PD, c’eravamo tanto amati: quale futuro?

Lo scorso 4 luglio si è tenuta la prima Direzione nazionale del Partito democratico dopo la sconfitta alle amministrative. Tante le criticità e pochi gli spunti da cui ripartire

Direzione PdCome prevedibile, la Direzione Nazionale del Pd dello scorso 4 luglio ha messo a dura prova le ragioni dell’esistenza di un unico grande Partito Democratico lontano, al momento, da qualsiasi logica unitaria.

Il clima dell’appuntamento può essere sintetizzato dall’intervento di Gianni Cuperlo, rivolto al premier e segretario Renzi: «Oggi tu sei visto come un avversario da una parte della destra, ed è bene così, ma anche da una parte della sinistra e questo è un dramma. Senza una svolta, tu condurrai la sinistra italiana ad una sconfitta storica». In queste parole risiede il focus centrale e probabilmente più problematico affrontato durante l’ultima Direzione Pd. Un appuntamento, quello del 4 luglio, che ha mostrato con la massima evidenza tutte le criticità insite nel partito che passano dalla questione del referendum, ai risultati delle amministrative, dalle visioni contrastanti sul doppio ruolo premier-segretario, all’Italicum e le riforme. Ciò che emerge è una palese disorganicità all’interno del Partito democratico che, per la prima volta dopo la débâcle delle amministrative, si confronta vis a vis senza, finalmente, alcun tipo di intermediazione.

Il risultato finale è una sterile presa di posizione. Il premier Matteo Renzi non arretra dalle sue convinzioni, aumentando ancora di più la distanza che lo divide dalla minoranza dem, pronta a mettere in discussione innanzitutto la duplicità del suo ruolo. E’ Gianni Cuperlo, in tal senso, ad evidenziare le criticità di questo dualismo: «La teoria del doppio incarico ha vissuto finalmente la sua sperimentazione e l’esperimento è fallito perché è sbagliato costringere un partito solo nella dimensione del governo. La politica è costruzione di senso e non solo di consenso al prossimo congresso io non sosterrò un capo ma un ticket composto da una candidatura solida per la guida del governo e una personalità diversa per la guida del partito».

Il tema del “doppio binario” sembra essere legato ai risultati negativi ottenuti alle elezioni amministrative di giugno a fronte dei quali la minoranza dem aveva chiesto a Renzi di abbandonare l’incarico di segretario. La risposta del premier non si è fatta attendere durante la Direzione Nazionale: «Se volete che io lasci non avete che da chiedere un Congresso e possibilmente vincerlo, in bocca al lupo», sottolineando in merito alla proposta avanzata da alcuni di dividere il doppio ruolo: «Non c’è che promuovere una modifica statutaria e farla approvare».

Una battaglia di “botta e risposta” che nulla ha a che vedere con una concreta rivalutazione del Partito Democratico in chiave unitaria e positiva. Non emergono soluzioni reali da questo incontro, ma solo tante necessità che rischiano di diventare le armi per continuare la lotta intestina ad un partito che non riesce a rintracciare elementi solidali per abbandonare la strada della divisione. Una revisione dell’organizzazione di partito e dei suoi meccanismi: è questa la chiave per ripartire, individuata molto prima delle ultime elezioni, tanto che, in nome di questa “rivoluzione” era stata costituita una Commissione ad hoc, guidata da Fabrizio Barca. Ed è stato lo stesso Barca, durante la Direzione del 4 luglio, ad evidenziare l’inutilità dell’iniziativa, presentando le sue dimissioni dalla guida dell’organo in oggetto. Quello che manca, secondo Barca, è proprio la volontà di avviare un processo di cambiamento. Che, in altre parole, significa che all’interno del Pd nessuno è pronto a mettere in discussione le proprie posizioni a favore di un nuovo Partito Democratico, capace di ricostruire e ricostruirsi a partire dagli errori commessi.

L’unico rilevante (almeno all’apparenza) segnale di apertura è quello riguardante il nodo dell’Italicum. Sembra, infatti, che anche una parte della maggioranza sia favorevole all’opportunità di modificare la legge elettorale per aprire a possibili alleanze di centrosinistra e per favorire la riaggregazione del centrodestra. Un piccolo cenno di movimento, dunque, all’interno di un partito sempre più diviso da visioni faziose e parziali.

Proprio queste criticità interne hanno rappresentato il focus della Direzione, nonostante gli sforzi del premier di dirottare l’attenzione su temi di carattere internazionale (Brexit, terrorismo, situazione economica), i primi affrontati da Matteo Renzi nel suo discorso. Non resta che attendere il corso degli eventi per valutare se i componenti del Pd hanno recepito il rimprovero di Matteo Renzi che, aldilà di opinioni e contrasti, rappresenta certamente una lezione di “comportamento politico”: «Questa è una comunità che discute. E litiga. Litigano tutti nei partiti, ma altri nel chiuso delle stanze. Loro fingono di essere una falange e appaiono come tali. Noi valorizziamo solo ciò che ci divide».

Fonte immagine: Panorama.it

(di Giulia Cara)

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