Amarcord: la Roma di Radice, la squadra operaia amata dai tifosi

Era una squadra costruita con pochi soldi da un presidente fortemente contestato e con poche ambizioni e velleità. A guidarla, però, c’era un allenatore non appariscente ma terribilmente efficace, un papà per i suoi calciatori, una guida severa ma giusta, capace di unire un gruppo che anche a distanza di decenni rende orgogliosi e fieri i tifosi della Roma.

Il campionato di serie A 1988-89 sta per terminare, la Roma di Nils Liedholm sta arrancando in una stagione complicata che culminerà con lo spareggio Uefa perso a Perugia contro la Fiorentina per mano del grande ex Roberto Pruzzo. Il ciclo del tecnico svedese è ormai al capolinea, i fasti dello scudetto del 1983 e della finale di Coppa dei Campioni persa l’anno successivo sono lontani meno di 5 anni ma appaiono invece situazioni di un’era molto più distante, col presidente Dino Viola ferocemente contestato da una tifoseria arrabbiata e delusa. A Torino, nel frattempo, la sponda granata sta vivendo un calvario ancor peggiore con una clamorosa retrocessione che si concretizzerà al termine dello scontro diretto perso a Lecce; a nulla è servito il cambio in panchina, a nulla è servito esonerare lo storico allenatore Luigi Radice, l’artefice dell’ultimo scudetto torinista a metà anni settanta, cacciato a dicembre e che chiude nel peggiore dei modi la sua meravigliosa storia d’amore con il Torino. Sono delusi Radice e la Roma, sono desiderosi di programmare il rispettivo futuro, senza sapere che le loro strade stanno per incrociarsi.

La società giallorossa decide di ripartire da Ottavio Bianchi, l’allenatore che nel 1987 ha condotto il Napoli al suo primo storico scudetto e che, nonostante sia ancora legato contrattualmente ai partenopei, accetta il progetto romanista, convinto che la sua avventura napoletana sia ormai giunta al termine. Roma pronta a ripartire con nuovo vigore e con un tecnico che nelle ultime stagioni ha guidato una delle squadre più forti d’Italia, gestendo il difficile e controverso comportamento di Diego Armando Maradona, vincendo il titolo in una piazza complicata come Napoli e contendendone un altro al super Milan di Arrigo Sacchi; ma qualcosa si inceppa, proprio quando tutto sembra in dirittura d’arrivo: è Corrado Ferlaino, presidente partenopeo, a mettere i bastoni fra le ruote: il patron campano si oppone al trasferimento, impone a Bianchi di rispettare gli obblighi di contratto col Napoli, ma ingaggia ugualmente un altro allenatore (Alberto Bigon) lasciando Bianchi di fatto fermo un anno. La Roma, spiazzata dal pasticcio, non può che rammaricarsi, dare appuntamento a Bianchi nell’estate del 1990 e cercare un altro allenatore; la scelta non è semplice perchè le caselle dei tecnici sono tutte occupate e trovarne uno libero sembra impresa ardua, tanto che la promozione di Luciano Spinosi (che già aveva guidato la squadra nell’ultimo campionato per 4 partite) dalla squadra Primavera non è da escludere. Alla fine, però, Viola ed il direttore sportivo Mascetti convincono Luigi Radice ad assumere la guida della Roma, senza specificare di aver già l’accordo con Ottavio Bianchi per il campionato 1990-91.

Radice sbarca a Roma fra lo scetticismo generale, la piazza è ancora arrabbiata, non sa nulla delle vicende che riguardano la panchina e chiede alla società rinforzi che però non arrivano: al di là dello scambio di portieri col Verona (con il giovane Angelo Peruzzi prestato agli scaligeri e Giovanni Cervone a percorrere la strada inversa) e l’arrivo di Thomas Berthold sempre dalla formazione veneta, infatti, la campagna acquisti giallorossa è scialba e non lascia presagire a nulla di buono in vista della stagione 1989-90. Sebino Nela è il perno della difesa, Giuseppe Giannini e Stefano Desideri sono gli uomini di maggior spicco del centrocampo, mentre in attacco, perso Massaro che è tornato al Milan per fine prestito, la coppia titolare sarà formata da Voller e Rizzitelli. Radice non commenta l’indifferenza della piazza nei confronti suoi e della squadra, anzi, nel ritiro estivo promette impegno, lavoro, sacrificio, sudore e non dà per scontata la stagione di transizione, dice che la Roma è una buona squadra e che la qualificazione alla Coppa Uefa non è irraggiungibile. Sarà un campionato anomalo per le squadre romane, peraltro, perchè lo stadio Olimpico è fuori uso per i lavori di ristrutturazione che lo renderanno nuovo in vista di Italia ’90, obbligando così Lazio e Roma a giocare nel più piccolo e raccolto Flaminio; sembra l’ennesima nota negativa, sarà invece una delle armi vincenti dei giallorossi.

