Amarcord: l’impresa della Repubblica Ceca ad Euro ’96

Quando nel 1976 la Cecoslovacchia batte in finale a Belgrado la Germania ai calci di rigore conquistando il suo primo ed unico campionato europeo, nessuno immagina ancora ciò che accadrà negli anni a seguire, la separazione e la nascita della Repubblica Ceca e della Slovacchia, l’indebolimento dell’ex unica nazionale di calcio, arrivata a non distinguersi più nelle grandi manifestazioni internazionali e senza particolari elementi di spicco fra i calciatori. Fino a quel magico e forse irripetibile 1996, quando la piccola ed ancora poco conosciuta Repubblica Ceca mise paura all’Europa intera.

I campionati europei del 1996 segnano una rivoluzione rispetto alle precedenti edizioni: la manifestazione continentale per nazioni passa infatti da 8 a 16 partecipanti, raddoppiando le contendenti e diventando un torneo più simile ai mondiali. L’edizione del 1996 si disputa in Inghilterra e le favorite d’obbligo sono proprio la nazionale ospitante, l’Italia (seconda due anni prima ai campionati del mondo americani), le Germania e la Francia, mentre in seconda fila partono i campioni d’Europa in carica della Danimarca, la Spagna e l’Olanda. Per le altre partecipanti sembra esserci appena qualcosa in più delle briciole, seppur interesse lo destino formazioni emergenti come Portogallo, Croazia, Romania e Bulgaria, queste ultime grandi sorprese ad Usa ’94. Della Repubblica Ceca, invece, non parla quasi nessuno, un po’ per ignoranza (la nazionale è giovane e dunque poco conosciuta) e un po’ perchè inserita in un girone di ferro con Italia, Germania e Russia; l’Europa parla di chi arriverà al secondo posto tra italiani e tedeschi, a chi può interessare il percorso dei piccoli cechi?

Eppure la Repubblica Ceca ad Euro ’96 c’è arrivata con tutte le carte in regola, ha vinto il proprio raggruppamento di qualificazione giungendo davanti all’Olanda ed eliminando la Norvegia che si era qualificata sia per gli Europei del 1992 che per i mondiali del 1994. La qualificazione per i cechi allenati da Dusan Uhrin, è stata conquistata proprio nell’ultimo turno, il 15 novembre 1995, vincendo 3-0 contro il Lussemburgo ed approfittando dello scontro diretto fra Olanda e Norvegia, vinto dai tulipani e che promuove così agli Europei le due compagini vincitrici. Certo, si conosce poco di questa nazionale ceca, a partire da un allenatore schivo e proseguendo con un organico pressochè sconosciuto, con un paio di elementi da tener d’occhio, come il centravanti Kuka o il centrocampista Kubik che in Italia conoscono bene poichè ha militato qualche anno prima nella Fiorentina per due stagioni e definito tecnicamente molto elegante ma assai lento. Eppure la Repubblica Ceca nel girone di qualificazione ha vinto 6 partite e persa una sola, peraltro clamorosamente, in Lussemburgo; ma dopo il sorteggio della fase finale di Euro ’96, i pronostici del gruppo C sono abbastanza semplici da fare: Italia e Germania favoritissime, Russia e Repubblica Ceca a far da comparse o poco più, un’idea che in fondo, forse, condividono anche dalle parti di Praga dove nessuno osa sognare una qualificazione ai quarti di finale.

