Amarcord: il tramonto del Verona dopo lo scudetto

Uno scudetto storico, unico, impensabile e meritato: il tricolore del Verona 1984-85 è ancora oggi (assieme a quello del Cagliari nel 1970) il più chiacchierato, il più mitologico, perchè arrivato da una squadra di un centro medio e soprattutto con un organico di medio alto livello. L’impresa di Osvaldo Bagnoli è e resta nella leggenda del calcio, ma ciò che meno si conosce è cosa sia accaduto dopo quello scudetto, quando i riflettori su Verona e sul Verona si sono spenti, lasciando la compagine gialloblu da sola con tutto il peso di un trionfo enorme.

L’estate del 1985 è surreale a Verona: tifosi impazziti ed increduli per uno scudetto ai confini della realtà, euforia alle stelle e il sogno di giocare con il tricolore cucito sulla maglia e disputare per la prima volta la Coppa dei Campioni. Tutti, Bagnoli in primis, sanno che ripetersi sarà impossibile, ma il Verona campione d’Italia in carica non può pensare di disputare un campionato anonimo dopo aver incantato l’Europa intera. L’avvio è però da incubo: alla prima giornata di serie A gli scaligeri si fanno bloccare sul 2-2 casalingo dal neopromosso Lecce, all’esordio assoluto in masima serie; ma c’è di più, perchè i gialloblu nelle prime 10 giornate perdono ben 4 volte, peraltro incassando un 5-0 a Napoli, poi seguito da un 5-1 rimediato a Udine nel sentito derby del Triveneto. Le cose non migliorano neanche nel girone di ritorno, quando il Verona perde 3 delle prime 9 giornate vincendone una sola; l’attacco è meno prolifico dell’anno prima e soprattutto Galderisi latita in zona gol, ma anche la difesa subisce assai di più e a poco servono i successi contro Avellino, Roma e Pisa, gli unici della seconda parte di una stagione terminata al decimo posto, deludente, molto deludente dopo il trionfo dell’anno prima.

Appassionante è l’avventura in Coppa Campioni dove la squadra di Bagnoli esordisce il 18 settembre 1985 contro i greci del Paok Salonicco, battuti 3-1 al Bentegodi e 2-1 in Grecia. Ma agli ottavi di finale, nel turno successivo, il Verona si ritrova di fronte la Juventus campione d’Europa in carica in un derby italiano che finirà fra le polemiche: nella gara di andata in Veneto, le due formazioni si studiano e non si fanno male chiudendo sullo 0-0 e rimandando tutto alla sfida di ritorno a Torino, giocata a porte chiuse e vinta dai bianconeri 2-0 con reti di Platini su rigore e di Aldo Serena, ma condizionata, a detta del Verona, da un arbitraggio a senso unico dell’arbitro francese Wurtz, accusato di aver palesemente favorito la Juve nel qualificarsi. Il sogno europeo del Verona si spegne e ciò, probabilmente, condiziona la formazione di Bagnoli nel resto della stagione, demotivando un gruppo che contava molto nell’impegno internazionale, consapevole di non poter ripetere in campionato la cavalcata perfetta dell’annata precedente. La società è riconoscente nei confronti di Osvaldo Bagnoli, lo sostiene, lo protegge ed ovviamente lo conferma per la stagione 1986-87, perchè lo schivo tecnico lombardo conosce ormai lo spogliatoio più delle sue tasche ed è l’unico che possa rimettere in carreggiata una squadra apparsa sgonfia nell’anno post scudetto.

E Bagnoli conferma il pensiero della società e ricarica le batterie di un Verona rinforzato dal terzino sinistro Luigi De Agostini e dall’eroe di Spagna ’82, Paolo Rossi, acquistato dal Milan ed arrivato all’ultima stazione della sua carriera. Il Verona parte discretamente, perde al debutto col Torino, ma poi resiste in casa della Roma, batte il Milan, vince a Firenze, supera in casa l’Inter, ma soprattutto blocca sullo 0-0 al San Paolo il Napoli futuro campione d’Italia. Nel girone di ritorno, i veneti mantengono un ritmo da alta classifica, togliendosi l’enorme soddisfazione di travolgere proprio il Napoli 3-0 e giungendo ad un quarto posto che colloca la formazione di Bagnoli fra le prime della serie A per continuità e rendimento, nonchè agguantando la qualificazione alla Coppa Uefa per la stagione 1987-88, la terza partecipazione in 5 anni. Il danese Elkjaer Larsen resta il calciatore migliore della squadra, il capocannoniere veronese degli ultimi tre anni, il leader silenzioso dello spogliatoio. Ma in Italia il Verona inizia a capire ben presto che nuove forze si stanno facendo largo in serie A: c’è la Sampdoria di Boskov che sta gettando le basi per quello scudetto che arriverà nel 1991, c’è l’Inter di Trapattoni che conquisterà un titolo da record l’anno dopo e c’è soprattutto il Milan di Arrigo Sacchi che si sta preparando a salire sul tetto d’Italia, d’Europa e del mondo. Il Verona è invece un gruppo invecchiato, statico, il livello tecnico è sceso, i reduci dello scudetto hanno tre anni in più e motivazioni in calo. Il decimo posto finale è la conseguenza di tutto ciò, mentre il cammino in Coppa Uefa esalta la squadra di Bagnoli che elimina nei primi due turni prima gli olandesi dell’Utrecht e poi i rumeni dello Sportul; il Werder Brema futuro campione di Germania si rivela ostacolo insormontabile agli ottavi di finale e il Verona, seppur con onore, deve inchinarsi chiudendo da allora e finora per sempre la sua avventura nelle coppe europee.

