Questione catalana. Si guarda al voto del 21 dicembre

L’esecutivo di Barcellona è formalmente destituito, Puigdemont è in Belgio dove pare chiederà asilo politico, alcuni costituzionalisti discutono sull’ipotesi “abdicazione del re” per salvare la Spagna e trasformarla in uno Stato federale multinazionale. Tutto in attesa delle elezioni regionali del 21 dicembre, convocate dallo Stato spagnolo dopo aver commissariato la Catalogna

spagnaCon l’accusa di ribellione, sedizione e malversazione, il procuratore generale spagnolo José Manuel Maza ha chiesto l’incriminazione per il presidente catalano destituito Carles Puigdemont e per i ministri del suo governo, rei di aver permesso la dichiarazione d’indipendenza. Qualora i membri del governo e i parlamentari coinvolti non  dovessero presentarsi dinanzi ai giudici, le autorità di polizia spagnole sono autorizzate ad arrestare i vertici catalani incriminati, i quali rischiano dai 15 ai 30 anni di carcere.

Al momento, il presidente destituito e alcuni membri del governo sono a Bruxelles, ufficialmente per incontrare alcuni esponenti nazionalisti fiamminghi anche se, è bene ricordare, il ministro belga alla Migrazione Theo Francken aveva offerto a Puidgemont asilo politico nel suo paese. Secondo la tv spagnola, Puigdemont e cinque suoi consiglieri intenderebbero chiedere ufficialmente l’asilo politico al Belgio. “No comment” la risposta del governo belga.

Il legale di Puigdemont ha chiarito che il suo assistito, per come è la situazione, non tornerà in Spagna. E mentre sono previste in settimana le convocazioni in tribunale di tutta la leadership catalana ribelle, da Bruxelles il leader catalano destituito, lancia il sito “presidente in esilio”.

Questo è l’ultimo aggiornamento di una vicenda, quella dell’indipendenza della Catalogna, che da venerdì 27 ottobre, giorno in cui il Parlamento di Barcellona ha votato l’indipendenza e proclamato la repubblica, sta scuotendo la Spagna e l’Europa. In seguito al voto favorevole del Senato, il governo spagnolo ha poi posto in essere il controllo diretto sulla Comunità autonoma previsto dall’articolo 155 della Costituzione, sospendendone le prerogative di autogoverno.

La vicepremier Soraya Saenz de Santamaría, è stata incaricata di svolgere le funzioni del deposto presidente della Generalitat Carles Puigdemont e di normalizzare la situazione fino alle nuove elezioni nella Comunità, previste il 21 dicembre prossimo. Da qui al 21 dicembre, unionisti e indipendentisti cercheranno di attrarre verso di sé e coinvolgere il più possibile quella fascia sociale e culturale catalana che ancora non ha scelto “da che parte stare”: con gli unionisti catalani che scendono in piazza (“Essere catalani è un orgoglio, essere spagnoli un onore”) o con gli indipendentisti che proclamano la via nonviolenta all’autonomia.

Mentre Madrid garantisce che Puigdemont potrà partecipare alle consultazioni di dicembre (se non verrà arrestato) e Barcellona ribadisce che occorre “andare avanti, senza mai rinunciare al voto”, è certo che non sarà facile tornare allo status quo, dopo una mobilitazione indipendentista di questo genere. “Un ritorno alla normalità non potrà prescindere da una trattativa sullo stato delle autonomie in Spagna, sempre in bilico tra Spagna centralista e Spagna “plurale”” scrive Andrea Carteny su Affari internazionali.

Tutto nasce nel 1978, quando la Spagna del dopo franco si dotò di un avanzato regionalismo, con riconoscimento delle nazionalità locali e concessione concertata di statuti di autonomia rispetto al governo centrale. “È la transizione pattata, che permise alla Spagna di uscire dalla dittatura senza conflitti civili, ma lasciando una porzione importante di memoria non condivisa soprattutto in regioni come la Catalogna, decisamente represse durante il franchismo” scrive Carteny.

In questa fase ha origine la mobilitazione repubblicana riesplosa in questo periodo in Catalogna. Negli anni, Jordi Pujol e la coalizione Convergència i Unio’ sono stati in grado di presentare la Catalogna come il migliore esempio dell’autonomia in Spagna. Poi è venuto il compromesso tra il blocco moderato catalano (guidato da Artur Mas, successore di Pujol) e il governo socialista di Zapatero che ha aperto la strada per il riconoscimento di una serie di rivendicazioni autonomistiche. Fra questi, il riconoscimento che la Catalogna è una “nazione” e di “diritti storici” della Catalogna (fino a quel momento riconosciuti implicitamente solo alle regioni di tradizione foralista, la Navarra e i Paesi baschi) e maggiore autonomia di gestione finanziaria, fiscale e tributaria.