Quando gli Europei partono, poi, i presentimenti della vigilia trovano solo conferme: nella prima giornata, infatti, l’Italia batte 2-1 la Russia, mentre la Germania regola facilmente la Repubblica Ceca vincendo 2-0 e trovando le reti di Ziege e Voller nella prima mezz’ora di gara. I cechi non mostrano particolari virtù quel 9 giugno 1996, anzi, appaiono molli e nettamente inferiori all’avversario, dimostrando che quel girone, probabilmente, ha già detto tutto dopo la prima tornata. E invece le sorprese devono ancora arrivare: il 14 giugno a Liverpool, l’Italia si appresta a sigillare la sua qualificazione nella sfida contro la Repubblica Ceca che, viceversa, sembra destinata a lasciare in tutta fretta l’Inghilterra; sarà il giorno dei grandi rimpianti di Arrigo Sacchi, commissario tecnico azzurro, che stravolge la formazione che aveva battuto la Russia, mandando in confusione i suoi e ringalluzzendo i cechi che, al contrario, si trasformano rispetto alla prima giornata. Ad Anfield Road si mette in evidenza un giovane centrocampista, forte fisicamente, veloce e con una personalità fuori dal comune: il suo nome, ancora sconosciuto ai più, è Pavel Nedved, autore della rete del vantaggio ceco dopo 4 minuti di gioco. L’Italia si riorganizza e trova poco dopo il pareggio con Enrico Chiesa, ma sempre nel primo tempo ecco che la Repubblica Ceca agguanta il 2-1 con Bejbl; nonostante attacchi e possesso palla, la nazionale italiana non riuscirà a raggiungere il pareggio, anche perchè gli uomini di Uhrin sono attenti e compatti; due giorni dopo, la Germania liquida 3-0 la Russia e stacca il biglietto per i quarti di finale, mentre il 19 giugno a Manchester l’Italia dovrà vincere contro i tedeschi e sperare in un passo falso dei cechi contro i già eliminati sovietici.

Ancora una volta, i pronostici pendono a favore della squadra di Sacchi, anche perchè la Germania potrebbe essere sazia e pensare già alla fase ad eliminazione diretta, e la Repubblica Ceca potrebbe non avere ancora la freddezza e la lucidità per gestire una situazione delicata. Stadio Old Trafford di Manchester: l’Italia deve vincere contro la Germania e buttare poi un orecchio alle radioline per capire cosa stia accadendo a Liverpool fra Repubblica Ceca e Russia; gli azzurri faticano, specialmente dopo aver fallito con Zola il calcio di rigore del possibile vantaggio a pochi minuti dall’inizio della gara. L’Italia è nervosa, domina la partita contro una Germania chiusa in difesa ed un po’ svogliata, ma non sfonda; la Repubblica Ceca, nel frattempo, passa dal 2-0 a favore al 2-2 contro i russi, fino al’85’ quando la Russia segna la rete del 3-2 con l’attaccante Bescastnych, un gol che fa impazzire l’Italia intera perchè vale il passaggio del turno per gli azzurri. Gioia che dura appena 2 minuti, ovvero quelli che occorrono alla Repubblica Ceca per riportare tutto in parità, siglare la rete del 3-3 con Smiçer e qualificarsi clamorosamente ai quarti di finale a spese dello squadrone italiano, in virtù dello scontro diretto a favore. A fine serata, la classifica recita: Germania 7, Repubblica Ceca ed Italia 4, Russia 1; Germania prima, Repubblica Ceca seconda grazie al 2-1 su un’Italia che con le pive nel sacco se ne torna a casa.

In Italia ed in Europa, più che la qualificazione della Repubblica Ceca si celebra il de profundis azzurro, le scelte di Sacchi e il suicidio calcistico della nazionale vice campione del mondo. La Repubblica Ceca, pur avendo mostrato qualità ed un gruppo ben organizzato, continua ad essere considerata una squadra con poco fascino, pronta a fare le valigie dopo il miracolo di aver passato il primo turno, quasi esclusivamente grazie al disastro italiano. Vedremo oggi pomeriggio col Portogallo di che pasta sono fatti questi cechi, titola qualche giornale italiano con un pizzico di fastidio nei confronti della nazionale che ha osato buttar fuori dagli azzurri dal campionato europeo. Al commissario tecnico Uhrin interessa poco la scarsa considerazione che l’opinione generale ha della sua squadra, a lui interessa che i propri calciatori restino concentrati e giochino con quella stessa spensieratezza che li ha portati a giocarsi l’accesso alle semifinali quel 23 giugno 1996 al Villa Park di Birmingham contro il Portogallo, grande favorito della vigilia. La partita è strana, i lusitani attaccano e fanno girar palla, i cechi stanno lì sornioni, ripartono in contropiede e mostrano doti tecniche interessantissime: oltre al solito Nedved, emergono le ottime caratteristiche di Poborsky, metà attaccante e metà centrocampista, capelli lunghissimi da hippy anni settanta, e quelle del portiere Kouba, sicuro ed affidabile. Al minuto 53 Poborsky parte palla al piede dai 30 metri, vince un paio di rimpalli ed entra in area dove vede il portiere portoghese Vitor Baia che inspiegabilmente è uscito dai suoi pali e si trova nella classica terra di nessuno: è un lampo di genio quello del calciatore ceco che appena dentro l’area si inventa un pallonetto beffardo che si insacca in rete rendendo vano il tentativo dell’estremo difensore del Portogallo che nulla può. 1-0 per la Repubblica Ceca che ora crede davvero nell’impresa di vedersi catapultata fra le prime quattro d’Europa; nemmeno l’espulsione del difensore Latal avvantaggia i portoghesi, nervosi e con l’atavico problema di non avere a disposizione un centravanti col fiuto del gol esplosivo, tanto che gli attacchi dei lusitano appaiono lenti e sterili.

