Nuove sfide per l’Europa della Brexit. Il punto sulla politica estera internazionale

 

La riforma costituzionale in Cina, la guerra commerciale di Trump, il giallo di Salisbury: Welcome back to the future!

Welcome back to the future! Così il liberale europeo Guy Verhofstadt al Parlamento europeo che la settimana scorsa discuteva di Brexit. Verhofstadt si riferiva alla decisione cinese di eliminare i limiti temporali di mandato al presidente del Paese, alla politica protezionista di Trump e alla guerra diplomatica tra Londra e Mosca per il presunto avvelenamento di una ex spia KGB.

“Xi Jinping crowned himself emperor for life in China. Trump starts an old fashioned trade war. Putin gets away with murders on European soil. Welcome back to the future, welcome to the new world order. We need a strong Europe to face our common challenges.”

Questo estratto del discorso di Guy Verhofstadt, capogruppo dell’ALDE (l’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa) e rappresentante del Parlamento europeo nei negoziati Brexit, fornisce un’occasione per fare il punto sulla politica estera internazionale.

Cina. La settimana scorsa l’Assemblea Nazionale del Popolo ha ratificato la riforma costituzionale che elimina il limite dei due mandati per il presidente trasformando di fatto l’attuale Capo di Stato Xi Jinping, in un imperatore a vita. Ultimo atto, quello del rafforzamento del presidente, di un percorso volto a portare la Cina sulla vetta del mondo.

Stati Uniti. Il presidente Donald Trump ha annunciato (forse in vista delle elezioni di metà mandato a novembre 2018) l’imposizione di pesanti dazi sull’importazione di acciaio e alluminio. Dazi che se confermati, colpirebbero principalmente la Cina e l’Unione europea.

Con questa decisione Trump non solo dimostra di non sapere che il 70 per cento del commercio internazionale, in questa fase della globalizzazione, si basa sulle “catene globali del valore” ossia la divisione internazionale del lavoro fondata sulla frammentazione dei processi di produzione in stadi distinti e suddivisi a livello internazionale. Ma il presidente recupera anche quelle teorie protezioniste che sanno di retorica populista, tanto cara all’ex tycoon, solito seguire l’umore dell’elettorato medio americano cercando, anche solo con annunci a effetto, di assecondarne le inclinazioni politiche più significative.

In questa logica si inserisce l’argomentazione di Trump a sostegno dei dazi all’import: quella “America first” che gli ha consegnato le chiavi della Casa Bianca, la teorica risposta a un deficit commerciale di circa 800 miliardi di dollari e la tutela di quasi 100.000 posti di lavoro americani.

L’annuncio di Trump ha suscitato non poche polemiche. Non solo perché i dazi finirebbero per danneggiare ampi settori dell’economia statunitense (energia, settore automobilistico, agricoltura) ma anche perché l’Unione europea si è detta pronta a reagire con ritorsioni commerciali contro alcuni prodotti americani: dolciumi, tabacco, bourbon e succo d’arancia, meccanica.

Guerra di spie. Ed è guerra diplomatica tra Londra e Mosca dopo il fallito tentativo di uccidere con un gas nervino, l’ex spia del KGB Sergej Skripal e la figlia Yulia (trovati accasciati privi di sensi su una panchina a Salisbury in Inghilterra e le cui condizioni sono definite “critiche”). A seguito della decisione del primo ministro britannico Theresa May di espellere 23 diplomatici russi perché ritenuti “agenti di Mosca sotto copertura”, Mosca ha dichiarato persone non grate” 23 diplomatici britannici in Russia, che dovranno quindi lasciare il Paese entro una settimana.

La guerra chimica non è una novità nelle relazioni tra Regno Unito e Russia. Nel 2006 a Londra morì l’ex spia del KGB Aleksandr Litvinenko, deceduto dopo avere bevuto un tè contaminato con il polonio radioattivo (secondo l’inchiesta della magistratura britannica gli esecutori erano due ex-agenti del Cremlino e il probabile mandante lo stesso presidente russo Vladimir Putin) mentre è del 1978 il caso dell’ombrello con la punta intrisa di ricina che uccise, sempre nella capitale britannica, il dissidente bulgaro Georgi Markov. Gran Bretagna, Usa Germania e, dopo qualche esitazione (“aspettiamo di vedere le prove“) anche la Francia, hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta contro Mosca evidenziando che “la mancata risposta della Russia alle legittime richieste del Regno Unito ne sottolinea la responsabilità“. I quattro hanno poi condannato quello che è stato definito “il primo attacco con agente nervino in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale“.

Durante la conferenza stampa tenutasi dopo le elezioni che domenica 18 marzo hanno confermato Vladimir Putin presidente della Russia per la quarta volta  (vittoria ottenuta con una maggioranza bulgara: oltre il 76 percento dei voti), intervenendo per la prima volta sul caso Skripal Putin ha dichiarato:

Se si fosse trattato di nervino di tipo militare Serghei Skripal sarebbe morto sul posto: noi abbiamo distrutto il nostro arsenale chimico mentre i nostri partner non lo hanno ancora fatto. […] Pensare che la Russia sia colpevole è una sciocchezza ma Mosca è pronta a cooperare con la Gran Bretagna”.

(di Alessandra Esposito)

 

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