Amarcord: Atalanta-Milan, come trasformare il fair-play in vergogna

18 gennaio 2015: a San Siro si gioca l’ultima giornata del girone d’andata e di fronte ci sono Milan ed Atalanta. A dieci minuti dal termine, i bergamaschi sono in vantaggio per 1-0, gol del centravanti argentino German Denis, il Milan attacca ma è poco incisivo, il pubblico fischia; il difensore atalantino Del Grosso improvvisamente si accascia a terra colto da crampi, i rossoneri mettono svogliatamente la palla fuori per consentire i soccorsi all’avversario, ma l’allenatore milanista Filippo Inzaghi la ricaccia in campo con rabbia, mentre il terzino Abate non restituisce la rimessa laterale e guadagna pure un calcio d’angolo. Ai tifosi dell’Atalanta vengono i brividi, il ricordo di quel 24 gennaio 1990 riecheggia fortissimo nelle loro menti, riesumando una pagina tristissima del calcio italiano.

Se fosse un film apparirebbe la scritta 25 anni prima e la didascalia 24 gennaio 1990, un sottofondo musicale dell’epoca e l’immagine dello stadio Comunale di Bergamo, teatro della scena. Quel giorno si gioca Atalanta-Milan di Coppa Italia ed è pomeriggio, un pomeriggio freddo e nuvoloso; la gara vale come accesso alle semifinali della coppa nazionale ed è un regolamento piuttosto cervellotico e per fortuna immediatamente accantonato: la Coppa Italia, che storicamente interessa poco e niente ai tifosi italiani, presenta nell’edizione 1989-90 una formula bizzarra, coi primi due turni ad eliminazione diretta e gara unica di sola andata, un gironcino da tre squadre e partite anch’esse di sola andata, quindi semifinali e finali andata e ritorno. Atalanta e Milan sono inserite nel girone C assieme al Messina e dopo aver superato nei primi due turni rispettivamente Torres e Bari (gli atalantini), Parma e Cremonese (i rossoneri); l’Atalanta ha pareggiato 0-0 a Messina, mentre il Milan ha strapazzato 6-0 a San Siro i siciliani, ponendosi in vantaggio alla vigilia della gara decisiva di Bergamo in cui i nerazzurri hanno solo la vittoria a disposizione per passare il turno, mentre allo squadrone di Arrigo Sacchi basta anche il pareggio per accedere alle semifinali.

A guidare in panchina l’Atalanta c’è Emiliano Mondonico che nel pre partita afferma: “Vogliamo qualificarci, anche se sarà dura battere una squadra di campioni come il Milan. Sacchi farà giocare le riserve? Leggetevi i nomi di queste riserve, valgono i titolari”. In effetti i rossoneri possono contare su un organico sontuoso e l’assenza, ad esempio, di Van Basten, è compensata con lo schieramento di Borgonovo e Simone, due giovani in rampa di lancio e di cui Sacchi si fida molto. C’è rispetto e timore da parte dell’Atalanta, perché il Milan dell’epoca è la squadra più forte e completa del mondo, è campione d’Europa in carica e si avvia al bis continentale, oltre che in lotta pure per lo scudetto contro il Napoli di Maradona; sulla carta cosa può fare e come può opporsi una formazione dignitosa ma assolutamente normale come quella atalantina che veleggia a metà classifica in serie A? Mondonico si affida alla grinta dei suoi calciatori e alla spinta del pubblico, sperando anche che il super Milan possa vivere un pomeriggio di distrazione e, perché no, sottovalutare quell’impegno sulla carta abbordabile. Ma Bergamo è un campo complicato, lo dice anche Sacchi il giorno prima della partita, ricordando come l’Atalanta di Mondonico la stagione precedente abbia sbancato San Siro vincendo 2-1 e mettendo alle corde i rossoneri.

