“Sotto un altro cielo” di Dacia Maraini: la multiculturalità è un valore aggiunto

Immigrazione, accoglienza, rispetto: i temi al centro dell’incontro al Press Point “Roma per il Giubileo”

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Immigrazione, utilizzo delle parole, accoglienza: di questo e molto altro si è parlato sabato 22 ottobre in occasione della presentazione del libro “Sotto un altro cielo” (Laurana editore, 2016) al Press Point di “Roma per il Giubileo” in via dei Penitenzieri. Dieci racconti firmati da dieci autorevoli scrittori del panorama letterario nostrano che si inseriscono a pieno nel dibattito sull’integrazione di migliaia di uomini e donne costretti ad abbondonare le proprie terre per coltivare altrove la speranza di un futuro migliore. Hanno dialogato con il pubblico tre autori: Dacia Maraini, Paolo Di Paolo e Claudio Volpe, curatore della raccolta.

A introdurre l’incontro, moderato da Antonella Dolcemascolo, la dott.ssa Luciana Coretto, responsabile del Press Point, luogo di sinergia e incontro che dall’inizio del Giubileo ha ospitato circa 300 tirocinanti delle tre università di Roma.

Un incontro all’insegna della riflessione sul dialogo e sulla necessità di rispettare i diritti umani durante il quale si è anche discusso sui difficili equilibri tra i Paesi dell’Unione Europea: “L’Europa si sta comportando malissimo. Tuttavia noi italiani siamo il popolo più accogliente”, ha ammesso la scrittrice Dacia Maraini. Da qui la sua proposta: “le persone che arrivano in Italia potrebbero offrire le proprie energie per rivitalizzare ad esempio piccoli centri di montagna, senza però correre il rischio di essere sfruttati”.14793660_10210833463543347_807064854_n

“Sotto un altro cielo” è quindi l’espressione di come la realtà fecondi l’immaginazione e crei, attraverso la penna di uno scrittore, nuovi mondi. Questo libro nasce dal desiderio di reagire a qualcosa che mi ferisce. È un modo per elaborare questi fatti atroci attraverso la scrittura e per far conoscere delle storie che difficilmente arriverebbero a tutti. È soprattutto un libro sull’umanità”. Così Claudio Volpe, che ha focalizzato l’attenzione sulla capacità di entrare in empatia con l’altro, di entrare nel suo universo: solo così si vincono i pregiudizi.

E dall’umanità di Volpe, si è passati alla lettura di alcuni passi del libro che raccontano le difficoltà incontrate dai protagonisti nel valicare i confini di un Paese e giungere in un altro. Immagini struggenti, fatti reali, ai quali rischiamo di abituarci, come la foto del corpo senza vita del piccolo Aylan, arenato su una spiaggia. O come Ebru, la miliziana della brigata del Califfato costretta ad aggredire altre donne, non comprendendo il motivo di questa assurdità.

Di deresponsabilizzazione del linguaggio, invece, ha parlato lo scrittore Paolo Di Paolo: Dobbiamo difendere le parole. Lo scrittore grazie all’immaginazione e con il sovrappiù delle parole può contribuire a sensibilizzare le coscienze”. La facilità con cui pronunciamo le parole sul fenomeno della migrazione è sorprendente. Sui social network è più semplice esprimere giudizi, rimanendo nascosti dietro uno schermo; altra cosa è parlare e sentenziare davanti, faccia a faccia. Non dovremmo mai perdere di vista il contatto umano, ha ricordato. Il potere della parola è probabilmente l’unica “arma” dello scrittore, il cui compito è “scendere nei dettagli e riconoscere che esiste una differenza tra ideologia e realtà. Conoscere significa capire. E distinguere tra noi e loro non significa nulla, ha affermato Dacia Maraini.

Potremmo riassumere le storie di “Sotto un altro cielo” nel verbo “vedere”: il libro si apre con l’immagine del piccolo profugo di Kobane e si chiude con la testimonianza di Alessandro Di Meo, fotogiornalista dell’Ansa che racconta di quando nell’aprile 2015 è stato inviato a Catania per documentare il naufragio di un barcone carico di migranti.

pubblico

Vedere, non semplicemente guardare o curiosare. Solo con una presa di coscienza personale, infatti, si può arrivare a conoscere veramente. Dal contributo di Di Meo: “Ci sono alcune foto che non ho scattato perché ho preferito guardare quegli occhi con i miei occhi senza passare dalla lente della macchina fotografica. (…) Certe foto non scattate le porterò sempre con me, nessuno le vedrà mai. Quelle sono forse le mie foto migliori.”

Discussioni interessanti al Press Point che invitano tutti a soffermarsi su qualcosa che sembra non riguardarci, ma che in realtà entra con prepotenza nelle nostre vite, nel nostro linguaggio, nelle nostre abitudini, forgiando le nostre identità. Poiché quello che spesso ci spaventa è l’idea di essere influenzati da una cultura diversa estranea, pericolosa. Ma quanto conosciamo di “quell’altro” che sentiamo tanto diverso da noi?

Di seguito la recensione del libro realizzata dalla redazione di “Roma per il Giulibeo”.

(di Anna Piscopo)

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