100 anni da Caporetto

A cento anni dalla battaglia di Caporetto, l’Italia celebra quella che è stata una delle più grandi disfatte della storia militare del nostro Paese, ma anche il momento del rilancio dell’offensiva italiana nella prima Guerra mondiale

battaglia di caporetto“Bisogna toccare il fondo per iniziare a risalire”. Una massima che ha accompagnato più o meno tutti nella vita, assieme alla più illuminante “si deve arrivare alla fine del tunnel per rivedere la luce”. Probabilmente non è stato questo il primo pensiero dei soldati italiani all’indomani della disfatta di Caporetto, ma di certo queste due frasi ben sintetizzano l’evoluzione della campagna militare italiana durante l’ultimo anno della Prima Guerra Mondiale.

Il 24 ottobre del 1917, iniziò la battaglia di Caporetto. Per quasi un mese, le truppe italiane si trovarono a fronteggiare quelle austro-ungariche e tedesche a cavallo del confine. La cittadina divenne, suo malgrado, teatro della resa dei conti fra gli italiani, considerati da Vienna e Berlino traditori della Triplice alleanza, e gli imperi centrali, visti dai nostri compatrioti come gli oppressori di sempre. Le nostre truppe in consistente inferiorità numerica e male equipaggiate riuscirono a resistere ai nemici per poco meno di venti giorni, ma alla fine furono costrette ad arrendersi alla superiorità dei nemici.

Oltre all’evidente sperequazione delle forze in campo, la disfatta fu causata anche da numerosi errori commessi dagli alti ufficiali italiani, dalla mancanza di addestramento nell’uso dell’artiglieria e forse anche dall’inesperienza di molti giovani soldati chiamati alle armi poco più che adolescenti. Fu quella che oggi definiremmo proprio una “caporetto”. Da cento anni si usa questo termine per indicare una disfatta di proporzioni colossali, una sconfitta memorabile, una Waterloo insomma, tanto per usare un sinonimo un po’ più datato.

La ritirata italiana

La ritirata italiana

Caporetto fu davvero una battaglia epica, che segnò in modo drammatico e indelebile la storia italiana. A parte i morti, i feriti e i prigionieri, oltre un milione di persone furono costrette a scappare dalla propria terra senza sapere quando e se avrebbe potuto farvi ritorno. Dunque perché tanto clamore intorno a una pagina terribile della storia italiana? Perché il clamore c’è stato e questo è impossibile negarlo. Tutti i principali giornali hanno pubblicato articoli relativi alla ricorrenza, #Caporetto è stato per ore trending topic su Twitter e probabilmente in molte classi i prof hanno dedicato all’anniversario intere lezioni. C’era davvero bisogno di ricordare una simile débâcle? Probabilmente sì, anzi sicuramente sì. Non fosse altro per la necessità di non dimenticare quella che è la nostra storia. Non fosse altro per commemorare quei morti, quei feriti e quei prigionieri che hanno combattuto per tutto il popolo italiano.

Se questo non bastasse a motivare tanto interesse attorno a questo anniversario, potremmo sempre ricordare quello che è stato il dopo Caporetto. Quella disfatta rappresenta di certo una grande lezione per il nostro Paese, un esempio di quello che accade quando si punta tutto sull’orgoglio e non si considerano le reali forze in campo. La fine del 1917 rappresentò per le nostre truppe uno dei momenti più bassi soprattutto sul piano emotivo. Tuttavia quello fu un passaggio importantissimo per il rilancio dell’azione militare italiana. Lo abbiamo detto all’inizio: dopo il tunnel si torna sempre a vedere la luce. Nel novembre del 1918 il nostro esercito si prese una definitiva rivincita a Vittorio Veneto, che più della sconfitta di Caporetto segnò le sorti della conflitto sul fronte italiano. A un paio d’anni da quella disfatta, il Regno d’Italia si trovò a sedere al tavolo delle trattative come una delle potenze vincitrici della prima guerra mondiale.

Chissà forse il nostro Paese dovrebbe prendere spunto proprio dalla sua stessa storia. Noi stessi dovremmo farlo. Pensare che dopo “Caporetto” ci sia spesso “Vittorio Veneto” è probabilmente un modo per risalire la china anche nei momenti peggiori, quando tutto sembra perduto. Imparare dalla storia ci può aiutare a guardare al futuro con maggior ottimismo, ma anche con in modo più concreto e razionale, una cosa di cui oggi il nostro Paese ha drammaticamente bisogno.

(di Christopher Rovetti)

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