Giorno 3. Rifiorire, nonostante la tempesta

Caro diario, ti ho mai raccontato di quella volta in treno in cui rischiai il linciaggio? Il motivo è molto semplice. Annoiata dalla solita routine ed assopita nei pensieri più reconditi, decisi di importunare, con sguardo sconveniente ed invadente, un ragazzo che sedeva a qualche posto di distanza da me. In verità, ciò che più mi colpì fu l’insistenza con cui il suo cellulare squillava senza pausa. Spinta dalla curiosità, decisi di sedermi di fronte a lui, con fare indifferente e spudorato. La schermata nera della scatoletta squillante s’illuminava di un nome di donna. Una certa Cristiana: nome atipico, noioso forse, non per questo legittimante il comportamento indifferente del destinatario della telefonata disperata.

Lui osservava il display con occhi spaesati ed indifferenti, assopiti da un forte senso di rassegnazione, ed intanto, osservando il paesaggio fuori dal finestrino, rimaneva impassibile alla richiesta inascoltata della poveretta.

Non riuscii a trattenermi, ed allora sai cosa ho fatto? Dai, vuoi proprio sentirlo? Però promettimi di non giudicare. Sai, a volte riesci ad essere davvero spietato.

Insomma, abbastanza decisa, proprio come lo sono le persone folli nei momenti di delirio, gli ho così detto: “Se non te ne fossi accorto, il telefono squilla da oltre un quarto d’ora. E’ certo, saranno sicuramente fatti tuoi, ma la suoneria del tuo cellulare è assolutamente insopportabile, come lo è ugualmente il tuo atteggiamento egoistico ed indifferente”.

Ok. L’ho fatto, gliel’ho detto. Mi sono alzata e ho prenotato la fermata, giusto in tempo per fuggir via. Lui, incredulo, è rimasto senza parole. Ma d’altronde, non mi sarei aspettata nient’altro.

Caro diario, in quella chiamata inascoltata mi ci sono rivista. Ho sentito il bisogno di sfogare quella rabbia inespressa e mai esplosa. Ed eccomi a confrontarmi con quel sentimento di disobbedienza che avrei voluto esprimere con più naturalezza; ma poi gli schemi comportamentali, le sovrastrutture sociali, i rapporti di coppia, i rapporti di lavoro, il quieto vivere, la società civilizzata, non mi hanno concesso di manifestare. Quante volte la mia richiesta è rimasta inascoltata? Tante, troppe volte. C’è chi definisce questo fenomeno come deficit di comunicazione. Molti hanno scritto, dopo anni di studi ed autoanalisi, che la vera piaga della nostra epoca sia proprio la scarsa capacità di riuscire ad esprimerci. E ci credo bene. Abituati a filtrare le relazioni con il semplice metodo dell’off/online, si finisce per ridurre le emozioni a meri concetti insignificanti e privi di forma. Nell’era in cui comunicare risulta paradossalmente molto più semplice, trasmettere sentimenti reali, appare, a tratti, un’impresa impossibile. A prescindere da quel poveretto che ho crocifisso quella mattina solo perché mi sentivo parecchio annoiata, vorrei che questo profumo di primavera che invade i vicoli di questa città feroce, riuscisse a penetrare le anime più ermetiche. Vorrei che si potesse, attraverso uno sforzo costante e liberatorio, comprendere come si sia smarrito il bisogno e la fame costante di cibarsi di bellezza. Le relazioni umane richiedono impegno e volontà, affinché la voglia della conoscenza possa mutarsi in desiderio, da cui trarre effetti benefici e duraturi. Se si potesse investire in amore con leggerezza, sarebbe una vita troppo facile. Finiremmo per annoiarci ed assopirci su inadeguate ed apatiche esistenze. I sentimenti comportano rischi, l’ho compreso soprattutto ora che, più che mai, non ho voglia di scappare, ma di affrontare la vita cinica con coraggio ed altruismo.

Perché per superare le avversità fisiologiche della vita, recidere i rami secchi non serve, se non si ha la propensione a rifiorire.

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