Ma Voi, chi dite che io sia?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’editoriale di Giuseppe Carcea

La domanda: Ma voi, chi dite che io sia? Con la quale Gesù si rivolge ai proseliti, come testimoniato nel vangelo di Marco, dopo oltre due millenni giunge in questo nostro tempo in cui la  riflessione sull’identità  è sempre meno una questione teoretica è sempre  di più un atto di denuncia di  pregiudizi etico-morali, sessisti e razziali. Basti pensare alla questione  dell’immigrazione e all’effetto domino che produce in termini di clamore mediatico, intolleranza e violenza. Primum,cognoscere, deine, judico, la nostra plurimillenaria  attitudine a indagare i fenomeni non arretra di fronte alla questione dell’Identità, anche se ci chiediamo come sia possibile comprenderne  la natura. A tale proposito, ci possono venire in soccorso gli studi di estetica di Luigi Pareyson e la  sua teoria della formatività, per cui l’opera d’arte è:  “Quel fare che mentre si fa insegna il modo di fare”. L’analogia tra l’arte e la vita è palese, quest’ultima si trasforma incessantemente e chiede di essere compresa, non solo rappresentata, accolta e non studiata, rispettata e non solo tollerata.

D’altronde, quella dell’oggettività è una questione che meglio si adegua a chi vivendo secondo abitudini e regolarità la cerca come se fosse una legge di natura. Per altri versi, scavare nella natura umana è ciò che stanno facendo, con incredibile precisione la biogenetica e le neuroscienze,  anche se nelle previsioni dei loro studi al posto dell’uomo ci sono organismi cibernetici e simbionti dotati di intelligenza artificiale. Secondo la filosofa indiana, Gayatri Chakravorty Spivak, comprendere il valore dell’identità comporta il rischio di ridurlo a equazioni scientifiche e se ciò accade, allora si può parlare di “violenza epistemica”. Cosa si intende per violenza epistemica?  Ridurre la ”sfera calda” della questione identitaria a un modello teorico “freddo”, che comprime la complessità di una tale questione a concetti e spiegazioni. L’applicazione del metodo scientifico ha un suo valore culturale e politico, al fine di confermare i valori  di chi, in genere, detiene il potere in termini di conoscenza, investimenti economici,  pianificazione dello sviluppo e controllo,  per cui si potrebbe dire che i valori dominanti sono quelli della classe dominante.

Lasciamo perdere per un po’ la teoria sociale e abbandoniamoci a una diversa avventura dello sguardo, quando, in un giorno qualsiasi, tra la gente, tra tanta gente, la nostra attenzione si sofferma su una donna indiana con il  velo sul capo, indossa un Sari e i sandali ai piedi. Ha le mani congiunte come in un atto di devozione  e riconoscenza   per  i suoi interlocutori. Dal viso  di questa donna che si chiama Yukko (neve che si scioglie) non  traspare altro che  un sorriso; ci guarda con gli occhi spalancati, insomma, ci dà l’impressione  che sia troppo lontana dal nostro modo di essere e di vivere. Una lontananza abissale sembra dividerci e tutto sembra surreale. Possiamo solo immaginare cosa provasse Paul Gauguin, quando,  dipingendo le donne polinesiane, con le loro  pacate espressioni, i  corpi mollemente adagiati, sentiva che le distanze con un mondo così sconosciuto si accorciavano drasticamente e, grazie alla sua arte maieutica,  vedeva le figure femminili sporgere sulla tela verso una civiltà sconosciuta: la nostra. Allo stesso  modo, con la stessa sensibilità dovremmo guardare  Yukko,  lasciando emergere le espressioni del volto, la sua figura, invitandola a mostrarsi, usandole garbo e sensibilità pittorica che è propria dell’artista. Saremmo coinvolti, estasiati e, allo stesso tempo, responsabili per ciò che appare attraverso la sua immagine,  “dipingere” sulla tela un vertiginoso pittogramma per i nostri comuni – nostri e suoi – Desiderata.  Oppure, cediamo alla tentazione di percorrere una via, apparentemente più breve, ma sicuramente più rassicurante, scegliendo le categorie di giudizio che ci sono note:  normale, deviante, patologico, pietoso, dolce, ributtante, perfino pericolosa. A yukko, infine, non senza un velato dispiacere per il breve tempo trascorso, le  abbiamo chiesto se ha bisogno di qualcosa, ma lei continua a esibire un mesto sorriso e noi a essere sempre più imbarazzati.

A ben vedere anche i muri delle nostre metropoli  sono piene di segni, di graffiti, anche la nostra pelle e piena di segni che sembrano geroglifici, segni che si vedono, insieme alle cicatrici. Ricordo una lezione di Filosofia, quando a un certo punto il Professore, alzando l’indice della mano destra, ha detto: “Il segno è ciò che prende il posto di qualcos’altro,  denunciandone l’assenza”. Oggi,  di fronte a quel dito vedo i graffiti, Yukko, i tatuaggi, i visi smarriti dei passanti, che diventano simboli, evidenza incomprensibile della sofferenza, distanza che, turbandoci ci induce a una sensazione che ci  attraversa come una scossa. Di fronte ai simboli si rimane muti, un simbolo non si fa tradurre, comprendere o controllare. Siamo tutti un po’ stranieri:  “informanti  nativi”, come Chakravorky Spivak, chiama le persone del suo popolo nate in Occidente. Non ci rimane che guardare attentamente ciò che accade intorno a noi,  non accontentandoci, esclusivamente di vedere, sforzandoci di ascoltare e non semplicemente di udire. Ci renderemo conto che graffiti e tatuaggi, i visi chiusi nella folla, i segni del disagio, appartengono a  ogni essere umano, sia egli un nostro connazionale o uno straniero. Il grande teologo Henry De Lubac, pensando alla Chiesa, quindi all’ Ecclesia, alla comunità, riteneva che  essa   fosse  per  metà visibile e per l’altra metà invisibile, e così dicendo ci ha indicato sia la Chiesa Istituzionale che,  quella più segreta e invisibile della comunità orante, delle persone che parlano con Dio. Ognuno di noi può apparire di volta in volta ed eclissarsi, può essere vicino agli altri o perdersi, ma non c’è modo di apparire, sempre e di nuovo, se non siamo capaci di “pesare l’anima”, di guardare che esistiamo, anche quando siamo immagine nell’immaginazione degli altri e non importa se la nostra densità è quella ancora informe  del colore,  che attende l’opera paziente dell’artista per acquisire visibilità.

(di Giuseppe Carcea)

2 Commenti per “Ma Voi, chi dite che io sia?”

  1. Francesca

    Un articolo sull’ Integrazione…. Che esprime una diversa sensibilità nel trattare un fenlmeno molto chiacchierato e poco considerato.

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  2. Andreina

    La questione dell’educazione rientra in quella della ricerca di identità? E possibile un’ etica senza Dio?

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