Elezioni UK: conservatori senza maggioranza. May cerca alleati

Le elezioni politiche in Regno Unito hanno fatto registrare un arretramento del partito conservatore e una brusca frenata per i laburisti di Corbyn, ma la vera sconfitta è Theresa May

Né vincitori né vinti. Questa potrebbe essere la sintesi perfetta delle elezioni politiche in Regno Unito, tenutesi giovedì 8 giugno. In realtà questo sarebbe un buon sunto se fossimo in un libro, magari in uno di quei romanzi di fine ottocento tutti drammi e moralismi. Il fatto è che quello che è accaduto nella patria di Adele, George Best, Dylan Thomas e Sean Connery non è stato esattamente un romanzo, ma una vera e propria resa dei conti politica che ha avuto un risultato tanto strano quanto inutile.

In pratica non ha vinto nessuno. Non ha vinto il partito conservatore, che alla Camera dei Comuni ha perso la maggioranza assoluta e ora rischia di faticare molto per governare. Non hanno vinto i laburisti guidati Jeremy Corbyn, che fino all’ultimo aveva sperato di fare il colpaccio, sbaragliando di slancio gli avversari. E non ha di certo vinto il premier Theresa May, che anzi è probabilmente da considerarsi la vera e unica sconfitta di questa tornata elettorale.

Eppure il leader del partito conservatore ci credeva e pure tanto. Per arrivare a sciogliere il Parlamento tre anni prima della scadenza naturale della legislatura, uno deve essere proprio convinto, quasi certo della vittoria. Oppure deve essere un pazzo totale, uno sprovveduto, un ingenuo. E Theresa May, se escludiamo il suo problema con le scarpe e quell’insensata passione per l’animalier, sembra essere una politica abbastanza rodata, non certo alle prime armi, consapevole dei rischi. Invece la povera signora May non ha decisamente raggiunto i risultati sperati, ma al contrario ha praticamente perso su tutta la linea.

Dodici seggi in meno rispetto alle elezioni precedenti e l’obbligo di stringere un’alleanza con un partito minore, che gli permetta di evitare un disastroso nonché umiliante ritorno alle urne. Questa è la situazione in cui versa il partito conservatore britannico, prima forza politica del Paese, ma non abbastanza forte per poter governare da solo. E la colpa, forse, è proprio della signora May. Il premier, inizialmente tiepido sostenitore del no alla Brexit, si era trasformata, dopo le dimissioni di David Cameron, nella Giovanna d’Arco dei pro-Brexit. E ciò in un primo momento, quando il Paese era ancora ubriaco dei risultati referendari e di questa ritrovata “libertà” cavalcata dai nazionalisti dell’UKIP guidati da Farage, sembrava l’unica cosa da fare.

Poi però è arrivato il tempo dei negoziati, la vera resa dei conti fra Londra e Bruxelles, e il primo ministro di sua maestà si è detto pronta a fare la voce grossa per ottenere un duro trattamento nei confronti dei cittadini europei che lavorano nel Regno Unito. Questo non deve essere piaciuto molto agli inglesi e ancor meno a gallesi, scozzesi e nord irlandesi. La riprova sta nel fatto che, oltre ai conservatori, a rimetterci è stato proprio l’UKIP, che è letteralmente scomparso dal panorama politico d’oltremanica. Perché se è vero che fino a un mese fa erano tutti a favore della Brexit, contrari al giogo europeo e inclini a un certo nazionalismo, non bisogna dimenticare che l’elettorato è volubile e che i negoziati per l’uscita dall’Unione inizieranno fra meno di due settimane. Un messaggio forte per la signora May e per i più ferventi sostenitori di un’uscita dall’UE dura e sanguinaria.

E adesso?

Beh adesso il partito guidato da Theresa May dovrà trovare degli alleati. Al momento gli Unionisti nord irlandesi del DUP si sono resi disponibili ad appoggiare il governo, ma i suoi 10 deputati rischiano di essere a malapena sufficienti per tirare campare. Un esecutivo di minoranza sostenuto dal DUP o un governo di coalizione con il DUP stesso potrebbero bloccare il Paese in un limbo attualmente impensabile viste le scadenze alle porte.

Nonostante le parole forti pronunciate dal primo ministro May, sono in molti a pensare che forse tutto sarebbe più facile se l’inquilino del 10 di Downing Street decidesse di fare le valigie, lasciando il posto al nuovo, a qualcuno, anche in seno ai conservatori, che possa affrontare la legislatura con un piglio diverso di quello dell’attuale premier. Tuttavia per il momento lei, Theresa May, una Margaret Thatcher un po’ troppo improvvisata e assolutamente priva dello spessore politico della Lady di Ferro, non si arrende. Con un deciso “e ora tutti a lavoro” ha messo a tacere le critiche, gli avversari e i suoi stessi compagni di partito. Chissà se riuscirà a fare lo stesso con la sua coscienza politica.

(di Christopher Rovetti)

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