Istat: con la laurea il primo contratto di lavoro è “atipico”

Dal tasso di occupazione alle previsione demografiche, dal welfare al lavoro atipico in Italia: tutto questo nei dati Istat presentati alla Camera

Giorgio Alleva, presidente dell’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) in audizione presso la I Commissione “Affari Costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni” della Camera dei Deputati ha illustrato la situazione italiana in tema di equità generazionale e sistemi previdenziali. L’intervento ha offerto un contributo utile all’esame delle due proposte di legge costituzionale (C.3478 e C. 3858), a modifica dell’articolo 38 della Costituzione (quello del “principio della sicurezza sociale”).

In particolare, le due proposte normative intendono garantire non solo che gli obblighi di tutela previsti dall’articolo in esame siano adempiuti secondo principi di equità, ragionevolezza e non discriminazione tra le generazioni, ma anche che il sistema previdenziale assicuri trattamenti adeguati, solidarietà ed equità tra le generazioni, essendone garantita al contempo la sostenibilità finanziaria.
Alleva ha affrontato diversi temi: dalle previsioni demografiche fino al 2065 alla difficile condizione del mercato del lavoro per i giovani, dall’equità intragenerazionale all’incidenza del lavoro atipico alla frammentazione delle loro carriere. Infine, un breve quadro dei conti della protezione sociale.

Andamenti delle previsioni demografiche dell’Istat dal 2016 al 2065 (dati utili per il calcolo dei sistemi pensionistici di cui è competente il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, di concerto col Ministero dell’Economia e delle Finanze).
Sulla base delle più recenti previsioni demografiche, la popolazione residente è stimata in diminuzione: nel 2065 la popolazione ammonterebbe dunque a 53,7 milioni, conseguendo una perdita complessiva di 7 milioni di residenti rispetto al 2016.
In base a questi scenari, il cambiamento della struttura per età della popolazione rifletterebbe l’impatto dei fattori demografici di invecchiamento, determinati dall’azione delle nascite, dei decessi e dei movimenti migratori. Già oggi va evidenziato come la struttura per età della popolazione risulti piuttosto sbilanciata, con un’età media che si avvicina ai 45 anni e una quota di ultrasessantacinquenni superiore al 22%. Nelle classi di età della prima infanzia si riscontrano progressive riduzioni di consistenza che riflettono il calo delle nascite registrato negli ultimi 5 anni. Le coorti numericamente più consistenti sono invece quelle rilevabili tra i superstiti dei nati nel 1961-1975.

In audizione, Alleva ha ribadito che nonostante la ripresa dell’occupazione, “le condizioni del mercato del lavoro rappresentano un elemento di criticità per le storie contributive delle nuove generazioni, caratterizzate spesso da carriere lavorative discontinue e di bassa qualità e da un ingresso sul mercato del lavoro differito rispetto a quanto sperimentato dalle precedenti generazioni.
In particolare, il basso tasso di occupazione dei 25-34enni (60,3% nella media del 2016), “costituisce una grande debolezza per il presente e il futuro di queste generazioni che rischiano di non avere una storia contributiva adeguata. Ciò si rifletterà su importi pensionistici proporzionalmente più bassi rispetto a carriere lavorative regolari”.
Queste fasce di età (il cui livello medio di istruzione è più elevato rispetto alla fascia 55-64enni) vengono scarsamente impiegate, creando una grave situazione di sottoutilizzo di un segmento di popolazione ad elevato impatto potenziale sullo sviluppo economico del Paese. Questa situazione incide anche sulle decisioni riproduttive, condizionate negativamente dalla precarietà occupazionale, come testimoniato dal progressivo innalzamento dell’età media al parto che tra il 2000 e il 2016 è passata da 30,4 a 31,7 anni.
Urgente quindi favorire l’ingresso e la permanenza dei giovani nel mercato del lavoro, incrementando, ad esempio, le risorse disponibili per le politiche attive e la formazione dei lavoratori, favorendo la diffusione di servizi per l’assistenza e agevolando la piena partecipazione delle donne al mercato del lavoro: “Il recupero di questo capitale umano qualificato ma inutilizzato costituirebbe uno stimolo alla dinamica della produttività del lavoro, che presenta oggi una debole evoluzione, insufficiente a sostenere una adeguata crescita futura del reddito pro-capite”.

Adattamento del sistema di welfare alle nuove condizioni demografiche. Il tema riguarda non solo la creazione di nuove tutele nei confronti delle carriere dei lavoratori più giovani, ma anche “meccanismi di gestione e finanziamento delle spese per la cd “long term care”, in grado di garantire l’equità intragenerazionale”. Oltre che per i giovani, la crisi economica ha determinato un deterioramento delle condizioni di vita anche per molte famiglie con anziani.

Lavoro atipico e frammentazione delle carriere nelle giovani generazioni. Alleva ha specificato quanto risaputo: le difficoltà dei giovani in età attiva dipendono soprattutto dalle difficoltà di ingresso e di permanenza nel mercato del lavoro. Le generazioni di giovani che si sono affacciate sul mercato del lavoro nei decenni scorsi sono state inoltre caratterizzate da tempi, modalità di ingresso e di permanenza differenti rispetto a quelli delle generazioni precedenti. Nello specifico, l’accesso al primo lavoro ha risentito del prolungamento della fase di studio: l’età mediana di ingresso nel mercato del lavoro si è innalzata costantemente tra gli uomini, passando da circa 18 anni (nati negli anni 40) a circa 21 (nati negli anni 80); tra le donne, dopo essere scesa a circa 21 anni per le generazioni delle nate nei primi anni 60, è tornata a salire e raggiungere i 24 anni per la generazione delle nate negli anni 80. Quanto alle modalità d’ingresso, le riforme del mercato del lavoro che si sono susseguite a partire dagli anni 90 hanno fatto crescere significativamente il peso del lavoro atipico (dipendenti a tempo determinato, collaboratori o prestatori d’opera occasionale), il quale ha interessato prevalentemente le generazioni più recenti.
L’occupazione atipica al primo lavoro è diffusa anche per titoli di studio secondari superiori o universitari e cresce all’aumentare del titolo di studio, essendo pari al 21,2% per chi ha concluso la scuola dell’obbligo e al 35,4% per chi ha conseguito un titolo di studio universitario. Inoltre, le differenze di genere aumentano nel tempo, registrando uno scarto di circa quattro punti percentuali tra i nati tra il 1960 e il 1974, di dodici tra i nati tra il 1975 e il 1979 e di sedici tra i più giovani.

(di Alessandra Esposito)

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