La gara ha inizio e il copione è subito chiaro: l’Atalanta attacca a testa bassa badando però a non scoprirsi, il Milan sta lì sornione ad aspettare il momento buono per colpire. Al 41’ la svolta: Giorgio Bresciani, veloce attaccante atalantino, trova il guizzo giusto per battere Giovanni Galli e portare in vantaggio la sua squadra; 1-0 e al momento Atalanta qualificata. Il colpo per il Milan è abbastanza forte, soprattutto perché i rossoneri non si aspettavano di andar sotto proprio alla fine del primo tempo e invece si ritrovano a dover inseguire e a dover battere l’arcigno muro eretto da Mondonico. L’Atalanta, forte dell’1-0, imposta la ripresa con intensità e carattere, senza arretrare di un millimetro e senza concedere spazi ad un Milan che col passare dei minuti diventa sempre più nervoso, mentre i bergamaschi prendono ancora più fiducia. L’ingresso in campo di Daniele Massaro è eloquente: Sacchi vuole pareggiare a tuti i costi e fa entrare colui che negli anni al Milan sarà definito ‘uomo della provvidenza’, colui che spesso e volentieri toglierà le castagne dal fuoco ai rossoneri, anche e soprattutto entrando a gara in corso. Massaro e Borgonovo guidano l’assalto milanista, ma un po’ tutta la squadra di Sacchi è proiettata in avanti alla ricerca del pareggio: i difensori laterali Salvatori e Maldini si spingono sulla fascia a sfornare cross a ripetizione, i centrocampisti si inseriscono centralmente per sfondare la resistenza atalantina, ma ogni sforzo appare vano e la compagine di Mondonico si avvicina sempre più ad una qualificazione tutto sommato meritata.

Ad un soffio dal 90’, col Milan tutto avanti, Borgonovo si fa male al centro dell’area di rigore avversaria e si contorce dal dolore richiamando l’attenzione generale. Il capitano dell’Atalanta, lo svedese Glenn Peter Stromberg, sportivamente calcia la palla in fallo laterale alzando pure un braccio per rendere più chiaro il suo atteggiamento; l’infortunio di Borgonovo non è grave e l’attaccante si rialza in fretta, così come premura ha tutto il Milan che di tutto ha bisogno tranne che di far scorrere in fretta il cronometro. Rijkaard si appresta a battere la rimessa con le mani ed appoggia il pallone a Massaro che è lì accanto a lui sul lato corto dell’area di rigore; i calciatori dell’Atalanta sono fermi in attesa che i rossoneri restituiscano la palla mandandola sul fondo o appoggiandola lentamente al portiere come si fa di solito. Massaro, invece, ricevuta palla da Rijkaard, palleggia e, seppur svogliatamente, effettua un cross verso il centro dell’area dove c’è Borgonovo, nel frattempo ristabilitosi, che è ignaro di quanto accaduto in precedenza poiché girato di spalle a riprendersi dal colpo subìto: il centravanti milanista si fionda verso il cross e il difensore bergamasco Barcella non può far altro che spingerlo e strattonarlo da dietro causando un inevitabile calcio di rigore che l’arbitro Pezzella assegna fra lo sgomento e l’incredulità generale. Il Milan non ha restituito la rimessa laterale gentilmente e sportivamente concessa da Stromberg, guadagnandosi un rigore con una modalità che gli avversari ritengono truffaldina ed irrispettosa.