La Repubblica Ceca è clamorosamente in semifinale dove incontrerà la Francia, un traguardo inaspettato ed impronosticabile, ma ampiamente meritato da una nazionale che ha meriti e pregi, è solida in difesa ed ha talento in attacco, aiutata da Nedved e Poborsky che sono punte aggiunte oltre che ottimi centrocampisti. Francia-Repubblica Ceca del 26 giugno è la prima semifinale di Euro ’96, si gioca a Manchester alle ore 16, tre ore prima dell’altra sfida tra i padroni di casa dell’Inghilterra e la Germania. I francesi sono i logici favoriti, ma a questo punto nessuno si azzarda a sottovalutare i terribili cechi, anche se, sotto sotto, in molti ancora non si fidano di quella squadra giovane ed un po’ anarchica, tatticamente organizzata ma della quale non si capisce se sia a trazione offensiva o votata al contenimento. La partita contro i francesi è discretamente noiosa, nessuno vuole rischiare, sembra una sfida a scacchi con poche occasioni da gol e troppa tensione; quando l’arbitro fischia la fine aprendo le porte ai tempi supplmentari, la tensione aumenta, anche perchè è in vigore l’orribile regola del Golden Gol, vale a dire che chi segna prima vince. Figurarsi, Francia e Repubblica Ceca sono state guardinghe nei 90 minuti regolamentari e vanno a correre rischi proprio nei supplementari con la certezza della fine al primo sbaglio? Neanche per idea e infatti puntulamente la partita si trascina fino ai calci di rigore dove la Francia riacquista i galloni della favorita, un po’ per esperienza e un po’ per aver già ottenuto dal dischetto la qualificazione negli ottavi di finale contro l’Olanda, dove nessun francese ha sbagliato dagli undici metri.

I cechi sanno però di non aver nulla da perdere, sanno che la loro impresa l’hanno già compiuta, anzi, hanno fatto di più, hanno portato la Francia ai calci di rigore, mettendo in discussione una finale a cui i transalpini avrebbero dovuto accedere con relativa facilità. Battono prima i francesi con Zidane che non fallisce, imitato subito da Kubik; seconda serie: segnano sia Djorkaeff che Nedved, così come nel terzo giro in cui trasformano i loro rigori Lizarazu e Berger, altra scoperta dei cechi, centrocampista mancino che avrebbe potuto fare una carriera molto più celebre se non si fosse specchiato troppo nella sua indiscussa bellezza che ne faceva preda di tante, forse troppe ragazze, distraendolo dalla sua attività agonistica. Al quarto turno dal dischetto non ha ancora sbagliato nessuno, perchè pure Guerin e Poborsky vanno a segno; ultima serie: Blanc realizza, Rada mette sul dischetto un pallone che pesa una tonnellata, ma nonostante ciò non fallisce l’esecuzione, 5-5 e si va ad oltranza. Curiosamente (ma fino ad un certo punto) la Francia ha mandato sul dischetto gli stessi 5 uomini che avevano calciato i rigori contro l’Olanda, nello stesso ordine di battuta e, come contro gli olandesi, tutti e 5 hanno fatto gol; vuoi vedere che il sesto rompe la simmetria e finisce col fallire? Qualcuno malignamente lo pensa e quando il terzino sinistro Pedros spara malamente la palla sui piedi di Kouba, per la Repubblica Ceca si profila l’azzardo impossibile, l’approdo in finale. I secondi che si susseguono subito dopo l’errore dei francesi sono frenetici, accade di tutto: un pittoresco tifoso ceco sugli spalti, avvolto completamente nella bandiera della sua nazione, si accascia fra i seggiolini, le sue gambe non reggono all’incredibile scenario che sta per materializzarsi in quel pomeriggio inglese; poi il commissario tecnico Uhrin tenta la furbata del secolo e rimanda sul dischetto Kubik che aveva già calciato il primo rigore della sua squadra; un trucco che non inganna l’arbitro, irritato dall’azione e prontissimo nel rispedire indietro l’ex centrocampista della Fiorentina che, con un pizzico di vergogna, si allontana verso il centrocampo. Dagli undici metri si presenta allora l’esperto difensore Kadlec che ha 32 anni ma che ne dimostra dieci di più: fra la Repubblica Ceca e la finale c’è di mezzo un rigore ed il portiere francese Lama; Kadlec prende una rincorsa che sembra goffa, poi apre il destro e inchioda la palla sotto la traversa: la Repubblica Ceca è incredibilmente in finale, un risultato ai limiti dell’assurdo e che, oltre a sgomentare la Francia, lascia di sasso l’Europa intera. Poche ore dopo, sempre dopo i calci di rigore, la Germania ha la meglio sull’Inghilterra, delineando una finale assolutamente atipica per quelli che erano i pronostici iniziali.