Ma il nuovo Estatut, approvato dal Parlament della Catalogna nel 2005, emendato e ratificato dall’assemblea di Madrid nel 2006 e posto al voto per referendum regionale quando i 2/3 dei votanti votarono sì al nuovo testo, non ha superato la crisi del debito pubblico e il cambio al governo che hanno riaperto la partita, arrivando fino al Tribunale costituzionale e alla decisione di incostituzionalità pronunciata nel 2010 sugli articoli più importanti che, in un contesto di crescente difficoltà e crisi, sia economica che politica (per l’esplodere di scandali di corruzione anche in Catalogna), hanno riacceso le manifestazioni di massa catalane per il “diritto a decidere”, manifestazioni che si ripetono periodicamente, in particolare nel giorno della Diada, l’11 settembre (che ricorda la caduta di Barcellona nel 1714 sotto l’attacco delle truppe borboniche, e la perdita dell’autonomia catalana).

È così che si arriva al referendum regionale per trasformare la Catalogna in Stato indipendente, il 9 novembre 2014, bloccato ufficialmente dal Tribunale costituzionale per iniziativa del governo, ma trasformato dalla Generalitat in una consultazione “partecipativa”. Oltre due milioni di votanti e di questi l’80% votò sì.

Poi l’ultima fase, le elezioni nel 2015, hanno visto la formazione di un blocco politico che si propone come maggioranza per portare il Paese al referendum sull’indipendenza. Oggi, secondo i sondaggi, quella percentuale potrebbe calare del 5%, facendo perdere agli autonomisti la maggioranza nel Parlement, in sostanziale parità con i partiti unionisti.

Il partito di Puigdemont, il PdeCat, parteciperà alle elezioni regionali del 21 dicembre, convocate dallo Stato spagnolo dopo aver commissariato la Catalogna. “Il 21 andremo alle urne, ci andremo con convinzione e ci impegniamo a rispettare ciò che dirà la società catalana“, ha detto il portavoce del partito, Marta Pascal.

Nei giorni scorsi, Jose Buscaglia su Newsweek  ha scritto un articolo dal titolo “King Felipe should abdicate to solve spain’s constitutional crisis” dove dove si ipotizza che l’abdicazione del re Felipe potrebbe servire per uscire dallo stallo catalano. Così Buscaglia: “Dopo il referendum per l’indipendenza della Catalogna, il primo ottobre scorso, il re Felipe VI ha fatto un discorso, in diretta tv, invitando il governo catalano a tornare alla legalità costituzionale, non ha chiesto scusa per le aggressioni della polizia nazionale né ha pensato di rivolgersi ai suoi sudditi in catalano. In quel preciso istante, Felipe smise di essere il re di tutti gli spagnoli. Mentre le relazioni tra Madrid e Barcellona continuano a deteriorarsi, il sovrano avrebbe fatto bene a considerare l’ultimo sacrificio per salvare il proprio paese. Per mantenere la Catalogna in Spagna è necessario portare la Spagna fuori dalla Catalogna. Come? Rendendo Felipe un cittadino come tutti gli altri. La sua abdicazione porterebbe alla proclamazione della Terza Repubblica Spagnola (la Prima Repubblica Spagnola, detta anche la Gloriosa, fu il regime politico democratico instaurato nel 1873 e durato fino al 1874, anno della restaurazione della monarchia, con la proclamazione del re Alfonso XII.

La Seconda Repubblica Spagnola, fu proclamata nel 1931, contestualmente all’esilio di re Alfonso XIII e terminò nel 1939, a seguito alla vittoria nella guerra civile dei ribelli nazionalisti guidati da Francisco Franco, ndr.), ai nuovi governi di Madrid e Barcellona e ad un assemblea costituzionale che potrebbe portare alla creazione di uno Stato federale multinazionale dove gli abitanti andalusi, baschi, canari, castigliani, catalani e altri potrebbero riconciliarsi con il loro passato mentre cercano di recuperare e riformare la vecchia nozione de “Las Españas”, ovvero delle numerose identità nel paese.”

(di Alessandra Esposito)

Lascia un commento

Basic HTML is allowed. Your email address will not be published.

Subscribe to this comment feed via RSS