggiunta e poi persa contro il Napoli che, complice lo scudetto partenopeo, consentirà ai bergamaschi di giocare la Coppa delle Coppe da formazione del torneo cadetto.

Magrin è ormai una realtà consolidata della serie A, a quasi tutti è chiaro come non possa rimanere a Bergamo in serie B, anche perchè l’Atalanta dalla sua cessione potrà riorganizzare la sua risalita in massima serie acquistando calciatori funzionali alla categoria. Magrin ha ormai la giusta maturità per restare in A e vuole compiere il grande salto dopo tre ottime annate in Lombardia. La sua carriera può vivere una svolta, anche se ciò che sta per accadere Magrin non se lo sogna neppure: la Juventus, infatti, vive anch’essa una svolta, meno prestigiosa, però, perchè al termine del campionato 1986-87 Michel Platini decide di salutare i bianconeri e dire addio al calcio. Il trauma è grande perchè a Torino non sono riusciti ancora a metabolizzare l’addio di Giovanni Trapattoni, avvenuto un anno prima, con l’arrivo di Rino Marchesi che fa temere al popolo juventino di essere arrivati alla fine di un ciclo. Marchesi è tecnico riservato, mai polemico, probabilmente senza il carattere burrascoso ma vincente del Trap e giunto peraltro a Torino in un periodo di transizione, tra la fine dell’epopea bianconera e l’inizio di quella di Napoli, Inter e Milan che si divideranno i successivi scudetti. Mai amato fino in fondo dai sostenitori juventini, Marchesi cerca di riorganizzare la Juve del dopo Platini: come si può sostituire un fuoriclasse simile? Come si può evitare a chi arriverà ora di non far rimpiangere il campione francese?

La famiglia Agnelli sa che l’era dorata può vivere un momento di stallo e che altre forze italiane si stanno facendo largo in serie A e lo dice chiaramente a Marchesi: “Impossibile per noi in questo momento arrivare a campioni di calibro mondiale come in passato e come fanno gli altri”. Il tecnico bianconero accetta tutto con signorilità, ritenendo che con il lavoro ed il sacrificio si potranno ottenere comunque buoni risultati; resta sempre la questione del sostituto di Platini che, almeno numericamente, andrà reperito. Impossibile arrivare a grandi campioni? E allora perchè non tentare con un calciatore emergente che abbia già una discreta esperienza in serie A? Lo sguardo cade nuovamente su Bergamo dove un anno prima la Juventus aveva praticamente strappato all’Atalanta il talentuoso Roberto Donadoni, prima di essere beffata all’ultima curva dall’ambizioso Milan di Silvio Berlusconi; stavolta i bianconeri puntano Marino Magrin e vogliono a tutti i costi portarlo a Torino: Magrin è calciatore solido, è un centrocampista avanzato dotato di ottimo tiro e praticamente infallibile dal dischetto. Viene individuato nella mazzala veneta il possibile rimpiazzo di Platini, anche se andrà fatta capire alla piazza la differenza fra i due, soprattutto per non creare in Magrin aspettative esagerate; un obiettivo che la Juventus non riuscirà a centrare fino in fondo.

Marino Magrin viene presentato dalla dirigenza juventina dopo essere stato pagato quasi 3 miliardi di lire. Marchesi getta più acqua possibile sul fuoco: “Non cominciamo a paragonare Magrin a Platini – dice l’allenatore durante il ritiro estivo – perchè i due sono calciatori completamente diversi. Anzi, vi dirò che non indosserà neanche la maglia numero 10”. Anche lo stesso Magrin fa il pompiere: “L’eredità di Platini non mi spaventa, semplicemente perchè non c’è nulla da ereditare, i nostri modi di giocare non sono ugali e io cercherò di fare ciò che ho sempre fatto, sfruttando al massimo questa occasione”. Sembra maturo l’ex atalantino che non si scompone neanche sulla sua infallibilità sui calci di rigore: “Sono diventato uno specialista dagli undici metri – ammette – e con l’Atalanta ho fallito una sola volta, ma non accadrà nulla se dovessi sbagliare, prima o poi capiterà e non sarà certo un dramma”. Premesse tutto sommato buone e che la prima giornata di campionato sembra anche confermare: il 13 settembre 1987, il giorno del suo 28.mo compleanno, Magrin debutta con la maglia (numero 8) della Juventus nella prima giornata al Comunale di Torino contro il Como. La Juve non è più la vecchia Juve, lo squadrone quasi imbattibile dell’era trapattoniana e i mugugni in tribuna si sprecano, in tanti cercano la sagoma di Michel Platini, quella maglia numero 10 ora sulle spalle di Luigi De Agostini; Magrin fa il suo compitino diligentemente, ma certo non ha l’estro del francese; la gara scorre via nella noia più totale, la Juventus attacca sterilmente, il Como vuole portar via un punto prezioso e prestigioso. Al 71′ viene concesso ai bianconeri un calcio di rigore: Magrin va sicuro di sè sul dischetto e trasforma, dando agli uomini di Marchesi il gol vittoria.