Per il campionato 1988-89, Bagnoli deve rinunciare ad Elkjaer che dopo 91 partite e 32 gol decide di tornare in Danimarca dove chiuderà la carriera. Al posto dello scandinavo, la dirigenza scaligera acquista l’argentino Claudio Caniggia, ala o seconda punta dalle spiccate doti di velocista, ma non molto prolifico in zona gol, ed arrivato in Italia assieme al connazionale Pedro Troglio, centrocampista ordinato e dotato di un buon tiro dalla distanza. Nelle prime 10 giornate, però, il Verona vince solo all’esordio (2-1 al Lecce), rimediando anche 4 sconfitte che relegano i veneti in zona retrocessione, nonostante l’ottimo impatto di Caniggia col campionato italiano. Il girone d’andata si chiude col sorprendente successo per 2-0 contro la Juventus grazie alla doppietta di Marco Pacione, mentre nella seconda parte di stagione i gialloblu rialzano la testa e, pur senza incantare ed incamerando una lunga serie di pareggi, riescono a raggiungere la salvezza chiudendo il campionato all’11.mo posto. I fasti dello scudetto sono ormai un ricordo, il Verona è tornato nei ranghi e sa che la geografia del calcio italiano è cambiata, altre squadre sono ora superiori ai veneti che sono retrocessi nelle gerarchie della serie A, senza possibilità di poter sperare in qualcosa di più della semplice permanenza in massima serie.

Il campionato 1989-90 parte per il Verona con la certezza quasi scontata che sarà l’ultimo in Veneto per Osvaldo Bagnoli che dopo 9 anni ed il record di allenatore con più presenze sulla panchina dell’Hellas si prepara a cambiare panchina. Un campionato che parte malissimo per gli scaligeri con 4 sconfitte nelle prime 4 giornate contro Atalanta, Juventus, Bari e Napoli, e con la prima vittoria acciuffata solamente al 14.turno, il 3 dicembre in casa del Genoa, seguita poi dall’1-0 casalingo sulla Fiorentina che riaccende qualche speranza nel popolo veronese che vede la propria squadra al penultimo posto della classifica e pesantemente indiziata per la retrocessione. Bagnoli prova a strigliare i suoi rimotivando il gruppo, ma è il primo ad apparire al capolinea della sua avventura all’ombra dell’Arena; inoltre il Verona sembra avere in rosa buoni giocatori, ma nessuno in grado di accendere una scintilla: in attacco segnano solo i centrocampisti, l’ala Davide Pellegrini, il regista svedese Prytz (che è anche rigorista), mentre le punte Gritti e Iorio combinano poco o niente. Nel girone di ritorno, la formazione di Bagnoli perde tutti i treni possibili per rientrare in corsa: i pareggi casalinghi contro Bari, Ascoli e Genoa, quello di Cremona e le sconfitte di Lecce e Firenze complicano i piani di un Verona che solo nel finale tenta disperatamente di riagganciare le posizioni che conducono alla salvezza, battendo il Bologna e pareggiando a San Siro contro l’Inter.

Il 22 aprile alla penultima giornata, al Bentegodi arriva il Milan di Sacchi che è in corsa per lo scudetto assieme al Napoli: il Verona può solo vincere per mantenere accesa la fiammella della speranza, i rossoneri devono fare altrettanto per non subire il sorpasso dei partenopei. Marco Simone porta in vantaggio il Milan nel primo tempo e tutto sembra filar liscio per i milanesi, mentre per il Verona è notte fonda. Poi sale in cattedra l’arbitro Lo Bello che trasforma una partita innocua in una pagina leggendaria per la serie A: il fischietto di Siracusa fa innervosire i milanisti non sanzionando alcuni durissimi interventi dei calciatori veronesi, poi il Verona pareggia col difensore jugoslavo Sotomayor, il Milan va in confusione, Van Basten lascia polemicamente il campo togliendosi la maglia quando Lo Bello (che lo caccia via) gli fischia fallo dopo una zuccata fra difensori scaligeri. Vengono espulsi per proteste anche Rijkaard e Costacurta, oltre ad Arrigo Sacchi, mentre Davide Pellegrini proprio al 90′ in contropiede beffa Pazzagli, ribalta la situazione e regala al Verona un 2-1 che alimenta qualche speranza di salvezza. Ma è destino che resti un campionato stregato per i gialloblu che vanificano la rincorsa nell’ultimo turno a Cesena in un vero e proprio spareggio: i romagnoli, già avanti di un punto rispetto ai veneti, amministrano il vantaggio cercando di non scoprirsi, quindi a dieci minuti dalla fine segnano il gol partita con Massimo Agostini che condanna alla retrocessione in serie B il Verona dopo 8 campionati consecutivi in A.

Cesena-Verona del 29 aprile 1990 sancisce la fine di un’era, quella di Osvaldo Bagnoli al Verona, un addio sentito, triste e malinconico. Il tecnico dello scudetto sceglie il Genoa dove confezionerà un altro miracolo, col quarto posto finale nel campionato 1990-91 e la prima storica qualificazione dei liguri alle coppe europee. A Verona resta il ricordo di uno scudetto e di un decennio da grande del calcio italiano, a sgomitare con Inter, Juventus, Milan e Roma, a leggersi in prima pagina su tutti i giornali. Nel 1985 il Verona ha scritto una pagina indelebile nella stroia dello sport, raggiungendo il punto più alto della propria storia, un apice da cui è bruscamente caduto, sapendo forse fin da allora che dopo essere arrivati in cima si può solamente scendere.

di Marco Milan

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