Domenica 27 agosto 1989 parte la serie A e la Roma è di scena in casa della neopromossa Udinese. L’impressione fornita dai giallorossi è di una squadra evidentemente ancora in costruzione ma che lascia già buone sensazioni di unità e compattezza, andando in vantaggio col difensore Tempestilli e subendo il pari di Simonini a fine primo tempo. Al successivo 0-0 contro l’Ascoli sul neutro di Pescara, la Roma inanella una serie di 4 vittorie consecutive che portano i giallorossi nelle zone alte della classifica: sotto i colpi della formazione romanista cadono nell’ordine Genoa, Atalanta, Bari e Cesena, prima della sconfitta per 3-0 a San Siro contro i campioni d’Italia in carica dell’Inter; Roma che, dopo il pari col Napoli ed un altro ko a Milano, stavolta contro il Milan con rete di Van Basten nel finale, vive un momento di altalena con vittoria sul Lecce, sconfitta a Marassi con la Sampdoria e pari in rimonta nel derby contro la Lazio, col capitano Giannini che riacchiappa la rete laziale di Bertoni. Il Flaminio è un catino di passione, i 25 mila del piccolo impianto capitolino spingono una Roma operaia, combattiva e grintosa, in breve tempo rinominata “povera ma bella”. Radice ha toccato le corde giuste dei suoi calciatori: non saremo una grande squadra, dice nello spogliatoio, ma sappiamo giocarcela alla pari con chiunque. E le gare dei giallorossi sono effettivamente sempre piacevoli: a Verona, ad esempio, la Roma rimonta dallo 0-2 al 2-2, contro la Cremonese vince con caparbietà per 3-2, quindi batte in casa la Juventus grazie ad una rete di Stefano Desideri che è la vera rivelazione stagionale, riuscendo ad abbinare qualità e quantità, oltre a diventare spietato sottoporta.

Il 30 dicembre 1989 si gioca Bologna-Roma: la gara terminerà 1-1 con pareggio di Rizzitelli al 90′, ma verrà ricordata come la giornata del dramma sfiorato per Lionello Manfredonia, colto da infarto durante la partita e salvato dal medico giallorosso Alicicco. Manfredonia, contestato a Roma per i suoi trascorsi con Lazio e Juventus, non tornerà più a giocare ma resterà il simbolo di una squadra in grado di soffrire e rialzarsi. All’inizio del girone di ritorno, i giallorossi vivono un momento complicato, causato dal ko casalingo contro il Genoa, dal netto 3-0 patito a Bergamo, dall’anonimo 0-0 di Cesena, dal 3-1 incassato a Napoli e, soprattutto, dallo 0-4 del Flaminio col Milan; a poco servono lo striminzito 1-0 al Bari e l’1-1 di cuore contro l’Inter, perchè l’obiettivo europeo sembra allontanarsi inesorabilmente. I tifosi non se la prendono tanto con Radice che dimostra ogni settimana un enorme senso del dovere, quanto con la società che non ha rinforzato l’organico nemmeno in inverno quando è arrivato il solo centrocampista Giovanni Piacentini dalla serie B. Il 4 marzo la Roma si risolleva vincendo a Lecce, poi pareggia contro la Sampdoria e vince il derby del 18 marzo grazie ad una rete di Voller alla mezz’ora del primo tempo; l’ambiente romanista torna unito e fiducioso e la squadra di Radice non perderà più fino alla fine del campionato trovando vittorie contro Verona (5-2 con l’ultima rete di Bruno Conti in carriera) e Cremonese, pareggiando con Fiorentina, Juventus e Bologna, garantendosi il sesto posto finale con 41 punti, dietro soltanto a Napoli, Milan, Inter, Juventus e Sampdoria, vale a dire le squadre migliori della serie A. I successi del Milan in Coppa dei Campioni, della Sampdoria in Coppa delle Coppe e della Juventus in Coppa Italia liberano diversi posti per la qualificazione in Uefa, dando così anche alla Roma la possibilità di disputare le coppe europee per la stagione successiva.

Ma proprio in concomitanza con l’ultima giornata di campionato, la vicenda della panchina romanista viene scoperchiata pubblicamente: la stampa, infatti, inizia a scrivere che a giugno arriverà Ottavio Bianchi che già da un anno è d’accordo con Viola. Il presidente non può smentire ciò che in effetti è la realtà e Radice non la prende bene: “Sarebbe più utile che domenica in panchina andasse Bianchi – dice amaramente il tecnico giallorosso alla vigilia della gara col Bologna – o quantomeno che la guidasse dalla tribuna. Dispiace non essere stato messo al corrente di un accordo con un altro allenatore, dispiace soprattutto averlo saputo dai giornali e non dalla mia società”. Dura sentirsi un traghettatore, un tappabuchi, dura lasciare un gruppo, uno spogliatoio ed una città al fianco di cui ha costruito un’annata ottima in mezzo a tante difficoltà.La Roma di Radice, sesta in campionato e semifinalista di Coppa Italia eliminata dalla Juventus, mette in mostra un gioco rapido e redditizio, porta due calciatori in doppia cifra (Voller 14 reti, Desideri 10) ed acciuffa un meritato piazzamento Uefa, frutto di sacrificio e dedizione.

Ottavio Bianchi assume la guida della Roma a giugno del 1990 e condurrà la squadra a due finali nella stessa stagione: quella di Coppa Uefa persa contro l’Inter e quella di Coppa Italia vinta contro la Sampdoria neo campione d’Italia. Parte di quel doppio cammino è merito di Luigi Radice che nell’annata precedente aveva spianato la strada al comunque ottimo lavoro di Bianchi. Dino Viola (scomparso a gennaio del 1991) e Radice non si sono lasciati forse benissimo, mentre il tecnico lombardo e la piazza romanista si sono salutati con affetto, come dimostra la gara del 25 novembre 1990 quando Radice, nuovo allenatore del Bologna, si presenta nel nuovo Olimpico, accolto da un boato e da un applauso interminabile da parte del pubblico giallorosso che non ha mai dimenticato quella squadra operaia che ha fatto fronte alle avversità, sfornando prestazioni di rara intensità, ispirata da un allenatore ancora oggi amatissimo dalla tifoseria capitolina.

di Marco Milan

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