Emilia Romagna. Tizian, giornalista precario: denuncia le mafie e finisce sotto scorta

Tratto dal canale youtube di Officine Tollau

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di Carmen Vogani

È un Paese malato il nostro. Un posto dove se fai il tuo mestiere, e se lo fai bene, rischi. Anche al Nord e perfino nella civilissima Emilia Romagna. Così Giovanni Tizian, giornalista precarico di 29 anni, paga pegno. Gli hanno assegnato la scorta perché le sue inchieste sulle mafie al Nord sono scomode. Alla mafia non piace quello che scrive e l’ha minacciato di morte. Quella stessa mafia che per anni al Nord ha camminato su un muro di gomma. E ci cammina ancora. Giovanni l’ha fatta vacillare, con la professionalità che pochi giornalisti mettono in campo.

Si è laureato in Criminologia con una tesi sulle ramificazioni internazionali della ’ndrangheta, e dal 2006 scrive sulla Gazzetta di Modena. Collabora anche con i quotidiani online Linkiesta.it e Lettera43.it e con il mensile Narcomafie. Fa parte di “daSud”, associazione antimafia con sede a Roma costituita nel 2005 da giovani emigranti meridionali che non hanno intenzione di lasciare le loro terre in mano alle cosche.

Giovanni ce l’ha nel sangue l’onestà. Suo padre, Peppe Tizian, è stato ucciso dalla ’ndrangheta il 23 ottobre del 1989. Era nato a Bovalino, in provincia di Reggio Calabria, ed era un funzionario di banca integerrimo. Uno che faceva bene il suo mestiere. Per questo l’hanno ammazzato a colpi di lupara quando aveva 36 anni. Nessuna giustizia per il suo omicidio, come troppo spesso accade quando sono le mafie a decidere chi resta e chi deve andare via per sempre.

Il fatto è che le mafie decidono pure al Nord. Proprio lì, dove il tessuto economico è miele, fanno gli affari più appetitosi. Giovanni ha il vizio di dire la verità e così ha deciso di raccontare come stanno le cose. Lo ha fatto con un libro: Gotica. ’Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea, e ha deciso di pubblicarlo con Round Robin, una casa editrice indipendente. “Non penso che un giornalista possa cambiare il mondo, ma credo nell’utilità sociale del mestiere di giornalista” dice Giovanni Tizian. E che ci crede veramente lo si capisce leggendo Gotica, pagina dopo pagina. Voto di scambio, corruzione, usura, pizzo, droga, incendi e minacce. Il suo libro è uno straordinario contributo per chi ha voglia di sapere, senza filtri, che le mafie hanno fagocitato interi settori dell’economia settentrionale.

Ma Giovanni Tizian non è solo. Con lui c’è l’Italia più bella. Una scorta popolare e civile che in poche ore ha aderito alla campagna “Io mi chiamo Giovanni Tizian” (per aderire: iogiovannitizian@dasud.it) lanciata dall’associazione daSud: “Insieme non indietreggeremo di un solo passo” scrive l’associazione antimafia, perché “la sfida che i clan hanno lanciato a Giovanni è una sfida lanciata all’Italia che resiste e che vuole cambiare”. Giovedì la vicenda di Giovanni è stato il quarto argomento più discusso a livello nazionale su Twitter: #Giovanni Tizian,  #nonlasciamolosolo e #iomichiamogiovannitizian hanno viaggiato alla velocità della luce.

“La politica ha cancellato la parola mafia dal vocabolario pubblico, l’informazione ha finto di non vedere, le associazioni e i movimenti hanno sottovalutato” dice Danilo Chirico, presidente di daSud (e autore insieme ad Alessio Magro del libro ‘Dimenticati. Vittime della ‘ndrangheta’). Così Giovanni ha scritto spesso “in solitudine”, “una solitudine doppia, inaccettabile: quella di chi racconta una verità che nessuno ha la voglia o l’onestà intellettuale di sentire – continua Chirico – e la solitudine di chi fa il giornalista con passione, rigore, professionalità. Ma lo fa da precario”.

Tra i primi a solidarizzare con il giornalista sotto scorta, il fondatore dell’associazione antimafia Libera don Luigi Ciotti: “Giovanni Tizian rischia la vita per 4 euro o poco più – ha detto – mentre i mafiosi, comodamente appoggiati alle loro protezioni, coperti dall’indifferenza dei più, fanno affari per 150 miliardi di euro l’anno e continuano, rafforzandola giorno dopo giorno, la loro arrogante e spregiudicata conquista dei territori del Nord, colonizzando a volte anche le coscienze”. “Giovanni Tizian è uno dei protagonisti dell’Italia migliore che vogliamo costruire” ha dichiarato il leader di Sinistra Ecologia e Libertà Nichi Vendola aderendo alla campagna di daSud. Laura Garavini, capogruppo Pd in Commissione antimafia, ha sottolineato come la vicenda sia “seria e delicata, visto che la decisione di tutelarlo non arriva dopo minacce esplicite ai suoi danni ma è stata una scelta ponderata da parte delle autorità”. “Grazie alle sue inchieste e alle meticolose ricostruzioni di indagini e affari malavitosi, conosciamo da vicino un fenomeno così allarmante per la nostra provincia” scrive la Cgil di Modena. “Giovanni, non farti rubare la bellezza” è invece il messaggio dell’attore Giulio Cavalli, anche lui sotto scorta. La solidarietà al giornalista arriva anche dal mondo della musica, dai Modena City Ramblers ai Kalafro. E ancora dalla Fnsi: “Fare giornalismo d’inchiesta con professionalità e passione comporta rischi sempre maggiori, a dispetto di chi dipinge la nostra categoria come una casta di privilegiati. Le intimidazioni – scrive il sindacato – non spegneranno certamente la voce di chi, come Tizian, senza neppure la tutela di un contratto, fa con coraggio il proprio lavoro assolvendo al difficile compito di informare correttamente la collettività”.

“Questo è uno dei casi più gravi che si sono verificati negli ultimi anni – ha commentato Alberto Spampinato presidente di Ossigeno per l’informazione, l’osservatorio sui cronisti minacciati e sulle notizie oscurate con la violenza – riporta direttamente alle vicende di Lirio Abate, Roberto Saviano e Rosaria Capacchione”. “Giovanni ha pubblicato, spesso in esclusiva, inchieste sulle infiltrazioni e la criminalità organizzata” ricorda Spampinato. E non è la prima volta che l’Emilia Romagna si macchia di minacce mafiose, un caso analogo nel 2009: un giornalista di Rimini che lavora a San Marino è stato sotto scorta dopo aver scritto inchieste in particolare su riciclaggio di camorra e ‘ndrangheta. “In questi casi oltre alla solidarietà che per Giovanni pare sia ampia – conclude Spampinato – ci vuole anche una doppia mobilitazione; quella dei giornalisti che devono diffondere il contenuto degli articoli perché non lasciarli soli significa proprio questo, non solo fare dichiarazioni, ma soprattutto non oscurare le notizie per cui vengono minacciati. E poi anche i cittadini devono schierarsi dalla parte dei giornalisti per difendere il loro diritto ad essere informati”.

Ha ragione Spampinato. L’informazione deve chiamarsi Giovanni Tizian, perché pare che le mafie abbiano una vera e propria passione per le notizie. E allora si informino una volta per tutte: noi ora sappiamo, e siamo tutti Giovanni Tizian.

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