In campo accade il finimondo: Stromberg inizia a dirne di tutti i colori a Massaro, mentre Borgonovo ci sta capendo ben poco, ma in fretta si accorge che i suoi compagni devono averla combinata grossa. Il pubblico è inferocito e pure dalla panchina atalantina non regna esattamente la calma: le riserve dell’Atalanta sono quasi in campo, Mondonico invece ce l’ha col collega Sacchi e lo invita ad ordinare ai suoi calciatori di sbagliare il calcio di rigore. Franco Baresi, nel frattempo, si sta avviando lentamente verso il dischetto, sotto una salve di fischi assordante a cui si unisce il coro dei giocatori dell’Atalanta che, con Stromberg in testa, gli urla di calciare fuori il rigore, anzi, lo svedese va anche oltre: “Se sei un uomo lo tiri fuori”, gli ringhia. Baresi non fa una piega e si presenta sul punto della battuta prendendo una normale e piuttosto lunga rincorsa; l’arbitro ha faticato a mantenere l’ordine sul terreno di gioco, ma ora sembra tutto pronto: il capitano del Milan, in barba alle richieste dell’Atalanta, calcia con normalità il rigore e spiazza Ferron che va a destra con la palla che si insacca alla sua sinistra. 1-1 e al 90’ il Milan acciuffa quel pareggio che gli consentirebbe di qualificarsi alla semifinale; il caos a questo punto è totale: l’Atalanta perde la testa ed insulta a gran voce tutto il Milan: i cori sono eloquenti, buffoni, ladri, vergogna, un bel campionario di epiteti poco simpatici nei confronti dei rossoneri che intanto accedono alla semifinale di Coppa Italia con l’1-1 finale e la classifica che recita: Milan punti 3, Atalanta 2, Messina 1. Nel sottopassaggio Mondonico e Sacchi vengono a contatto, il tecnico bergamasco è una furia e vorrebbe la ripetizione della partita, mentre l’allenatore milanista minimizza dicendo che i suoi calciatori non potevano fare altro; volano parole grosse, qualcuno negli anni parlerà di calci nel sedere a Massaro.

Il dopo partita è pure peggiore: il calciatore dell’Atalanta Cesare Prandelli afferma: “Signori si nasce, ricchi si diventa”, e si allontana dai microfoni. Il team manager milanista Silvano Ramaccioni prova a giustificarsi: “Sbagliare il rigore? Ma non scherziamo, se Baresi lo avesse fatto si sarebbe configurato l’illecito sportivo”. Laconico è anche Frank Rijkaard: “Noi siamo professionisti, se ci danno un rigore proviamo a segnarlo e non a sbagliarlo”, asserisce l’olandese. L’unico del Milan a mantenere un pizzico di decoro è Paolo Maldini che, cronache alla mano, rientra nello spogliatoio dicendo ai compagni: “Abbiamo fatto una figura di merda”. L’Atalanta chiede la ripetizione della partita, Arrigo Sacchi si oppone, mentre Silvio Berlusconi prova a salvare capra e cavoli proponendo il ritiro del Milan dalla Coppa Italia per favorire così l’automatica qualificazione dei bergamaschi, ma la Lega Calcio, ovviamente, si rifiuta di accettare.

Atalanta-Milan viene omologata col risultato di 1-1 e la relativa qualificazione dei rossoneri alle semifinali. La squadra di Sacchi batterà il Napoli per poi perdere la finale contro la Juventus; giustizia è fatta, diranno a Bergamo all’indomani del ko milanista contro i bianconeri di Zoff, con il popolo atalantino ancora ferito e scottato dalla mancanza di fair-play del Milan che nel frattempo e col passare degli anni tenterà di fornire qualche flebile giustificazione ad un comportamento oggettivamente ai confini della vergogna: il compianto Borgonovo non si era reso conto della situazione, vero, eppure Massaro avrebbe potuto restituire il pallone agli avversari senza rischiare di rimettere in gioco l’azione ma appoggiandolo semplicemente sul fondo. Giustificazioni che Mondonico e i suoi non hanno mai (forse anche legittimamente) accettato, sentendosi ancora traditi e beffati da una furbizia che, voluta o non voluta, ha comunque procurato loro un danno. Di quell’Atalanta-Milan resta un unico dato certo: l’Atalanta ha perso una qualificazione, il Milan la faccia. Ognuno scelga chi ci abbia rimesso di più.

di Marco Milan

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