30 giugno 1996, stadio Wembley di Londra, 73 mila spettatori per assistere alla finale degli Europei, a quel Germania-Repubblica Ceca che sorprende tutti e che è la riedizione della prima gara del gruppo C, quando nessuno poteva neanche lontanamente ipotizzare che quell’anonima sfida vinta agevolmente dai tedeschi sarebbe potuta essere la finalissima del torneo. La Germania è favorita ed è alla seconda finale consecutiva degli Europei, ma ormai la Repubblica Ceca non stupisce più e guai a sottovalutarne le risorse. Il primo tempo è piuttosto noioso, i cechi sono guardinghi, i tedeschi non vogliono lasciare spazi ad un avversario imprevedibile. Al 57′, però, l’arbitro italiano Pairetto compie la frittata e concede ai cechi un calcio di rigore inesistente per un fallo di Sammer su Poborsky nettamente fuori area; sul dischetto va Berger che calcia col sinistro, batte forte e centrale e insacca la palla del vantaggio; la favola continua, la Repubblica Ceca è avanti ed ora la Germania trema, perchè far gol a Kouba è assai complicato. La tensione aumenta, la Germania si innervosisce, il commissario tecnico Berti Vogts rischia il tutto per tutto al minuto 69 mandando in campo Oliver Bierhoff, centravanti dell’Udinese, al posto del centrocampista Scholl. Passano appena 3 minuti e Bierhoff ripaga la fiducia dell’allenatore trovando di testa il pareggio; è la svolta della partita, perchè i tedeschi si tranquillizzano e ritrovano il loro glaciale temperamento, mentre la Repubblica Ceca accusa il colpo, per la prima volta nel corso del torneo teme di essere arrivata al capolinea ed inizia a sparar palloni avanti un po’ a casaccio. Eppure i cechi mantengono calma e sangue freddo, portano la gara ai supplementari e sperano di arrivare a giocarsi tutto ai rigori come in semifinale con la Francia. Non sarà così.

Al 5′ del primo tempo supplementare, Bierhoff calcia di sinistro dal settore sinistro dell’area di rigore, pressato da Kadlec: il tiro non è un granchè ma piega ugualmente le mani a Kouba che tocca la palla ma non la trattiene, vedendola scivolare lentamente ma inesorabilmente in porta. 2-1 per i tedeschi, Bierhoff impazzisce, si toglie la maglia, i calciatori della Germania si abbracciano a gruppi, chi da una parte e chi dall’altra del campo, quelli della Repubblica Ceca si accasciano al suolo, consapevoli di aver perso l’occasione della vita, anche se qualcuno azzarda addirittura una protesta, asserendo che la regola del Golden Gold in finale non fosse valida. Una follia, dettata probabilmente dall’impotenza e dalla disperazione, ma che nel caos generale spaventa pure i tedeschi, qualcuno corre dall’arbitro a chiedere conferma, Pairetto fa di sì con la testa, la Germania è campione d’Europa e non ci sono più dubbi. Alla Repubblica Ceca restano i complimenti, gli applausi e tanto rammarico, oltre alla rabbia per una finale giocata alla pari contro un avversario nettamente più forte; neanche la semifinale di Euro 2004 con un organico tra i più forti del torneo, scalfirà il mito e la leggenda di quella Repubblica Ceca del 1996 che resterà per sempre la nazionale che per venti giorni ha fatto innamorare l’Europa del calcio.

di Marco Milan

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