A Sanremo l’amore controcorrente. Per Mons. Staglianò “non sono solo canzonette”

Intervista al “vescovo pop” che commenta i testi delle canzoni in gara alla sessantottesima edizione del festival di Sanremo

Per il vescovo di Noto, Monsignor Staglianò, il festival di Sanremo diretto da Claudio Baglioni ha cantato l’amore controcorrente, quello vero che vuole durare a dispetto della liquidità, del cinismo e della virtualità che permeano la nostra società. Non sono solo canzonette, quindi, per Staglianò quelle portate sul palco dell’Ariston. Anzi. Musica e parole vivono di una relazione profonda e interiore. I cantanti – sottolinea – sono spesso veri poeti: «la qualità letteraria della lingua italiana si sviluppa anche grazie ai loro testi e le canzoni sono tasselli della letteratura, orami. Il Nobel 2016 per la Letteratura dato a Bob Dylan lo dimostra».

Staglianò è il “vescovo pop” che sulle note delle canzoni di musica leggera comunica il Vangelo e attraverso la Pop Theology dialoga con i giovani. Non è un cantante, eppure intonando Noemi e Marco Mengoni (solo per citare alcuni dei cantanti da cui prende spunto per le sue omelie) attrae attorno a sé una folla di giovani assetata di verità. Lui che fa delle musica e del canto il veicolo principe per dialogare nel segno della pace, ha analizzato attentamente i testi delle canzoni in gara al festival della musica italiana e ci racconta come Sanremo abbia intercettato qualcosa di rilevante sull’amore di oggi.

Amore e Sanremo sono un binomio che ricorre nella storia della musica italiana. Quest’anno però sembra che sia stata compiuta una rivoluzione. Quale amore ha cantato Sanremo?

«Sanremo ha intercettato l’esigenza umana dell’amore che dura. Le canzoni in gara hanno detto basta con “l’amore è bello finché dura”, oggi è tempo dell’amore che vuole durare, “l’amore è bello perché dura”. O anche “perché comunque dura”. Addirittura Caccamo parla dell’amore come un momento riempito di eterno e sembra stabilire che solo l’amore che è “per sempre… può salvare”».

È un tipo di amore diverso da quello che celebra la nostra società?

«È un amore controcorrente nel mondo liquido di oggi, dove nulla dura. Le relazioni tra gli esseri umani sono diventate troppo fragili e frammentate, rischiano di non essere neppure relazioni umane reali, ma solo virtuali. Gli osservatori più avvertiti sanno dove si sta andando, per esempio, con l’amore virtuale, dove le persone non si incontreranno più con i loro corpi. E allora l’amore non sarà più tra persone, ma con le macchine o magari con androidi. Il “per sempre dell’amore” salva l’amore dalle sue derive disumanizzanti, rendendo l’amore bello: “siamo senza addio, bellezza che si libera nell’aria”, afferma Caccamo».

Oltre Caccamo, ci sono altri testi dove si trova questa durata dell’amore?

«In Frida, il gruppo The Colors comincia proprio con quest’affermazione: “non succede mai mai mai, nessun amore è per sempre mai”. Guardandosi intorno, dov’è l’amore eterno di Caccamo? Oggi le relazioni affettive sono assolutamente precarie. Contra facta non valet argumentum, direbbero i latini. E i fatti sono che la gente non sta insieme “per sempre”, anzi ci si lascia dopo sempre meno tempo, sposati o non. L’amore per sempre “non succede mai”. E’, tuttavia, una constatazione e non una definizione dell’amore. Quando più avanti si entra nel linguaggio dell’amore vero, allora ecco si evoca la definitività e la durata: “al vento non ti ho promessa mai, l’amore non è che una sfida, sarà la nostra regola”. E’ una sfida quotidiana, perché l’amore è un’arte e l’arte di amare (E. From) comporta l’avventura del perdono da imparare. Canta la Vanoni: “bisogna imparare ad amarsi, a perdonarsi, giorno per giorno”. Amore e perdono vivono della stessa luce, sviluppano lo stesso dinamismo della fiducia-affidamento. Amore è dono di se per l’altro, è un “dono-per”, cioè un “per-dono”. Quest’apertura al dono è unilaterale e incondizionata (“senza sapere cosa mi aspetta”), vive dell’attesa del miracolo che solo l’amore può compiere (“ma voglio vedere”): la felicità che esiste e affascina e seduce, per essere vivi: “e vivere ogni istante fino all’ultima emozione”».

