Aspettando “L’Informazione è Cosa Nostra” a Roma

l'informazione è cosa nostraRoma – Il 5 marzo, alle ore 17:30, presso la Federazione Unitaria Italiana Scrittori, in Piazza Augusto Imperatore 4, il nostro editore, Vincenzo Arena, presenterà il suo ultimo sforzo: “L’Informazione è Cosa Nostra” (ProspettivaEditrice, 2014). Tra gli altri all’incontro interverranno: Marco Frittella, giornalista Rai, Giuseppe Federico Mennella, giornalista e docente e Alberto Spampinato, direttore di “Ossigeno per l’Informazione”. In attesa dell’appuntamento romano, Vincenzo Arena si racconta in esclusiva per tutti i lettori di Mediapolitika.

Vincenzo, da dove viene “L’Informazione è Cosa Nostra”?
“L’Informazione è Cosa Nostra” è la mia seconda opera. È un aggiornamento, profondamente riveduto, da “Zagare e Sangue”. Mio primo libro, del 2010, edito dal Gruppo Albatros. In “Zagare e Sangue”, ho raccolto le testimonianze, le parole e il dolore di chi dalla mafia è stato colpito negli affetti più profondi. Ripercorrevo la storia della nascita della mafia. E poi gli anni terribili, nei quali otto giornalisti hanno onorato l’impegno sociale e civile del “mestiere”, pagandolo con il prezzo più alto, ovvero con la loro stessa vita. In “L’Informazione è Cosa Nostra” vado molto oltre! Presento i numeri delle minacce subite dai giornalisti fino al 2013. E presento l’approdo in commissione antimafia di questo delicato tema. Qui, tra l’altro, le associazioni di categoria, nel 2012, hanno chiesto interventi normativi, seri e strutturati, per la tutela dei giornalisti. E, in generale, maggiore attenzione da parte delle istituzioni.

Scusa la domanda, forse un po’ capziosa, ma perché tutto questo?
Perché?! Perché, oggi, ahimè, la mafia non si limita al controllo del territorio mediante le infiltrazioni nella politica e nelle istituzioni. Non si limita a immischiarsi nel racket dei rifiuti, nei traffici di droga e nell’abusivismo edilizio. Ma intende controllare quanto viene detto e pubblicato. Perché, la mafia sa quanto sia utile ai suoi loschi scopi un’informazione di parte, omertosa e distorta. Un’informazione quindi mercenaria, precaria e di proprietà. Soprattutto, se, tra l’altro, viene accolta dal pubblico “senza se e senza ma”. Il singolo cittadino, invece, dovrebbe essere come un pungolo! Perché, non è assolutamente corretto dire che tutto ciò che è scritto sui giornali o detto in tv, è necessariamente e insindacabilmente vero. Occorre chiedere continuamente spiegazioni. Occorre chiedere e chiedersi cosa si nasconde dietro le bugie serviteci su un piatto d’argento. Occorre quotidianamente porsi domande. Ciò è parte integrante dell’essere cittadini. E perché, così facendo, si dimostra come l’indignazione  è viva, collettiva, resistente. E come stia diventando dominante. Non è proprio più possibile limitarsi ad osservare!

In questo quadro così “impegnato” per il singolo, quale diventa, quindi, secondo il tuo punto di vista, quello dei media e deli giornalisti?
Nel mio sforzo del 2010 vedevo la cross-medialità, punto di convergenza di old e new media, l’antimafia pensante e pesante. La convergenza digitale degli spazi il luogo da prediligersi dove dichiarare apertamente lotta alla mafia. Dove convertire in azione, reale e virtuale, l’impegno civile e sociale. I mezzi di comunicazione e internet, come convergenza antimafia, alla velocità dei bit. Ma oggi so che i media, da soli, non sono sufficienti. Ognuno, non solo giornalista, si deve far carico delle sorti del Paese. Spezzare il circolo vizioso dell’illegalità, del sotterraneo e del malavitoso, con la potenza dei mezzi, è possibile se e solo se supportato dallo sforzo di tutti. Nessuno escluso. Uno sforzo congiunto quindi che necessariamente vede da una parte giornalisti veri. Come Giovanni Spampinato e Giuseppe Impastato, Pippo Fava e Beppe Alfano. Cronisti veri, che hanno fiutato il territorio, tenendo la schiena sempre dritta. Senza dover ringraziare alcun potente o protettore. E hanno saputo far paura alla mafia perché, spogliandola della sua aura di mito, l’hanno dipinta per quella che è: un mostro, di squallore ripugnante, capace di insinuare i suoi tentacoli ovunque. E dall’altra il singolo cittadino che, come dicevo prima, deve comportarsi come un pungolo e deve chiedere continuamente spiegazioni. E poi mi piace pensare al ruolo dei più giovani in tutto questo. Perché hanno dalla loro l’ingenuità come arma dirompente e imbattibile. Proprio come diceva Don Puglisi: “Come può far paura il sorriso di un bambino?”

(di Eloisa De Felice)

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