E’ un esordio coi fiocchi per la mezzala veneta: la sua rete è stata decisiva, il suo apporto può essere importante in una stagione che per i bianconeri si preannuncia travagliata, con uno scudetto praticamente impossibile anche solo da sognare. Fino al 29 novembre le prestazioni di Magrin saranno altalenanti, poi arriva un altro 1-0 in casa contro l’Ascoli, determinato dall’ex atalantino in gol dopo appena 1 minuto di gioco. Doppietta nel 4-0 casalingo al derelitto Empoli, rigore decisivo contro l’Inter a marzo, oltre ad una rete in Coppa Uefa contro i maltesi della Valletta: 6 reti totali, un bottino tutto sommato discreto, ma l’impressione lasciata per tutta la stagione di non essere all’altezza di quel ruolo. A Torino lo definiscono un onesto mestierante e nulla più, la bravura nel calciare i rigori non può bastare a scalfire il ricordo di un Platini che, complice anche il ridimensionamento della squadra, resta vivo nel cuore di tutti gli juventini; la Juventus 1987-88 fa i conti con un campionato anonimo e la qualificazione in Coppa Uefa strappata solo dopo lo spareggio vinto ai calci di rigore contro i cugini del Torino. E’ difficile spiegare a Magrin che la sua pur non negativa annata sia passata sotto silenzio e che il popolo juventino continua ancora a cercare il Messia, a sperare che qualcuno prima o poi prenda in consegna quell’eredità lasciata da Michel Platini; l’equazione Platini fuori-Magrin dentro è stata fatta forse automaticamente, nonostante le raccomandazioni di società ed allenatore, e il paragone finisce col pesare troppo sulle spalle dell’ex atalantino.

Nell’estate del 1988 Marchesi viene sostituito da Dino Zoff, la Juventus prova a ripartire piazzando in panchina uno dei suoi idoli, anche se l’organico è ancora inferiore a quelli delle milanesi, del Napoli e anche della Sampdoria, arrivata nella fase migliore del suo ciclo. Gli arrivi a centrocampo del portoghese Rui Barros e del sovietico Zavarov relegano ben presto Magrin in panchina; il calciatore veneto diventa una riserva quasi fissa per Zoff che riesce a trovare equilibrio e stabilità ad una formazione che, seppur con alti e bassi, giungerà quarta in classifica e ai quarti di finale di Coppa Uefa dove cadrà per mano del Napoli; Magrin giocherà poco, quasi sempre entrando a partita in corso, realizzando appena due reti, una nel vittorioso 4-2 di Napoli, l’altra permetterà su calcio di rigore alla Juventus di superare 2-1 la Roma al Comunale. 44 presenze e 7 reti in campionato non bastano a Marino Magrin per guadagnarsi la conferma: la Juventus nell’estate del 1989 lo cede al Verona dove il calciatore, ormai trentenne, resta fino al 1992 vivendo due retrocessioni ed una promozione in serie A prima di chiudere definitivamente la sua carriera laddove era iniziata, a Bassano del Grappa, ultima tappa della sua vita calcistica nella stagione 1992-93 nel Campionato Nazionale Dilettanti.

A volte le occasioni arrivano nel momento propizio, altre in quello meno opportuno: Marino Magrin ha avuto la sua grande opportunità nel periodo peggiore della Juventus, forse in un altra epoca avrebbe reso di più, forse il pubblico lo avrebbe accolto diversamente, forse nessuno avrebbe preteso da lui qualcosa di oggettivamente impossibile. Arrivare a Torino per sostituire Michel Platini? Forse Roberto Baggio o Alessandro Del Piero avrebbero patito meno un simile compito, di certo non Magrin che ancora oggi non ha rimpianti: “Per me giocare nella Juventus è stato il coronamento di una carriera iniziata da lontano e a cui non credeva nessuno – dice oggi con orgoglio – e non penso di aver fatto così male, considerando che quella Juve era in fase di ricostruzione”. Ha fatto ciò che sapeva fare, Magrin, giocare a calcio in maniera ordinata, sfruttando le sue caratteristiche senza strafare, senza quei colpi di genio che solo i fuoriclasse hanno; l’etichetta stampata di nuovo Platini lo ha forse condizionato, di certo ha influito nel giudizio di un calciatore normale e finito per essere considerato meno bravo di quanto in realtà non fosse.

di Marco Milan

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