E quando due si separano, dov’è l’amore che dura?

«L’equazione dell’amore è spiegata nella canzone di Noemi. Se l’amore c’è stato, quell’amore dura, cioè persiste nell’altro anche nei tempi della separazione o dell’abbandono. I due mondi che si sono amati restano inevitabilmente influenzati nell’interiorità dell’anima. Nessuno è più lo stesso, perché l’altro è in lui: “e più sarai lontano e più sarai con me”. Perciò: “non smettere mai di cercarmi dentro ogni cosa che vivi e per quando verrò a trovarti in tutto quello che scrivi”. Anche i sogni sono “i nostri”, irrimediabilmente. La distanza della separazione non impedisce all’amore di esserci e di funzionare. E’ ovvio, se amore c’è stato. Questo è il problema grosso: spesso si nomina con “amore” qualcosa che non lo è (“l’amore ama celarsi dietro amabili parole che ho pronunciate prima che fossero vuote e stupide”, disse Mengoni, vincendo il festival di Sanremo qualche anno fa con la canzone L’Essenziale). Se l’amore c’è stato, è proprio a quell’amore che il figlio può appellare per chiedere a papà e mamma, oramai separati, di tornare a parlarsi, come fa Renzo Rubino in Custodire: “se prima era una corsa per amarci”, se c’è stato amore, allora c’è la speranza: “abbracciami dai, arrabbiati poi, può sopravvivere affetto in questa stanza”».

Come definire l’amore vero?

«Con l’amore è un po’ come per il tempo: non si lascia definire in modo esaustivo. Del tempo Sant’Agostino, dialettizzando con gli scettici che non credevano esistesse, risponde così alla domanda “cosa è il tempo”? “Se me lo chiedi non lo so, ma se non me lo chiedi lo so”. Mi pare la risposta di Luca Barbarossa in Passame er sale: “ah se me chiedi l’amore cos’è, io non c’ho le parole che c’hanno i poeti, nun è robba per me” e poi incalza: “ah si me chiedi l’amore che d’è, io non c’ho parole ma so che ner core nun c’ho artro che te”. L’amore saputo è la presenza dell’altro nel tuo cuore. L’amore – direbbe poeticamente Karol Woytjla non è “stare l’uno accanto all’altro”, ma “stare l’uno nell’altro” (d’altronde il Dio dei cristiani è amore trinitario, proprio perché il Padre è nel Figlio e reciprocamente il Figlio e lo Spirito sono nel Padre), essere questa comunione d’amore per sempre, un legame di affetto che resiste a ogni sirena, com’è ben descritto da Max Gazzé in La leggenda di Cristalda e Pizzomunno. Gelose le sirene trascinano con le catene Cristalda nel fondo del mare, perché un marinaio si era innamorato di lei e non aveva ceduto alle loro lusinghe. E’ il tema della fedeltà che nel rapporto di coppia pretende esclusività: mentre l’onda beffarda affonda nel mare l’amore indifeso, “io ti resterò per la vita fedele e se fossero pochi, anche altri cent’anni… io ti aspetterò, io ti aspetterò, fosse anche per cent’anni ti aspetterò”».

La sua canzone in gara preferita?

«Una vita in vacanza di Lo stato sociale. È un bel testo e un’interessante melodia, in una canzone che intercetta sentimenti umani molto diffusi tra la gente: il lavoro è importante, ma non è tutto nella vita; la frustrazione esistenziale per il lavoro che impegna totalmente e non fa respirare; la denuncia dell’ingiustizia di dover “vivere per lavorare”, mentre dovrebbe essere il contrario e cioè “lavorare per vivere”; la tensione di (non) essere all’altezza del lavoro che ti è dato, perché se sgarri sei cacciato; la corruzione di chi delinque per lavorare (“qualche volta fai il ladro”) e di chi patisce (“o fai il derubato”). La domanda allora batte il chiodo: “perché lo fai, perché non te ne vai?”. Da qui il sogno di un mondo diverso. Ritorna l’utopismo di “una vita in vacanza”, come metafora del bisogno di maggiore leggerezza, dove si respira più libertà e il “tempo perso” recuperi la vita al suo scopo principale che è quello di essere felici, gioiosi, come quando uno “canta e danza”. E comunque sia, considerato lo stress della vita moderna nelle società complesse dell’ipermercato, tutti (nessuno escluso) sognano la vacanza, appunto “una vita in vacanza”».

(di Grazia Pia Attolini)

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